Sentieri e mulattiere, animali selvaggi, strade, piazzette, chiese . E poi la gente. Passo dopo passo, scoprire il mondo autentico sardo ritrovando l’armonia tra anima e corpo, spirito e natura.
Una ferrovia dismessa scavata nella scogliera a filo di costa e una pista ciclopedonale che collega tre paesi che l’orografia complessa della Liguria terrebbe lontani. In una bella giornata autunnale la si percorre anche con i bambini.
Alle nove del mattino, sul lungomare di Levanto, un signore con la borsa della spesa appesa al manubrio supera una famiglia che sta regolando i sellini delle bici a noleggio. Poco oltre la vecchia stazione, oggi ufficio turistico, in località Vallesanta, la strada finisce a ridosso della roccia e si apre una prima galleria. Dentro l’aria è più fresca e la luce viene da un moderno impianto di illuminazione. Le ruote della bici scivolano silenziose sulla corsia asfaltata, con la luce artificiale che si alterna all’improvvisa irruzione di una lama di sole da un varco nella parete: ed ecco il mare, quasi all’altezza delle ruote. E a volte arriva anche qualche spruzzo d’acqua, in occasione delle mareggiate.
Questo tratto della linea ferroviaria tra Sestri Levante e La Spezia fu completato – ultimo del collegamento tra Genova e Pisa – solo nel 1870, a binario unico per le enormi difficoltà dovute all’asperità di questo tratto di costa, e facendo arrivare tutto il materiale via mare. Per le piccole comunità spezzine prive di strade si trattò di una vera rivoluzione: era finito un isolamento durato secoli. La via più veloce per muoversi era stata fino ad allora la navigazione di cabotaggio lungo la costa e l’alternativa le impervie mulattiere a mezzacosta. Solo nel 1970, cent’anni dopo, furono realizzate la nuova sede a doppio binario, tutta in galleria, e la nuova stazione di Levanto.
Così la vecchia ferrovia venne abbandonata. Sul lungomare di Levanto – e di tutte le località della Riviera Spezzina – la vista del mare è schermata dalla vecchia massicciata ferroviaria, trasformata in strada sopraelevata e parcheggio. Finalmente il tratto da Levanto fino a Bonassola è stato restituito alla comunità come pista ciclopedonale nella primavera del 2010, quello fino a Framura un anno dopo. Il nome MareMonti è stato scelto con l’aiuto delle scuole del territorio. La pista è perfettamente pianeggiante e la può percorrere anche chi ha una disabilità motoria; una corsia è riservata a chi va a piedi.
Levanto occupa l’unica vera pianura di questo tratto di costa, la piana alluvionale del torrente Ghiararo, chiusa da una cerchia di monti. Le sue strade sono quasi tutte in piano, e su tutta la Riviera Spezzina è l’unico paese in cui si vedono così tante biciclette, usate tanto dai residenti quanto dai villeggianti, in ogni stagione. Levanto, per la qualità dell’offerta turistica, attenta a chi va a piedi e in bici, fa parte della rete Cittaslow.
Lungo questa costa la distanza tra due paesi si è sempre misurata in curve. Per arrivare in auto (se proprio dovete meglio un’auto elettrica) da Levanto a Framura bisogna mettere in conto più di mezz’ora e quindici chilometri di tornanti, mentre il treno oggi impiega otto minuti. Con la MareMonti si impiegano davvero pochi minuti in più, anche alla velocità di chi pedala con un bambino sul seggiolino e si ferma quando un’apertura nella roccia mostra una caletta. Chi rinuncia all’auto, qui, guadagna tempo.
La pista esce all’aperto sulla passeggiata a mare di Bonassola. Conviene lasciare le bici all’ingresso del paese ed entrare a piedi nel piccolo centro senza traffico. Nella parrocchiale di Santa Caterina d’Alessandria sono raccolti molti ex voto marinari. Ricordano una paura antica: nel 1569 più di settanta uomini firmarono qui le regole di una compagnia di mutuo soccorso, una delle prime forme di assicurazione in Liguria. La compagnia raccoglieva denaro per riscattare i compaesani catturati dai corsari saraceni e barbareschi, che partivano per le loro scorrerie dalle coste algerine e tunisine: un vero flagello per questo territorio.
