La vita degli abitanti di Varanasi scorre sul Gange

Il fiume è una visione. Lento e impercettibile si accosta alla città, legandosi ad essa. La vita dei quattro milioni di abitanti di Varanasi scorre sul Gange, tra tradizioni e turismo.

Le strette vie del centro storico di Varanasi sono un labirinto. Mucche e cani randagi popolano la strada, stereotipo da primo impatto, mentre i negozianti richiamano i turisti occidentali. Per arrivare al tempio di Shiva ti svincoli dal quartiere dei sarti e resisti a quello dei venditori di paneer, il tipico formaggio indiano. Colpi di martello annunciano un cantiere, l’ennesimo sulla strada. Un operaio assonnato ti avverte del pericolo e della possibile caduta di calcinacci. Svoltato l’angolo, rasente il muro, scopri una parte di città in ricostruzione, o meglio in demolizione. Centinaia di metri tra la polvere alzata dai lavori in corso, fino al Gange. Il fiume è una visione. Lento e impercettibile si accosta alla città, legandosi ad essa. Un nodo che dura da centinaia di anni. Un nodo religioso, culturale, letterario e musicale. Le acque placide appartengono alla stagione secca, tutt’altra visione avrebbe avuto il corso d’acqua pochi mesi dopo. Il sole pallido tradisce un calore penetrante, mentre sulla città si staglia un coperchio opaco di nuvole.

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Un gruppo di uomini si prepara per la giornata, radendosi la barba sulle scalinate del fiume sacro © Davide Lemmi

Il Gange e Varanasi, tra il sacro e l’inquinamento

Varanasi è una delle sette città sacre dell’India. Quasi quattro milioni di abitanti, centro tessile di riferimento del Paese, ma anche tra le realtà più inquinate della nazione. Nel 2017 la città è stata dichiarata la più inquinata dell’India, mentre nel 2018, secondo i dati rilasciati dalle’Organizzazione mondiale per la sanità, era al terzo posto tra i centri urbani del pianeta nella stessa triste classifica. Ma i problemi legati all’ambiente non si chiudono ai pessimi livelli di qualità dell’aria, seppure questi hanno generato un incremento negli ultimi anni del 25 per cento di casi di asma. La città dell’Uttar Pradesh ha infatti questioni aperte legate all’accesso all’acqua potabile, allo smaltimento dei rifiuti e alle condizioni in cui versa il Gange stesso. Proprio su quest’ultimo punto si apre una parantesi in cui Varanasi da una parte subisce l’inquinamento generato a monte, mentre dall’altra è causa delle situazione generale. Il Gange, il più grande fiume indiano, fornisce acqua al 40 per cento del Paese, toccando complessivamente undici stati. Il suo inquinamento ha radici profonde ed è legato alle attività domestiche e industriali dell’uomo lungo il suo corso.

La mattina presto, sui ghat della città, le famose scalinate che scendono al corso d’acqua, donne e uomini lavano lenzuoli e panni provenienti dagli hotel. Con il sole che si alza, affollati gruppi di persone sostano sulle gradinate per recuperare un alito di vento che allievi l’assenza di aria, mentre alcuni ragazzi si tuffano nel Gange. Pratica altamente sconsigliata dagli esperti che denunciano la presenza, in altissima quantità, di batteri coliformi. Poco distante, superati alcuni uomini che ripuliscono la strada lungofiume dal fango di riporto della stagione delle piogge, dei lavoratori si affannano a riparare una barca.

“Questa è giovane, avrà 80 anni – spiega un operaio mentre sostituisce una delle assi marce –. Alcune di queste barche ne hanno più di 100”. La sera, quando il tramonto ruba i colori all’orizzonte, centinaia di imbarcazioni come questa scivolano sul Gange colme di turisti affascinati. I rematori si accostano al Manikarnika ghat, luogo sacro per circa 30mila cremazioni all’anno, chiedendo ai visitatori di non scattare foto per rispetto al rito e alla morte. A poche centinaia di metri, seguendo il fiume, al Dashashwamedh ghat, decine di barche sostano davanti al rito quotidiano dell’accensione delle lampade, mentre da una scafo all’altro passano bambini intenti a vendere candele e fiori.

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L’inquinamento a Varanasi è radicato e percepibile. Nonostante gli sforzi del governo, spesso contestati come pura retorica, la città e il fiume che l’attraversa vivono una crisi ambientale costante. Una delle ultime azioni dell’esecutivo di Nuova Delhi, che potrà determinare un ulteriore impatto su Varanasi e sul Gange, è il progetto lanciato a novembre sul nuovo terminal fluviale. Un investimento, realizzato in partecipazione con la Banca Mondiale, da oltre 25 milioni di euro. E mentre gli ambientalisti si chiedono se il piano di pulizia del fiume sia o meno utile nella pratica, Delhi ha anche lanciato un piano da quasi 200 milioni di euro per la costruzione di due reti autostradali che connetteranno Varanasi alle città di Jaunpur, Sultanpur e Lucknow, oltre che a ridurre il tempo di viaggio per l’aeroporto. Obiettivo palese dell’opera è aumentare il turismo straniero e fare della città uno hub strategico in questo senso.

Shitala Gali è una viuzza come molte altre. Scende giù verso il fiume per raggiungere il Manikarnika Ghat e i riti di cremazione. Una rete di protezione dovrebbe garantire la sicurezza dei passanti da crolli e materiali in caduta, ma le persone vi passano correndo e coprendosi la testa con le mani. Raggiunto un piccolo spiazzo, si allarga lo sguardo, abbracciando gli effetti della demolizione del quartiere. Dove giaceva un edificio, vi è adesso una piccola prateria di mattoni. In mezzo al cantiere spunta quello che era un tempio, alla cui ombra sostano per il pranzo alcuni operai.

