Premi Nobel

Il premio Nobel Svetlana Aleksievič: “Chernobyl non appartiene al passato, ma al futuro”

Svetlana Aleksievič è stata insignita del premio Nobel per la Letteratura nel 2015 per aver raccontato gli episodi più tragici dell’Unione Sovietica, a partire dall’incidente nucleare di Chernobyl. La nostra intervista esclusiva.

“Le persone salivano sui pullman e cercavano di evitare lo sguardo degli animali. Salvavano loro stesse, tradendo i propri animali domestici, così cari. Quando tutti se n’erano andati, nei villaggi entravano i soldati e li fucilavano. Lavavano le case, lavavano tutti gli edifici, la legna. Seppellivano latte, mele, gli ortaggi, qualsiasi alimento”.

È solo una delle testimonianze che la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievič ha raccolto in Preghiera per Chernobyl, uno dei libri che nel 2015 le sono valsi il premio Nobel per la Letteratura. Ed è proprio sui suoi racconti che si basa Chernobyl, serie tv di grande successo prodotta da Hbo e Sky atlantic. Oltre un milione di persone sono rimaste per ore incollate allo schermo per cercare di comprendere cosa davvero sia successo nel 1986. È inquietante che una tragedia simile si sia verificata soltanto trent’anni fa. Che non fossero garantiti adeguati livelli di competenza, né sicurezza. Forse, tuttavia, comprendere non è possibile, perché quanto accaduto va “oltre la nostra cultura e la nostra conoscenza. Ricordo che l’insegnante a scuola mi diceva: ‘Tolstoj e Dostoevskij una volta mi venivano sempre in aiuto. Ora sono impotenti, non mi possono aiutare’. Quando sei lì, ti rendi conto che l’organismo non è stato creato per Chernobyl perché non senti odori, la radiazione non ha odore, non la vedi, ma dappertutto c’è la morte”.

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Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura ed autrice del libro Preghiera per Chernobyl, all'undicesima conferenza mondiale Science for peace
Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura, all’undicesima conferenza mondiale Science for peace © Elisabetta Scuri/LifeGate

L’undicesima conferenza mondiale Science for peace

Nonostante le appartenga il merito di aver svelato al mondo i torbidi segreti dell’Unione Sovietica, a Svetlana Aleksievič non piace stare sul palco, né farsi fotografare. La guerra l’ha cambiata profondamente, Chernobyl è stata “l’esperienza più drammatica” della sua vita, ma la cattiveria che ha sentito sulla pelle non l’ha privata dell’umiltà che la contraddistingue. Ci troviamo fra gli studenti dell’università Bocconi di Milano per assistere all’undicesima conferenza mondiale Science for peace, organizzata il 15 e 16 novembre dalla Fondazione Umberto Veronesi.

Il tema di quest’anno è “Il fascino pericoloso dell’ignoranza”; fra i relatori c’è anche la senatrice a vita Liliana Segre. Le parole di Aleksievič, però, ci catapultano improvvisamente in un’altra dimensione. Le scene cui abbiamo assistito nella serie televisiva ci hanno sconvolto, ma c’era pur sempre uno schermo a fare da tramite, ad impedire che ci avvicinassimo troppo, che cadessimo nell’orrore. Ora, invece, le stesse situazioni vengono ricreate da qualcuno che le ha vissute con i propri occhi, che ne può delineare perfettamente le sfumature. Qualcosa di completamente diverso.

La storia di Ljudmila, moglie del vigile del fuoco Ignatenko

La scrittrice condivide anche una delle vicende più toccanti tra quelle riportate nel suo libro. È la storia di Ljudmila, moglie di Vasilij Ignatenko, uno dei primi vigili del fuoco ad essere accorsi alla centrale per spegnere l’incendio causato dall’esplosione. “Da lontano, la gente ammirava le fiamme”, racconta il premio Nobel. “Sono sempre rimasta impressionata da questa presenza della bellezza nella tragedia”. Ed è stata davvero una tragedia. Quei vigili del fuoco si sono sottoposti ad una quantità di radiazioni circa mille volte superiore a quella consentita. Ljudmila non ha mai abbandonato il marito in ospedale, anche se gli infermieri hanno cercato d’impedirle di avvicinarsi a lui, di toccarlo, di baciarlo. Gli è stata vicino, “vedendolo lentamente trasformarsi in un mostro”, fino al 13 maggio 1986, quando le sofferenze dell’uomo sono finalmente giunte al termine. Lei ha partorito, qualche tempo dopo, ma la figlia ha vissuto soltanto quattro ore.

