Non solo Unesco: Villa Adriana torna a vivere grazie al suo oliveto storico

Al via un progetto per restituire vita, produzione e cura del paesaggio alla villa dell’ex imperatore romano.

Un patrimonio archeologico può non essere soltanto rovine, ma anche qualcosa di vivo. È questa l’idea alla base del nuovo progetto avviato a Villa Adriana, il sito Unesco di Tivoli, alle porte di Roma, che punta a tornare appunto “vivo” nel senso più letterale del termine: non solo meta di visita, ma paesaggio produttivo, come nei secoli passato, quando agricoltura e architettura convivevano nello stesso disegno. A rendere possibile questa trasformazione sono i quasi tremila alberi di ulivo, distribuiti tra i resti della residenza imperiale, che da quest’anno diventano il cuore di un progetto strutturale promosso dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, l’altra grande villa storica di Tivoli: non più una sperimentazione su un numero limitato di piante, come era stato in passato, quando nacque il primo olio extravergine di Villa Adriana, ma un modello a regime, pensato per durare, che coinvolge l’intero uliveto storico del sito.

Un partenariato speciale per Villa Adriana 

L’antico oliveto di Villa Adriana, a Tivoli © Alberto Samonà

Per rendere strutturale questo modello, l’Istituto ha pubblicato un avviso finalizzato all’attivazione di un partenariato apeciale pubblico-privato, con l’obiettivo di mettere a sistema l’intero comparto produttivo delle villæ tiburtine. Il bando è aperto a operatori economici, enti, fondazioni, associazioni e soggetti del Terzo Settore e scade il 14 agosto.

I progetti previsti sono due: il primo riguarda la gestione e la valorizzazione dell’uliveto storico di Villa Adriana; il secondo, più ampio, comprende attività legate alle produzioni tradizionali e agli ecosistemi degli altri siti dell’Istituto: il vigneto storico di Villa d’Este, il Giardino dei Semplici del Santuario di Ercole Vincitore, l’apicoltura e un orto storico a Villa Adriana ispirato ai modelli agricoli e alle colture dell’età romana. Villa Adriana è stata una residenza imperiale extraurbana, fatta realizzare dall’imperatore Adriano tra il 117 e 138, patrimonio Unesco dal 1999; Villa d’Este, anch’essa patrimonio Unesco, è invece una villa rinascimentale del Cinquecento; il Santuario di Ercole Vincitore è invece uno dei maggiori complessi sacri dell’architettura romana di età repubblicana, edificato a picco sul fiume Aniene nel corso del II secolo a.C.

Un paesaggio da studiare e raccontare

Già da qualche secolo la coltivazione di olivi è parte integrante del suo paesaggio storico di Villa Adriana: le nove cultivar presenti, alcune rare, includono il celebre “Albero Bello”, un ulivo di circa seicento anni che gli studi genetici hanno riconosciuto come un unicum nel panorama olivicolo italiano. Proprio per questo, il progetto oltre a puntare alla produzione di un olio extravergine di qualità si propone come piattaforma di ricerca, didattica e cura del paesaggio, capace di intrecciare la conservazione del patrimonio culturale con la salvaguardia della biodiversità agricola. Dalle attività previste potranno nascere diverse produzioni legate al territorio (olio, miele, uva, erbe officinali e altri derivati naturali) secondo una logica di filiera corta e sviluppo locale, in cui la valorizzazione economica non è mai disgiunta dalla tutela ambientale e culturale.

Le Villæ come patrimonio vivo

L’iniziativa, fortemente voluta dal direttore dell’Istituto Alberto Samonà, si inserisce in un disegno più ampio, che guarda a Villa Adriana, Villa d’Este e al Santuario di Ercole Vincitore come a un unico patrimonio vivo, le Villæ tiburtine, dove conservazione, conoscenza e valorizzazione si intrecciano nel segno della continuità storica. Luoghi, cioè, che non si limitano a custodire il passato, ma che continuano a produrre cultura, paesaggio e biodiversità. “Il cuore di questa iniziativa è la piena valorizzazione dell’uliveto di Villa Adriana e delle altre colture che coinvolgono i tre siti — sottolinea Samonà — ma guarda oltre, perché il nostro scopo è di sviluppare un modello che possa coniugare sostenibilità economica, cura del paesaggio storico e sviluppo delle filiere agricole locali. Un’occasione per fare interagire il patrimonio culturale con le tradizioni del territorio e promuovere una gestione responsabile delle sue risorse”.

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