Con il decreto Bollette slitta la dismissione definitiva, che doveva arrivare già a fine 2025: ecco come si è arrivati alla situazione di oggi.
I venti di guerra non solo aumentano i prezzi di gas e petrolio, ma portano nell’aria anche l’odore del carbone, che pensavamo ormai passata per sempre. Con una aggiunta al cosiddetto Decreto Bollette, che era stato varato dal governo un paio di settimane fa, il Parlamento ha spostato le lancette del phase out, la dismissione graduale del carbone fino allo zero, di ben tredici anni, portandolo al 2038. Il motivo? Appunto, garantirsi una sufficienza energetica a ogni costo, viste le crisi di gas e petrolio dovute al conflitto in corso tra Medio Oriente e Golfo, e magari abbassare i costi in bolletta.
La fine del carbone era già prevista per il 2025
Fino ad ora la fine del phase out del carbone era previsto per il 31 dicembre 2025: il che vuol dire che di fatto l’ora dello spegnimento delle ultime 4 centrali residue era già slittata, quantomeno di qualche mese. Ma di fine 2025 parlava ufficialmente il Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima (Pniec), il principale strumento per pianificare la politica energetica italiana nella direzione delle emissioni nette zero, cioè della neutralità climatica, che era stato consegnato dal governo soltanto un anno e mezzo fa, a metà del 2024. Nel documento si leggeva (si legge ancora):
L’Italia attuerà le politiche e misure necessarie al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di gas a effetto serra concordate a livello internazionale ed europeo. Per i settori coperti dal sistema di scambio quote Eu-Ets – innanzitutto il termoelettrico e l’industria energivora, contribuiranno il phase out dal carbone, programmato entro il 2025, come accennato nei limiti e sempreché siano per tempo realizzati gli impianti sostitutivi e le necessarie infrastrutture, e una significativa accelerazione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica nei processi di lavorazione.
Nonostante questo, al marzo 2026, prima dello slittamento del phase out, in Italia esistono ancora 4 centrali a carbone potenzialmente funzionanti: due sono in Sardegna (Portovesme/Grazia Deledda di Enel e Fiume Santo di EP Produzione), una nel Lazio (Torrevaldaliga Nord di Enel, a Civitavecchia) e una Puglia (Federico II a Brindisi di Enel).
Quante centrali ci sono ancora in Italia?
Le due centrali sarde sono il vero motivo per cui il phase out, al 2025, ufficialmente non si era ancora realizzato: a causa del relativo isolamento energetico di cui soffre la Sardegna, lo spegnimento era stato già rinviato dal governo, che in un decreto del 10 settembre 2025 dal nome “Individuazione delle opere e delle infrastrutture necessarie al phase‑out dell’utilizzo del carbone in Sardegna e alla decarbonizzazione dei settori industriali dell’isola” aveva ipotizzato per l’Isola la data del 2028, e anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in Parlamento, aveva detto che “l’obiettivo di abbandono del carbone a partire dal 31 dicembre 2025 è confermato per tutto il territorio nazionale, ad eccezione della Sardegna”.
Gli impianti di Lazio e Puglia invece dovevano essere spenti o dismessi a fine 2025, ma sono stati lasciati inattivi (cioè, non a regime, ma funzionanti appena se ne verifichi la necessità) a scopo precauzionale: evidentemente qualcuno “ci aveva visto lungo”. Le quattro centrali hanno dimensioni e potenze molto diverse tra di loro:
- Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia, Lazio): Enel, potenza di circa 1.980 MW.
- Portovesme/Grazia Deledda (Sardegna): Enel, 480 MW.
- Fiume Santo (presso Porto Torres, Sardegna): EP Produzione, 600-640 MW.
- Federico II (Brindisi, Puglia): Enel, 2.640 MW totali (in parte ancora attiva).
In ogni caso queste centrali coprono a oggi a malapena l’1 per cento del fabbisogno energetico italiano.
Il carbone abbatterà i costi in bolletta?
Visto che il posticipo del phase out arriva all’interno di un decreto pensato per ridurre il peso delle bollette sulle tasche degli italiani, è lecito pensare che questa iniziativa possa incidere proprio su questo. Ma è così? Secondo Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del WWF Italia, no, ed ecco come lo spiega a Lifegate: “Il carbone è il peggior combustibile fossile, con un alto tasso di emissioni di sostanze molto dannose per la salute e per l’ambiente. Questo fa sì che il sistema Ets, il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra, lo penalizzi in termini di costi: oggi il carbone costa 70-80 euro per una tonnellata, così non diventa conveniente tenere in vita la centrale”. Secondo un calcolo a spanne, “sostenere tale costo è conveniente solo se il gas arrivasse a superare i 70 euro al megawattora”. A quel punto però, prosegue Midolla, “la cosa che dovremmo fare è imprimiere un push fortissimo sulle rinnovabili”, non sul carbone: secondo Elettricità Futura, associazione che rappresenta il 70 per cento del mercato elettrico italiano, per esempio sarebbe sufficiente installare 60 Gw di rinnovabili ulteriori nell’arco di soli tre anni, tra eolico e fotovoltaico, al ritmo di 20 Gw/anno, per risparmiare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas e ridurre considerevolmente la bolletta.
C’è poi una questione di indipendenza energetica: In Italia non ci sono giacimenti di carbone, eccetto il bacino sardo del Sulcis Iglesiente, attivo fino al 2015. Il 90 per cento del carbone che bruciamo arriva via mare da Stati Uniti, Sudafrica, Australia, Indonesia, Colombia, Canada, Cina, Russia e Venezuela. E proprio sulla Russia si concentra Midulla: “Il nuovo carbone verrebe importato soprattutto da lì, perché è impossibile pensare all’Australia, con tutta la distanza, il carico da imbarcare, i costi…”. Come dire: “Nel momento in cui abbiamo sotoscritto le sanzioni alla Russia facciamo una cosa che ci costringe a prendere il carbone dalla Russia.
Siamo anche su WhatsApp.
Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.