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Ha fatto rapidamente il giro del mondo la notizia degli oltre 400 cetacei, appartenenti al sottordine degli odontoceti, arenati sulla spiaggia di Farewell Spit, in Nuova Zelanda. Tra giovedì e venerdì scorso centinaia di volontari e svariate Ong hanno tentato di riportare al largo il più largo numero possibile di balene, ma almeno 300 di
Ha fatto rapidamente il giro del mondo la notizia degli oltre 400 cetacei, appartenenti al sottordine degli odontoceti, arenati sulla spiaggia di Farewell Spit, in Nuova Zelanda. Tra giovedì e venerdì scorso centinaia di volontari e svariate Ong hanno tentato di riportare al largo il più largo numero possibile di balene, ma almeno 300 di loro sono morte.
Volontari ed esperti sono accorsi in centinaia già nella mattina del venerdì per tentare di salvare più individui possibile, ma circa il 70 per cento di loro è morto durante la notte. Tra le giornate di venerdì e sabato i cetacei sopravvissuti erano tornati in mare aperto, ma buona parte di loro si sono arenati nuovamente durante la bassa marea.
Nella giornata di domenica, come riporta la Bbc, gli spiaggiamenti si sarebbero ripetuti, portando ad arenarsi almeno altri 200 globicefali. Secondo gli esperti non è ancora chiaro cosa abbia spinto questi nuovi individui a riversarsi sulle coste di Farewell Spit. Pare che l’area geografica dove è avvenuto lo spiaggiamento, la Golden Bay, abbia delle caratteristiche geografiche , tra le quali i bassi fondali, che la rende la “trappola perfetta” per i cetacei, come spiegato da Andrew Lamason, del dipartimento per la conservazione di Takaka. Secondo le autorità si tratta del terzo più grande episodio di spiaggiamento di massa di questi grandi mammiferi nella storia recente della Nuova Zelanda. Nel 1918 si arenarono almeno un migliaio di esemplari, mentre furono 450 nel 1985, ad Auckland .
UPDATE: 20 Pilot Whales have been euthanized; the 80 surviving whales were refloated & have joined the second group of 200 & remain offshore pic.twitter.com/Qvjebo24N4
— Quad Finn (@Quad_Finn) 11 febbraio 2017
Non è ancora chiaro quali siano le cause di questi spiaggiamenti di massa. Nelle possibili spiegazioni ci sono i complessi legami sociali che instaurano i mammiferi marini all’interno del proprio gruppo, che spinge gli individui a seguire i compagni in difficoltà, magari feriti o in procinto di morire, e arenarsi quindi nei fondali poco profondi. Secondo i ricercatori però di solito si tratta di piccoli gruppi, non certo così numerosi.
Secondo altre fonti a causare la perdita dell’orientamento e i conseguenti spiaggiamenti sarebbero le attività umane, in particolare le prospezioni geosismiche. Si tratta di metodi di indagine geofisica basati sullo studio della propagazione delle onde sismiche in questo caso generate artificialmente. Molte navi utilizzano l’air gun, ovvero sparano una bomba d’aria verso il fondale marino, in modo tale da registrare la differenza dell’onda acustica rifratta dalla roccia. Un modo per conoscere la composizione dei fondali marini e per capire dove possono essere dislocate sacche di idrocarburi.
Ma, come suggerito da uno studio pubblicato su Nature, il forte inquinamento acustico potrebbe avere effetti deleteri sugli animali marini, in particolare su quelli che basano il proprio sistema di comunicazione e di geolocalizzazione attraverso le onde sonore. “Vi è un urgente bisogno di sviluppare metodi per valutare gli effetti del rumore subacqueo artificiale sui cetacei”, si legge nell’introduzione de “Implementation of a method to visualize noise-induced hearing loss in mass stranded cetaceans”. “I sonar ad alta intensità e le altre fonti di rumore, per esempio quelle relative alle esplorazione di idrocarburi e ai rilievi sismici, possono potenzialmente causare lesioni agli animali esposti”.
Ciò che risulta chiaro, non solo tra gli animalisti o le associazioni ambientaliste, ma anche nel mondo della ricerca, è che sia necessario regolare e programmare attentamente tali attività umane, che hanno un effetto negativo e potenzialmente pericoloso su tutta la fauna marina.
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