La civiltà dell’empatia di Rifkin

Studi scientifici biologici e neurocognitivi hanno dimostrato che l’uomo non nasce per natura cattivo. Anzi, nasce pronto a condividere.

Ci hanno detto che la vita è lotta. Votata alla
competizione. Che vince il più forte, quello più
capace di imporsi. “Homo homini lupus”, ci hanno detto che lo stato
di natura era una guerra di tutti contro tutti, dove è
fondamentale curare, tutelare e proteggere i propri confini. Dagli
altri. Ci hanno detto che l’uomo è pura razionalità.
Quanto c’è di vero? Gli altri sono davvero così
pericolosi? Vale ancora il “cogito ergo sum”? O ci stiamo avvalendo
di modelli ormai inattuali?

 

Studi scientifici biologici e neurocognitivi hanno dimostrato
che l’uomo non nasce per natura cattivo. Anzi, nasce pronto a
condividere, a sentire e ad immedesimarsi nello stato d’animo di
altri uomini, a compartecipare con i propri simili.

 

Proprio sulla scorta di queste recenti scoperte, l’economista
e guru della green economy Jeremy Rifkin offre la sua ricostruzione
storica e sociologica della società attraverso l’affermarsi
dell’empatia nell’uomo, in movimenti non sempre fluidi, antitetici
a quelli dell’entropia: “Pur colmo di ironia, lo sviluppo della
coscienza empatica è stato reso possibile solo da un consumo
sempre maggiore di energia e risorse naturali, che ha condotto a un
drastico deterioramento della salute del pianeta”.

 

Nella civiltà dell’empatia ci sono inediti strumenti di
condivisione e di interconnessione, che Rifkin ravvisa come la vera
forza e il vero motore della Terza Rivoluzione Industriale, che
porterà al superamento delle crisi.

 

La convergenza tra le nuove tecnologie e le energie
rinnovabili ridiede proprio nella diffusione e della condivisione.
Twitter, Facebook, Wikipedia e le diverse applicazioni di Internet
in genere sono nate dal basso, con sistemi basati sulla diffusione,
sulla condivisione, sulla partecipazione, sull’annullamento delle
distanze. E allora perché non applicare questo modello anche
alle fonti rinnovabili? Secondo l’autore ogni casa diventerà
una piccola centrale produttrice di energia attraverso il sole, il
vento, il calore, l’immondizia. Il surplus non consumato dalla
singola abitazione verrà messo a disposizione e condiviso
secondo il modello di sharing tanto caro a Internet. Anche in campo
energetico avrà successo il modello della “politica della
biosfera”, che al contrario della geopolitica “si fonda sull’idea
che la terra è come un organismo vivente, fatto di relazioni
interdipendenti, e che ciascuno di noi può sopravvivere solo
mettendosi al servizio della più vasta comunità di
cui fa parte”.

 

Un saggio lucido e interessante, che con stile divulgativo
offre un’osservazione storico-psicologica e culturale della nostra
società, con frequenti richiami alla vita sociale di tutti i
giorni. Il vero pregio di questo libro (librone, sono 570 pagine)
è di fare sentire protagonisti, chiamati in causa, volenti o
nolenti nel salvare la terra: “a un certo punto ci renderemo conto
che condividiamo lo stesso pianeta, che siamo tutti coinvolti e che
le sofferenze dei nostri vicini, non sono diverse dalle nostre”. La
domanda finale è questa: “possiamo raggiungere l’empatia
globale in tempo utile per evitare il crollo della civiltà e
salvare la terra?”. Possiamo?

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