A chiedere di non considerare più gli orsi bruni come “specie fortemente protetta” sono Romania, Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca e Finlandia.
Consegnati a San Francisco i sei “Nobel per l’ambiente” che premiano gli attivisti di tutto il mondo che si dedicano alla salvaguardia del pianeta.
Il 18 aprile sono stati premiati a Los Angeles, in California, i sei attivisti ambientali vincitori del Goldman environmental prize 2016, la cerimonia ufficiale si terrà a Washington, capitale degli Stati Uniti, mercoledì 20 aprile. Il riconoscimento, noto anche come “Nobel per l’ambiente”, è la più alta onorificenza che dal 1990 premia gli attivisti di tutto il mondo che si dedicano alla salvaguardia della natura.
Non sempre è facile capire cosa spinge queste persone a dedicarsi anima e corpo a questa lotta, a volte è un ideale, a volte è semplicemente la necessità di proteggere la propria famiglia, il territorio in cui si è cresciuti, il proprio habitat.
Si tratta però di una scelta estremamente pericolosa, pensiamo a Berta Càceres, attivista honduregna che da anni si batteva per difendere i diritti della sua comunità e per proteggere le terre ancestrali del suo Paese, vincitrice del Goldman environmental prize 2015, assassinata lo scorso 4 marzo a colpi di arma da fuoco.
I vincitori del 2016 hanno origini e profili completamente differenti l’uno dall’altro, li accomuna però l’ardente desiderio di un cambiamento positivo, in nome di uno sviluppo sociale e ambientale più giusto. Scopriamo chi sono.
Il profilo di Máxima Acuña, contadina peruviana, non è quello del tipico attivista, non sa leggere né scrivere e non ha mai aderito ad alcuna associazione. Eppure è lei la vera vincitrice del Goldman environmental prize 2016. La donna ha infatti difeso la sua terra opponendosi al progetto di espansione della miniera d’oro più grande dell’America Latina che avrebbe devastato il lago che serve per irrigare i campi.
L’uomo si batte per i diritti delle comunità indigene delle Tanzania e per la salvaguardia dell’ambiente. Guida un’organizzazione che permette di assegnare terre e campi alle comunità indigene invece che ai singoli individui, nel nord della Tanzania, garantendo la tutela ambientale di oltre 80mila ettari di terra per le generazioni future. Guarda al passato per garantire un futuro alla sua gente, abituata da secoli a vivere in maniera sostenibile e a coesistere con la fauna selvatica, finché non gli sono state sottratte le loro terre ancestrali.
Il naturalista portoricano ha contribuito alla creazione di un’importante riserva naturale nella quale nidificano le tartarughe liuto (Dermochelys coriacea), specie a rischio estinzione. Rivera Herrera si è anche opposto con successo, attraverso una battaglia durata sedici anni, alla costruzione di un mega-resort che sarebbe dovuto sorgere all’interno dell’area protetta.
Ouch ha dedicato la propria vita alla tutela delle foreste in Cambogia, uno dei paesi più pericolosi al mondo per gli attivisti ambientali, lavorando sotto copertura per documentare la deforestazione illegale e denunciando la corruzione che lega governo e multinazionali.
La giovane statunitense di Baltimora ha guidato la rivolta dei residenti contro il piano di costruzione dell’inceneritore più grande del Maryland, a poco più di un chilometro dalla sua scuola superiore. Secondo alcuni studi di impatto ambientale l’inceneritore, progettato con la promessa di portare energia pulita allo stato, inquinerebbe estremamente di più degli impianti a carbone già esistenti. L’adolescente Destiny ha fondato Free Your Voice, un’organizzazione studentesca dedicata ai diritti delle comunità e alla giustizia sociale, diffondendo petizioni e informando la comunità sui rischi del nuovo impianto.
L’avvocato slovacco Zuzana ha guidato con successo la campagna per chiudere una discarica di rifiuti tossici che avvelenava la terra, l’aria e l’acqua nella sua comunità, che da sempre basa parte della propria economia sulla viticoltura, creando un precedente per la partecipazione pubblica nella Slovacchia post-comunista.
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