Sapienza: tra sapere, “sapore” e meraviglia

Il termine sapienza deriva dal latino volgare sapere, cioè un aver gusto, discernimento. Il sapiente è colui che ha gusto, che assapora la vita con delicatezza

Platone, con una splendida immagine, fissa per sempre la vera natura del filosofo, come di colui che, quando prega gli dei, chiede in dono ” l’oro della sapienza”.

Il termine sapienza è connesso con sapore – dal latino volgare sapere -, cioè un aver gusto, discernimento e, quindi, senno. Il sapiente, allora, è colui che ha gusto, che non ” inghiotte” la vita frettolosamente, rischiando di non digerirla, ma la assapora con delicatezza “, a piccoli bocconi”, come la pietanza più rara e prelibata.

Non solo sapienza, ma anche meraviglia!

L’insistita metafora culinaria è resa sempre più necessaria dal mondo in cui viviamo, dove il divorare prevale sull’assaporare, l’agire esasperato sul meditare, il fare sul contemplare. Insomma, un mondo non più declinato secondo la meraviglia.

Ecco un altro termine che distingue il sapiente, il filosofo: la meraviglia! L’altro gigante del pensiero greco, Aristotele, vede proprio nella meraviglia l’origine della filosofia: lo stupore di fronte a realtà che non sappiamo spiegarci, ma anche quelle abituali, che, tuttavia, non sappiamo approfondire, interrogandole e interrogandoci. In questo senso, anche l’uomo comune può, a suo modo, essere filosofo, nella misura in cui sa, appunto, stupirsi di fronte all’esistenza.

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