Confermata negli Stati Uniti la condanna per Greenpeace, che rischia di fallire
Un giudice del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari alla società che ha costruito l’oleodotto Dakota Acces Pipeline.
Vancouver, 15 settembre 1971. Un gruppetto di attivisti si imbarcava su un vecchio peschereccio, il Phyllis Cormack, nel porto della città canadese. Obiettivo: bloccare i test nucleari condotti dagli Stati Uniti al largo delle coste dell’Alaska, sull’isola di Amchitka. Era la nascita di un movimento che, nel 2021, compie 50 anni. E il cui nome, Greenpeace, è nel corso del tempo divenuto celebre in tutto il mondo per l’encomiabile lavoro svolto a difesa della natura, degli ecosistemi, delle foreste, del clima.
Un giudice del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari alla società che ha costruito l’oleodotto Dakota Acces Pipeline.
Si tratta della la prima opera d’arte originale di protesta contro le fonti fossili su una piattaforma di estrazione del gas attiva.
Un tribunale condanna Greenpeace a pagare 660 milioni di dollari. L’accusa? Aver difeso ambiente e diritti dei popoli nativi dal mega-oleodotto Dakota Access Pipeline.
I koala e altri animali australiani sono minacciati dalla deforestazione che fa spazio ai pascoli di bovini. Greenpeace chiede a McDonald’s di rendere trasparente la filiera della carne e influenzare le pratiche del settore.
Eni, il ministero dell’Economia e Cdp hanno provato a fermare “La giusta causa” per difetto di giurisdizione. Ma Eni e ReCommon non si arrendono.
Un settimanale bulgaro rivela che TotalEnergies ha rinunciato alle esplorazioni nel giacimento di gas e petrolio di Khan Asparuh, nel Mar Nero.
L’organizzazione non governativa ha chiesto di istituire la riserva protetta nelle acque internazionali al largo delle Galapagos.
Andrea Purgatori è morto: dalle inchieste su Ustica e Orlandi ad Atlantide, passando per l’impegno ambientalista e la presidenza di Greenpeace Italia.
Greenpeace ha esaminato quasi 4mila analisi sull’acqua ad uso potabile potabile condotte in Lombardia dal 2018 in poi: il 18,9 per cento rileva i Pfas.
In un rapporto Greenpeace aveva accusato TotalEnergies di aver calcolato al ribasso le emissioni di CO2 legate alle proprie attività.