Il secondo tratto della ciclopedonale corre quasi tutto in galleria e finisce alla stazione di Framura. Ci si aspetta di trovare un paese, invece lungo la costa c’è soltanto un approdo tra gli scogli, in autunno deserto e con le barche colorate tirate in secco tra mucchi di cordami. Le frazioni stanno più in alto, sparse sul versante. Poco prima della stazione, dalla località Vandarecca, un breve sentiero scende a Porto Pidocchio, un’insenatura profonda di sabbia scura stretta tra pareti di roccia. Un tempo su queste spiagge si scaricava il manganese delle cave vicine, oggi abbandonate. Per chi si accontenta di una breve e facile pedalata, il ritorno si fa sulla stessa pista, e se i bambini sono davvero stanchi, si può anche rientrare in treno da Framura o da Bonassola.
Dalla stazione di Framura si ingrana la ridotta. La strada sale ripida fino ad Anzo, la prima frazione, con le case medievali allineate lungo la via e una torre di guardia, poi prende una pendenza regolare, e c’è anche il tempo di voltarsi e dare uno sguardo al mare blu cobalto e ai tetti d’ardesia delle frazioni più in basso. Costa è la più alta: conta un’unica via rettilinea con due cortine di case colorate e la pieve di San Martino, citata già nel XII secolo, il cui campanile era in origine una torre di avvistamento. Sotto, il mare si allarga, e si riconosce il filo della costa percorso al mattino, ma dentro la montagna.
Si scollina alla Foce, tra ulivi e limoni, poi la strada piega verso Bonassola e attraversa le sue frazioni più antiche. Le prime case del territorio sorsero quassù, a Montaretto e a Reggimonti, in un ambito più protetto e facilmente difendibile dagli incursori saraceni. Il paese sul mare, che appare dall’alto, raccolto in una piccola insenatura, nacque dopo, tra Quattrocento e Cinquecento.
Montaretto sta a circa 300 metri, ben protetto dai monti, ma comunque non troppo distante dal mare, tra uliveti e pinete. Una breve deviazione dal percorso porta in paese, perché qui è possibile, dal primo pomeriggio, fermarsi per un boccone, o anche fare tappa e rimanere per la notte. Nel dopoguerra dodici abitanti del borgo vollero un luogo dove ritrovarsi a ballare e a discutere di politica: era ancora vivo il ricordo della guerra partigiana. Il terreno fu acquistato nel 1960. I lavori, fatti in gran parte da volontari e pagati con le feste e i contributi degli abitanti, finirono nel 1968. Nel 1970 aprirono lo spaccio, che oggi è il negozio di alimentari del paese, e il circolo.
La Casa del Popolo è ancora gestita da soci volontari e il circolo, al piano di sopra, apre tutti i giorni. In cucina lavorano le donne del paese, e la loro cucina tradizionale è conosciuta in tutta la Riviera di Levante. Il piatto da cercare è il gattafin, un grosso raviolo fritto ripieno delle erbe che crescono nell’uliveto, come la pimpinella e la borragine, insieme alla bietola dell’orto. Era il cibo da portare al lavoro dei cavatori impiegati nelle cave di marmo. Nella discesa i blocchi del pregiato marmo rosso di Levanto sono ben visibili nell’unica cava ancora attiva sul territorio, proprio lungo il percorso.
L’ostello è a due minuti dal centro, nella scuola elementare che ha funzionato fino al 1989. Il comune di Bonassola lo ha affidato a un’associazione, e giovani volontari hanno costruito la cucina e il grande salone, scaldato da una vecchia stufa. Dal giardino con gli ulivi si vede il mare. È aperto tutto l’anno, in autogestione, e ospita laboratori di ceramica e, tra novembre e dicembre, camminate nei colori dell’autunno. Dal 15 ottobre al 15 aprile, da queste alture si decolla in parapendio sopra il golfo di Bonassola. Il rientro a Levanto è una lunga discesa. Dalle ultime curve si vede tutto il golfo, la piana del Ghiararo e, in fondo verso la punta della Pietra, le grandi ville liberty d’inizio Novecento. Lì sotto, negli anni Trenta, villeggianti illustri ballavano al Casinò. Uno scenario ben diverso da quello della Casa del Popolo di Montaretto.
