Il rapporto tra virtù e felicità secondo Kant

Per Kant, affinché colui che pratica la virtù sia anche felice, occorre postulare l’esistenza di un Ente infinito, capace di sintetizzare virtù e felicità

Colui che pratica con costanza e coerenza la virtù, che imposta tutta la sua vita su codici morali forti, contrassegnati da razionalità, incondizionatezza, robusto senso del dovere, può essere anche felice? Detto in altri termini, possiamo concordare, per esempio, con Socrate nel ritenere che il virtuoso ha già in sé il premio, e quindi la felicità, della propria azione o con gli stessi stoici, pur in ambito teoretico diverso, nel risolvere la felicità nella virtù, oppure l’equazione virtù=felicità non è affatto scontata?

Ecco, in breve, il complesso ragionamento kantiano:

  • L’uomo tende per sua natura al “sommo bene”, cioè all’assoluto morale quale si esprime nell’unione di virtù e felicità;
  • ma la virtù umana, pur configurandosi come il “bene supremo”, non è ancora quel “sommo bene”, nel quale virtù e felicità si addizionano: pensiamo, infatti, anche ai sacrifici e alle rinunce che deve fare il virtuoso, a quanta felicità deve, non di rado, barattare in nome dei propri codici morali, allo sforzo che deve fare per arginare le proprie urgenze pulsionali, per dilazionare o sopprimere radicalmente i propri desideri;
  • si apre, così, un dualismo, o meglio un’antinomia, tra virtù e felicità, che per la loro eterogeneità non possono essere conciliate su questa terra, rendendo, in questo modo, necessario postulare l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima come esigenze morali, come condizioni della possibilità e pensabilità della morale, della perfetta sintesi di virtù e felicità, della ricompensa, per così dire, di ogni azione virtuosa.

Lasciamo la parola conclusiva allo stesso Kant: “Dunque è postulata anche l’esistenza di una causa della natura tutta che sia diversa dalla natura stessa, e che contenga il fondamento di tale connessione, ossia della precisa concordanza della felicità e della moralità“.

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