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Pur essendo la seconda fonte di PM2,5 in Italia, gli allevamenti intensivi continuano a essere finanziati con i soldi pubblici. Lo svela Greenpeace.
La Politica agricola comune europea (Pac) “sostiene gli agricoltori e garantisce la sicurezza alimentare dell’Europa”. In virtù di questa sua funzione essenziale, ha sempre assorbito una quota rilevante del bilancio generale dell’Unione: nel 2019, 59,9 miliardi di euro su 161,7. Una nuova inchiesta di Greenpeace svela però un paradosso: questi soldi vengono investiti anche per finanziare attività che avvelenano l’aria che respiriamo. Si tratta degli allevamenti intensivi. Nella pianura Padana, in particolare, ce ne sono centinaia. E nel 2020 hanno incassato la bellezza di 32 milioni di euro di fondi pubblici, per una media di 50mila euro ad azienda.
Degli allevamenti intensivi si sente parlare per tanti motivi. Per le condizioni in cui vengono rinchiusi gli animali, condizioni che molti ritengono inaccettabili da un punto di vista etico e che possono costituire anche un rischio sanitario. Se ne sente parlare anche per il consumo di acqua e di suolo (necessario, quest’ultimo, per le coltivazioni da destinare a mangimi). Più di rado, però, si pone l’attenzione sul loro massiccio contributo all’inquinamento atmosferico.
I reflui zootecnici sono infatti ricchi di ammoniaca (NH3). Questo gas, una volta liberato in atmosfera, si combina con gli ossidi di azoto e di zolfo generando le polveri sottili. In Italia gli allevamenti causano il 17,5 per cento del PM2,5, cioè di quel particolato talmente fine da entrare nella circolazione sanguigna attraverso i polmoni. Solo gli impianti di riscaldamento fanno di peggio, con il 37 per cento; i trasporti si fermano al 14 per cento. E sappiamo che l’inquinamento atmosferico riduce l’aspettativa di vita di 2,2 anni, peggio del fumo di sigaretta.
Nonostante queste evidenze scientifiche incontrovertibili, si continuano a spendere soldi pubblici per sostenere gli allevamenti intensivi. Nel report di Greenpeace si legge che 894 allevamenti italiani hanno comunicato le proprie emissioni di ammoniaca al registro europeo; e sono solo la punta dell’iceberg, perché molti altri sfuggono a questo monitoraggio. Fanno capo a 722 aziende: l’assoluta maggioranza, cioè l’85,5 per cento, ha ricevuto i finanziamenti della Politica agricola comune (Pac). Il totale supera i 32 milioni di euro e corrisponde a una media di 50mila euro per ciascuna impresa. Nel 2015 i sussidi della Pac erano meno generosi, perché erano stati erogati solo al 67 per cento delle società incluse nel registro.
Ma cosa succede se sovrapponiamo la mappa degli allevamenti, quella delle emissioni e quella dei fondi pubblici stanziati? Emerge che la “zona rossa” è sempre la stessa, la pianura Padana. La Lombardia, da sola, ospita 462 allevamenti che emettono 11.600 tonnellate di ammoniaca e ricevono poco meno di 17 milioni di euro dalla Pac. Per tutti e tre gli indicatori, dunque, supera la metà del totale italiano. Considerando anche Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, le altre tre regioni della pianura Padana, si arriva a 801 allevamenti e 18.741 tonnellate di ammoniaca, il 90 per cento del totale nazionale. E 27 milioni di euro ricevuti, cioè l’84 per cento.
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