Restituita la bici al noleggiatore, l’escursione non può che terminare con la visita a Levanto, salendo a piedi nel borgo antico, raccolto su un’altura nella parte orientale del golfo. Qui si viveva già prima dei Romani, e il buon approdo naturale ha fatto di Levanto un paese di mare per tutto il Medioevo. Feudo dei Malaspina e poi dei Da Passano, nel 1229 si sottomise a Genova, che nel 1265 la chiuse con una cinta di mura: ne resta la torre dell’Orologio. Su piazza del Popolo, dove un porto canale entrava dalla foce del rio Cantarana, si affaccia la loggia comunale del Duecento, con cinque arcate e capitelli in pietra verde, una delle poche rimaste in Liguria. Più in alto la chiesa di Sant’Andrea mostra la facciata a fasce di marmo bianco di Carrara e di pietra verde locale, con il rosone in marmo. All’interno è custodito un Crocifisso Nero del Trecento che, secondo la leggenda, fu ritrovato sulla spiaggia di Vallesanta, a pochi passi da dove oggi comincia la prima galleria.
Il lungomare racconta un’altra epoca. La ferrovia ottocentesca portò i primi villeggianti, e le famiglie più ricche costruirono le loro ville affacciate sulla spiaggia, verso la punta della Pietra. L’ultima, a picco sul mare, ben protetta tra i suoi meravigliosi giardini, è villa Agnelli. Negli anni Trenta sorse il Casinò, in stile razionalista, l’unico edificio sul lungomare oltre alla vecchia stazione. Prima della guerra lo frequentavano i notabili in villeggiatura, i membri del clan Agnelli e anche Mussolini con la famiglia. Alla fine degli anni Sessanta lo gestì Gino Paoli, il cantautore scomparso lo scorso marzo. Approdato a Levanto nel 1968, per tre anni fece l’oste, tra il bar, la sala da ballo e la pizzeria sulla spiaggia. Non divenne ricco, ma tutti a Levanto si divertirono tantissimo.
La ciclopedonale MareMonti misura 5,6 chilometri, da Vallesanta alla stazione di Framura, a cui si aggiunge circa un chilometro di strade urbane dalla stazione di Levanto. È asfaltata, pianeggiante e quasi sempre in galleria, condivisa con chi va a piedi: si pedala con calma, tenendo la propria corsia. Va bene per i bambini, anche sul seggiolino o con il carrello, e, tra andata e ritorno, si fa in mezza giornata con molte soste.
L’anello completo misura 22,6 chilometri, con circa 500 metri di salita e altrettanti di discesa, e parte e torna alla stazione di Levanto. Si percorre la ciclopedonale fino a Framura, poi si sale a Costa e alla Foce e si rientra dalle frazioni alte di Bonassola, toccando i 400 metri di quota. La salita ha qualche rampa breve oltre il 10 per cento, e su alcuni tratti di strada comunale l’asfalto è irregolare. In autunno il traffico non è scarso: è inesistente. È un percorso breve, ma adatto a ciclisti allenati, o a chi pedala con una bici elettrica. Nelle gallerie è utile una luce lampeggiante, e sulle strade alte il vento può farsi sentire.
Novembre è un buon mese. Le giornate di sole sono ancora frequenti, gli stabilimenti sono chiusi, sui sentieri e sulla pista si incontrano soprattutto le persone del posto. Levanto, Bonassola e Framura sono stazioni della linea Genova-La Spezia, servite dai treni regionali che caricano le biciclette. A Levanto i noleggi del centro affittano anche e-bike, seggiolini e carrelli per i bambini. Tutto quello che serve per partire è raccolto nella scheda della MareMonti su SlowMap. Ci sono la descrizione dei due itinerari, la difficoltà fisica e quella tecnica, la traccia GPS dell’anello da scaricare sul telefono o sul navigatore, con la deviazione per Montaretto, e le informazioni pratiche con i rimandi ai treni, ai noleggi e alle strutture dove dormire.
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