Coronavirus

Abbiamo capito che non esistono più il nord e il sud del mondo

Cosa significa lavorare nell’ambito della cooperazione allo sviluppo ai tempi del coronavirus? L’editoriale della direttrice della comunicazione Avsi.

Era ormai da qualche tempo che nella cooperazione allo sviluppo si usava l’adagio: “Non esistono più il nord e il sud del mondo”. Ma che il mondo si stesse capovolgendo nel senso letterale abbiamo cominciato a comprenderlo solo con la crisi della Covid-19. La prima intuizione si è accesa quando, con un messaggio vocale, un collega della Sierra Leone, già in prima linea per sconfiggere ebola, ci informava che rinunciava a una missione programmata da tempo in Italia per evitare il rischio di contagio o – sciagura – la quarantena al ritorno.

Noi, gli italiani, eravamo quelli “sicuri” della cooperazione allo sviluppo, vaccinati e spavaldi perché potevamo attraversare qualsiasi confine senza problemi di visto, difendibili al costo di qualche goccia di Amuchina da borsetta, e di schianto siamo diventati quelli da evitare, da tenere alla larga. Nel giro di pochi giorni, ore in alcuni casi, le frontiere sono diventate insuperabili per noi: bloccati all’imbarco al gate, come gli ultimi dei migranti senza documenti. Invitati a non presentarsi ai meeting internazionali se provenienti dall’Italia…

Per chi era abituato a spostarsi da Milano a Kampala come prendesse la metro per andare in centro, è stato un colpo vigliacco. La progettazione prevedeva la possibilità di muoversi, attraversare paesi e continenti, incontrare a tu per tu staff e beneficiari fin dentro a campi e fango, o negli slum. L’orizzonte di azione, che era ampio come il mondo, in tempi istantanei si è ritratto fino ad assumere le dimensioni degli appartamenti in cui gli operatori della cooperazione, abituati a respirare distanze infinite, si sono ritrovati imprigionati, con fame di aria.

Una brutta frenata, con dose di smarrimento, ma seguita da una spinta verso qualcosa di inedito, almeno tanto quanto la stessa crisi.

Leggi anche:

avsi cooperazione allo sviluppo coronavirus
Perché non sperimentare le modalità per la didattica a distanza anche nei paesi in via di sviluppo, dove possibile? © Delil Souleiman/Afp via Getty Images

Una spinta verso qualcosa di inedito

Non possiamo volare? Esistono le piattaforme digitali per incontrarsi, come stiamo sperimentando tutti, dai nonni che giocano a bocce online, ai bambini con i tutorial di basket via internet. Non si possono incontrare di persona bambini e ragazzi delle scuole dei villaggi africani? Allora verifichiamo la possibilità di utilizzare anche in Africa le applicazioni per la didattica a distanza, se non per i più piccoli, per gli adolescenti. Ma proviamo, dirottando risorse e donatori su nuovi investimenti nel digitale.

Del resto, se quella che in Italia sembrava fantascienza fino a poche settimane fa – cioè le lezioni a distanza per ragazzini attorno ai dieci anni – è diventata realtà, perché non tentare anche in Africa, là dove vi sia copertura della rete e condizioni minime? Non si possono aiutare le persone a tu per tu? Si incrementeranno nuove forme di “cash transfer”, trasferimento di denaro diretto, in modo condizionato o meno, tutto da studiare e monitorare, ma chi è vulnerabile potrà essere raggiunto tramite il telefono cellulare anche in remoto.

 

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

 

Un post condiviso da LifeGate (@lifegate) in data:

O ancora, tutti quei corsi di sartoria promossi dalla cooperazione internazionale nei decenni scorsi, divenuti oggetto di certa critica perché considerati un mezzo del “patriarcato” per tenere le donne sottomesse in ruoli subalterni, domestici… ebbene quei corsi, al tempo in cui servono le mascherine protettive per il virus, sono tornati preziosi: quelle sarte tornano in partita per cucire un bene che – come facile leggere nelle cronache – è diventato di prima necessità, un salvavita, e lo sarà ancora a lungo, pare.

Ma questi sono solo cenni. Siamo ai primi smottamenti, a un cambio di passo, che solo un giocatore d’azzardo potrebbe osare affermare dove ci porterà o se e come ci cambierà. Agli altri resta il lavoro quotidiano, per quanto chiuso in una stanza, di trovare risposte ai bisogni man mano che si presentano, per non lasciare andare allo sbando i progetti avviati.

Foto in anteprima © Yanick Folly/Afp via Getty Images
Articoli correlati