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Le auto in Europa stanno diventando progressivamente più grandi, con effetti negativi su spazio pubblico, sicurezza e consumi: uno studio inglese spiega perché dovremmo invertire la rotta.
Alle nuove parole legate al viaggio di questa estate rovente 2026 (coolcation, nocturism, whycation) che vi abbiamo raccontato sul nostro canale Instagram, ne andrebbe aggiunta un’altra, carspreadig. Spieghiamo meglio. Un commento pubblicato dal Guardian lo scorso luglio ha rilanciato un tema che nel Regno Unito sta diventando centrale nel dibattito sulla sicurezza stradale: la crescita costante delle dimensioni dei veicoli in circolazione.
Il fenomeno ha un nome che dovremo imparare a ricordare: carspreading, un neologismo che potremmo tradurre con un esagerato accrescimento e che declina sull’auto l’idea di “urban sprawl”, ossia l’espressione inglese usata per indicare l’espansione incontrollata delle grandi città. Il fenomeno in realà è in atto da tempo (noi lo avevamo definito gigantismo dell’auto), e non è solo una sensazione, piuttosto è quello che il nuovo rapporto di Transport & Environment e Clean Cities descrivono come un cambiamento strutturale del parco auto europeo.
Secondo la ricerca le auto vendute nel Regno Unito si allargano di circa un centimetro ogni due anni, al punto che oltre metà delle auto oggi in commercio non entrerebbe più negli spazi di sosta minimi previsti dagli standard urbanistici. Il caso più eclatante riguarda proprio i Suv. A Londra erano circa 80mila nel 2002, oggi sfiorano gli 800mila, un aumento di dieci volte in vent’anni. A livello nazionale, secondo le rilevazioni citate dal quotidiano britannico, i Suv circolanti nelle città sono passati dal 3 per cento nel 2002 al 30 per cento nel 2023; oggi le immatricolazioni di Suv e crossover (il limite fra i due è sempre più labile) nel Regno Unito rappresentano circa due terzi delle nuove immatricolazioni.
Il punto sollevato dal Guardian, e a dire il vero già entrato nel dibattito pubblico in molti Paesi, è che le dimensioni di un veicolo (anche se elettrico) non sono solo una questione di stile o di comodità di chi li acquista, ma pesi e dimensioni (come suggerisce la fisica…) incidono direttamente sulla sicurezza e sulle possibili conseguenze di un incidente, oltre che sull’occupazione di spazio pubblico, sui consumi energetici e in genere sulla qualità della vita nelle città. Facciamo un esempio: i cofani alti e squadrati dei Suv possono in alcuni casi (vedi i pick-up americani di grandi dimensioni, per fortuna non così diffusi da noi) ridurre la visibilità del conducente e creare pericolosi angoli ciechi, a cui non sempre telecamere e sensori (vedi i sistemi di assistenza alla guida Adas), riescono a sopperire.
Oltre alla citata fisica, ci pensano gli studi epidemiologici a confermare il quadro. Da una ricerca sull’incidentalità realizzata in Gran Bretagna che preso in esame il periodo fra il 2004 e il 2023 emerge che essere investiti da un Suv, anziché da un’auto tradizionale, aumenta il rischio di morte del 14 per cento negli adulti e arriva quasi a raddoppiarlo nei bambini, con un rischio quasi triplicato per i più piccoli, tra 0 e 9 anni. Numeri che il Vision Zero Action Plan, iniziativa no profit che negli Stati Uniti mira ad eliminare tutti i decessi e i feriti gravi causati dal traffico, promuovendo una mobilità sicura, sana ed equa per tutti, parlando non di Suv ma di tutti i veicoli “oversize” come di mezzi più pericolosi per gli altri utenti della strada, come pedoni e ciclisti.
A questo si somma una questione più pratica, quotidiana, da anni evidente anche nelle nostre città: le auto di maggiori dimensioni occupano più spazio sulla strada, possono sottrarre spazio a ciclisti e mezzi a due ruote, aumentare la congestione e, più in generale, complicare la mobilità nei centri urbani, dove peraltro i vantaggi pratici di un’auto di grandi dimensioni (Suv o meno) sono inferiori agli svantaggi. Su questo il sindaco di Londra Sadiq Khan ha da tempo attivato una campagna per introdurre una tariffa specifica per i Suv di grandi dimensioni che circolano nella capitale, come parte di un piano che punta ad azzerare i morti e i feriti gravi sulle strade londinesi entro il 2041, una proposta che l’opposizione conservatrice ha già bollato come un’azione “anti-auto”.
La questione delle dimensioni crescenti delle auto non è solo un fatto britannico evidentemente. Piuttosto quello fotografato dal Guardian è un problema che si colloca sempre più in una prospettiva europea e che dovrebbe metterci in guardia dal ripetere l’errore compiuto negli Stati Uniti, dove le dimensioni crescenti dei pick-up e dei Suv (seppur culturalmente spinte da territori e spazi evidentemente ben diversi) sono ormai riconosciute come un fattore di rischio strutturale per la sicurezza stradale.
Secondo uno studio di Cleancities (che ha lanciato la campagna dal titolo eloquente #Mettiamociunfreno) nel resto d’Europa la cosa non vanno meglio: se la tendenza continuerà, entro il 2040 le città europee potrebbero perdere tra l’8,5 e il 14 per cento dei posti auto su strada e Roma è citata come una delle città più esposte alla pressione automobilistica. Il rischio? Senza interventi normativi su peso, altezza e ingombro dei veicoli, la tendenza all’aumento delle dimensioni continuerà, spinta dalle strategie commerciali di molte case automobilistiche (che su auto di maggiori dimensioni, potenza e prezzo hanno normalmente più margini economici) e dalla percezione di sicurezza, spesso illusoria, di chi i Suv li guida. A scapito, però, degli altri utenti della strada.
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