Diritti umani

Bosnia, come vivono le donne a oltre 20 anni dalla fine della guerra dei Balcani

A metà degli anni Novanta un conflitto fratricida ha coinvolto la Bosnia Erzegovina. A distanza di 21 anni, la Bosnia è un in cui la maggior parte delle donne non ha ricevuto alcuna forma di giustizia, costretta ai margini della società.

Tra il 1992 e il 1995 un conflitto fratricida ha coinvolto la Bosnia Erzegovina causando 100mila morti, 2 milioni di sfollati interni e circa 25mila vittime di violenze fisiche. Lo stupro e i campi di prigionia sono stati una delle armi utilizzate per dividere le comunità. A distanza di più di 20 anni, la Bosnia Erzegovina è ancora un paese frammentato, immerso in un conflitto silente, in cui la maggior parte delle donne non ha ricevuto alcuna forma di giustizia e vive immobile ai margini della società.

Le testimonianze delle donne bosniache

“Ho perso mio marito tre giorni dopo l’inizio della guerra, nella nostra casa a Sarajevo. Lui era musulmano anche se odio parlare di gruppi etnici e religiosi perché nella mia famiglia non abbiamo mai fatto caso alle differenze”. Kanita Focak, architetta ed interprete del contingente italiano durante la guerra, è una donna discreta e gentile. “Ho sempre lavorato e non mi sono mai sentita vittima, perché la tragedia non si misura”, aggiunge. Ha gli occhi azzurri, intensi, segnati dal dolore. Non lo ostenta, né se ne vuole appropriare, sebbene non abbia mai ricevuto alcun indennizzo o sussidio statale.

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Come lei, anche la maggior parte delle donne in Bosnia Erzegovina ha avuto accesso limitato ad indennizzi e risarcimenti. Il paese infatti, dalla firma degli Accordi di Dayton, che posero fine al conflitto nel 1995, è diviso in due entità: la Repubblica Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione con i bosgnacchi e croati in posizione egemone. Le due regioni sono indipendenti e strutturate su più livelli burocratici, che attuano politiche diverse, contrapposte e fortemente discriminatorie.

Cos’è la Women war victims association

Nel caso dei risarcimenti e dei sussidi, questi variano a seconda del territorio in cui si vive e di chi è il soggetto a richiederli. “La situazione legale è complicata; in Repubblica Srpska le donne vittime di violenza sessuale potevano accedere ai fondi fino al 2007. In Federazione è necessario ottenere lo status di vittima, attraverso una certificazione rilasciata dall’organizzazione non governativa, Women war victims association, con sede a Sarajevo”, chiarisce Adisa Fisic, portavoce dell’associazione svizzera Trial, che assiste legalmente le vittime di crimini internazionali.

Dijana Vukovic è una vittima civile di guerra. Serba, originaria di Cogniz, oggi villaggio nella Federazione, ha trascorso un mese all’interno del campo di prigionia di Mussaza. Aveva diciassette anni ed è la prima volta che parla con delle giornaliste: “Entravano, non ricordo se in gruppo o individualmente, spegnevano la luce e ci stupravano. Quando riaccendevano la luce, ci coprivamo con le lenzuola bianche per la vergogna. Non avevano nessuna ragione per farlo eccetto che eravamo serbe”. Dalla fine della guerra, Dijana non ha ottenuto nessun aiuto psicologico né risarcimento economico. “Ho ottenuto solo questo orto finanziato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, perché sono anche una rifugiata interna. È difficile credere nella giustizia anche se vado avanti per i miei figli”.

25mila donne hanno subìto violenze sessuali

Lo stupro è stato regolarmente perpetuato regolarmente, da entrambe le parti nel conflitto, nonostante il maggior numero di vittime sia rappresentato da donne bosniache. Secondo il rapporto di Amnesty International, circa 25mila donne sono state vittime di stupro e di altre forme di violenza sessuale ma ancora oggi, lo stupro continua ad essere un tabù in Bosnia Erzegovina e le sopravvissute stigmatizzate dalla società.

“In questo conflitto – come in altri – il corpo delle donne è stato utilizzato come un tramite. Attaccare un’etichetta alla donna, allontana dal problema reale e fomenta la divisione tra le comunità”, dichiara Valentina Pellizzer, attivista e direttrice della ong One world platform for Southeast Europe. “Tutti parlano delle proprie vittime e nessuno dei propri carnefici. Gli uomini sono responsabili non perché serbi, croati o musulmani ma in quanto uomini”.

La condanna di Radovan Karadzic

La criminalizzazione di un gruppo etnico è proprio la leva su cui giocano molti partiti politici in Bosnia Erzegovina e non solo; se da una parte questo dipende dal mancato riconoscimento dei crimini di guerra, che farebbero saltare gli equilibri regionali (solo lo scorso marzo, Radovan Karadzic, ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia, è stato condannato a quarant’anni di carcere dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia delle Nazioni Unite per aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità e per aver avuto un ruolo attivo nel genocidio di Srebrenica del 1995), dall’altra parte, lo stesso Dayton è stato un piano di spartizione etnica fatto per dividere e non per unire.

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C’è chi però, prova ad unire le donne provenienti da differenti aree rurali della Bosnia attorno ad un progetto imprenditoriale di tessitura artigianale. Udrezene (donne unite) è stato lanciato da Nadira Mingasson, giovane designer originaria di Sarajevo. “L’obiettivo non è solo quello di affrontare il trauma della guerra ma soprattutto il reinserimento economico e sociale”. In un paese tradizionale come la Bosnia, con il 30 per cento di disoccupazione femminile, la maggior parte delle donne è esclusa economicamente e socialmente. “Stare insieme è un modo per superare un trauma e per sentirsi parte di qualcosa. Una delle regole è non parlare di religione. Siamo qui in quanto donne”, afferma la giovane stilista.

Oltre 20 anni dopo

A oltre 20 anni dalla fine della guerra, le condizioni delle donne non sono affatto migliorate; l’emancipazione della donna era maggiore durante il periodo socialista e la tradizione plurisecolare di convivenza religiosa è stata insabbiata dalle retoriche nazionaliste, che hanno riportato la Bosnia ad essere una società fortemente patriarcale. In tutto questo, le donne sono le uniche a narrare il conflitto privandolo di ogni gerarchia del dolore. Tutte sono vittime e tutte resistono, invisibili, siano esse serbe, musulmane o croate.


Fuori dal buio. Donne oggi in Bosnia Erzegovina è la prima parte di un progetto fotogiornalistico di Arianna Pagani e Sara Masera di lungo termine con al centro le donne, vittime dirette o indirette di conflitti. 

Nella maggior parte dei conflitti moderni, il corpo delle donne diventa lo strumento attraverso il quale, il maschio esercita la sua forma di dominazione e sul quale viene sfogata la violenza per umiliare l’altro maschio. Classificare su base confessionale questa violenza riduce la portata di quella sofferenza. 

Le storie che noi raccogliamo, narrano il conflitto privandolo di ogni gerarchia di dolore e categoria etnica di appartenenza. Nel caso bosniaco tutte hanno sofferto, sia esse serbe, musulmane o croate e tutte, oggi, resistono in silenzio, in una società patriarcale, intrisa di retoriche nazionaliste, eredità delle divisioni sancite dagli accordi internazionali.

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