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Un piccolo venditore di fiori cerca acquirenti nelle barche piene di turisti © Davide Lemmi

Cosa chiedono gli abitanti di Varanasi, tra cemento e turismo

L’abbattimento degli edifici è parte di un piano, chiamato Kashi Vishwanath Mandir Vistarikaran-Saundarayakaran Yojana, del governo statale, e fortemente voluto dall’attuale primo ministro Narendra Modi, per ridare respiro alla città, favorire l’accesso al fiume e di conseguenza potenziare il turismo. Stando alle dichiarazioni ufficiali, quasi 75 milioni di euro sono stati stanziati per il progetto che prevede la demolizione di oltre 300 storiche case dell’area. Ma non tutti gli abitanti sono d’accordo. A fine 2018 poco più della metà delle case sono state distrutte. E mentre altre 90 sono in attesa di essere rase al suolo, ci sono cittadini che continuano a battersi per salvaguardare il loro patrimonio e la loro storia. Infatti molti degli edifici inseriti nel piano hanno centinaia di anni, mentre gli inquilini li abitano da generazioni.

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Il turismo è sempre di più la chiave di lettura dei cambiamenti che stanno avvenendo nella città dell’Uttar Pradesh. Se da una parte sono in molti ad abbracciare entusiasticamente la nuova visione del governo sulla città, capace di “ridare forza” e “restituire dignità” a Varanasi, dall’altra permangono molti dubbi sia sulle reali potenzialità dei piani messi in piedi dall’esecutivo, valutati complessivamente in soli 1,5 miliardi di euro, che sulla difesa del patrimonio culturale. C’è poi da considerare l’altro lato lato della medaglia, quella degli stessi turisti. Gli arrivi descrivono un fenomeno in ascesa. Il turismo, grazie agli sforzi fatti su pulizia e strutture ricettive, ha infatti ampiamente bruciato ogni record. Il trend è in estrema crescita, nel 2001 il totale di visitatori era di 560mila, nel 2013 erano più di 5 milioni, mentre nel 2017 si superavano abbondantemente i sei milioni di accessi. Nonostante la parte maggiore degli arrivi rimane di origine indiana, anche i visitatori esteri sono considerevolmente aumentati.

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Il fiume sacro non è solo un luogo di profonda religione e cultura, è anche uno spazio di aggregazione sociale © Davide Lemmi

Una cascata di soldi non omogenea si è abbattuta sulla città sacra dell’Uttar Pradesh. Usciti dal B&B e superata l’affollata area del mercato dei tessuti, si giunge nella strada Dashashwamedh ghat. Il piccolo parco pubblico è una fotografia degli effetti del turismo. Tra i vari negozi, alcuni artisti di strada cercano di attrarre i visitatori, mentre dei sacerdoti pasteggiano ai lati. Due Visnù in miniatura si muovono tra la folla, racimolando qualche rupia e, con rapidità, nascondendola in una sacca. Poche ore più tardi, nel pomeriggio inoltrato, quegli stessi Visnù vengono struccati dal padre sulle sponde del Gange. Una volta che il blu della divinità viene tolta, i tratti dei bambini escono allo scoperto.

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In india, il turismo rappresenta oltre il 10 per cento del prodotto interno lordo, ma sebbene sia un impulso economico fondamentale per aiutare le fasce più povere della popolazione, come riferito anche dalle Nazioni Unite, molti esperti rimangono perplessi sul tema. Lo scetticismo nasce dalla considerazione che questo settore, mal gestito, crei solo umili lavori stagionali e avvantaggi le élite. Nonostante Delhi abbia già preso in considerazione il problema, nel piano quinquennale del turismo, non c’è chiarezza su come si intenda agire per armonizzare la situazione. Il governo locale non ha mappato a fondo quanti soldi dal turismo vanno ai poveri a Varanasi, né ha identificato i colli di bottiglia che impediscono alle fasce più deboli di guadagnare una quota maggiore.

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Durante il tramonto le scimmie prendono possesso dei numerosi tetti della città © Davide Lemmi

La vita continua, scorre, sulle sponde del fiume Gange

Eppure le soluzioni ci sarebbero, e molte di esse stanno nella coscienza dello stesso turista. Secondo il think tank Overseas development institute, con sede a Londra, ci sono diversi modi per aiutare a diffondere i benefici del turismo. Come prima cosa evitare i pacchetti organizzati, il cui guadagno non tocca la popolazione locale. Stando alle parole di Avinash Mishra, direttore dell’Uttar Pradesh tourism, circa il 50 per cento dei visitatori stranieri giungono a Varanasi in questo modo. Ma gli impatti del turismo non si limitano al flusso di denaro, incidono infatti anche sul consumo dell’acqua, il cui deficit nel corso degli anni è aumentato drasticamente, provocando un innalzamento generale dei prezzi, sul degrado del territorio e sull’aumento dell’inquinamento, a causa del maggior utilizzo di imbarcazioni e trasporti via terra.

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I fiori per la cerimonia delle lampade vengono preparati sul posto © Davide Lemmi

Se da una parte il governo dovrà mantenere la parola sui numerosi e diversificati progetti, dall’altra sarà necessaria una profonda coscienza dei problemi della città da parte degli stessi turisti. Intanto le luci delle lampade si spengono al Dashashwamedh ghat. Decine di barche, lentamente, attraccano per far scendere i turisti. Sulla sponda, una lunga fila di ragazzi aspetta i possibili compratori delle cianfrusaglie che tengono in mano. In lontananza risuona l’eco del traffico, mentre altri due piccoli Visnù si stanno facendo togliere il trucco sulle rive del Gange.

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