“Quando l’ho incontrata, Ljudmila non sapeva se raccontarmi della morte oppure dell’amore”, confessa Aleksievič, che ne ha raccolto la testimonianza. Attraverso questo racconto possiamo percepire la sofferenza di quella giovane moglie, lentamente si fa strada fin dentro le ossa, e le lacrime affiorano inevitabilmente agli occhi. La consapevolezza invade la mente, il cuore, i polmoni. È tutto vero. È successo davvero. Non è soltanto una dannata serie tv.

Vorremmo porre alla giornalista mille domande, chiederle una spiegazione per tutto questo dolore, sperando ingenuamente, strenuamente che possa fornirci delle risposte, una consolazione, proprio come quei bambini che le dicevano: “Tu sei una scrittrice, sei molto intelligente, puoi dirci se gli uccellini avranno dei piccoli? Ci puoi dire se gli alberi avranno ancora le foglioline verdi?”. È stato proprio allora che lei ha capito che doveva continuare a prendere nota di tutto, perché stava “registrando il futuro, non il passato”.

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Svetlana Aleksievič, autrice del libro Preghiera per Chernobyl, e la senatrice a vita Liliana Segre si sono incontrate all'università Bocconi
Svetlana Aleksievič e la senatrice a vita Liliana Segre si sono incontrate all’università Bocconi © Elisabetta Scuri/LifeGate

“Dopo quello che ho visto a Chernobyl, non sono certo una sostenitrice delle centrali nucleari”

Ed il futuro fa paura. “Il nostro atteggiamento dopo Chernobyl non è più così romantico nei confronti del progresso. Il progresso ci può offrire anche le nuove forme della guerra”, spiega il premio Nobel ai microfoni di LifeGate. I risvolti dell’energia nucleare che più la preoccupano sono proprio quello sociale, dato che “non possiamo escludere che i terroristi vogliano sfruttarla”, e quello ambientale, legato in particolare alla questione dei rifiuti. Nessuno, infatti, sa con esattezza come smaltire le scorie radioattive, che nel mondo si sono accumulate già in quantitativi notevoli. Un fatto che risulta evidente nel caso della centrale di Fukushima. Ad otto anni dal gravissimo incidente dell’11 marzo 2011 – avvenuto in seguito allo tsunami – lo spazio dove stoccare l’acqua contaminata è ormai esaurito. E nessuno ha trovato ancora una soluzione. “Io credo che i giapponesi non ci stiano dicendo tutta la verità”, ci svela Aleksievič. “Adesso si può avere l’accesso a Chernobyl, mentre da Fukushima bisogna mantenersi ad un raggio di dieci chilometri di distanza. Avranno pur qualcosa da nascondere!”.

Rispettare la storia

La sua risposta ci ricorda la decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di aprire Chernobyl e la vicina cittadina di Pripyat, nel nord dell’Ucraina, ai turisti. Non possiamo fare a meno di chiederle che cosa ne pensa. “Non vorrei che quei luoghi subissero la stessa sorte di Hiroshima, dove adesso si vendono gadget e souvenir”. È lì che si trova la chiave dell’intera faccenda: nel rispetto. Conoscere la storia di quei luoghi non è soltanto giusto, ma doveroso. Se per farlo bisogna guardare una serie, leggere un libro o recarsi sul posto, ben venga. Basta rispettare lo spirito delle persone a cui quei luoghi sono, nel bene e nel male, appartenuti. Come dobbiamo rispettare la natura, invece che cercare di dominarla. Tanto, “perderemmo una battaglia contro di lei. Per sopravvivere dobbiamo sviluppare una nuova visione del mondo. Imparando dagli aztechi, dai maya, che con la natura vivevano in simbiosi. Nonostante uccidessero soltanto gli animali necessari per il proprio sostentamento, quando lo facevano si recavano al tempio per chiedere perdono”. Un perdono che dovremmo invocare anche noi. Per aver trasfigurato volti, vite, questo stesso Pianeta. E poi, visto che “l’uomo prima di Chernobyl” non c’è più, dimostriamo di essere persone nuove. Diamo prova di nutrire nei confronti della storia il rispetto che merita, dimostriamole cioè che siamo in grado di imparare dai nostri errori, per non ripeterli mai più.

Foto in apertura © Axel Schmidt/Getty Images
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