La decisione degli Stati Uniti di uscire da 66 organizzazioni internazionali, di cui 31 legate alle Nazioni Unite, rappresenta uno stravolgimento per la lotta contro la crisi climatica. Non soltanto dal punto di vista dell’efficacia delle politiche di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, quanto per la stessa struttura dei negoziati internazionali. E ciò sia in termini (potenzialmente) positivi che (certamente) negativi.
Cosa ha deciso concretamente Donald Trump
Partiamo dalla cronaca: tra le organizzazioni dalle quali il presidente di estrema destra Donald Trump ha ordinato l’uscita figurano alcuni pilastri della diplomazia climatica e ambientale. Parliamo dell’Unione per la conservazione della natura (Uicn) e dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena). Ma soprattutto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc, organismo che tra le altre cose si occupa di organizzare le Cop, le Conferenze mondiali sul clima) e del più autorevole organismo scientifico in materia, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc).
Trump's decision to withdraw from the IPCC and the UNFCCC is a major blow to climate action and more stories on today's Green Daily https://t.co/4E7dFgencG
Proprio le Cop, infatti, rappresentano l’unico “luogo” nel quale l’intera comunità internazionale si riunisce, una volta l’anno, per discutere di riscaldamento globale: di come rallentare la crescita della temperatura media globale, di come rispondere agli impatti della crisi climatica attraverso politiche di adattamento e di come rendere più equa e giusta la transizione ecologica.
I risultati, pur insufficienti, raggiunti finora sul clima sono arrivati grazie al multilateralismo
È infatti durante la Cop3, in Giappone, che nel 1997 fu approvato il Protocollo di Kyoto, primo accordo internazionale in materia della storia. Ed è stato alla Cop21 in Francia che venne raggiunto l’Accordo di Parigi sul clima, che oggi costituisce il solo documento attraverso il quale i governi di tutto il mondo hanno “recepito” le indicazioni della scienza. È tale accordo che indica infatti la necessità di limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, di qui alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali, rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi.
Già per una prima volta gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Accordo di Parigi, nel corso del primo mandato di Trump. Poi sono rientrati con l’amministrazione Biden, salvo poi avviare nuovamente la procedura di uscita un anno fa (che sarà effettiva dal prossimo 20 gennaio), quando il miliardario americano è tornato alla Casa Bianca.
La “Climatexit” di Trump è più dell’uscita dall’Accordo di Parigi
Un conto, però, è uscire da un trattato specifico. Un conto è abbandonare del tutto l’organizzazione sotto la cui egida esso è stato raggiunto. È la differenza che passa tra non aderire a una politica puntuale dell’Unione europea e abbandonarla del tutto, come fatto ad esempio dal Regno Unito con la Brexit. Significa rinunciare a partecipare tout court ai negoziati internazionali. Significa scegliere il totale isolazionismo diplomatico. Significa far passare il messaggio che l’Unfccc rappresenta un organismo inutile.
Ciò “farà male all’economia, al lavoro e al livello di benessere negli Stati Uniti, poiché saranno meno sicuri e meno prosperi”, ha sottolineato il segretario esecutivo dell’Unfccc, Simon Stiell, che ha sottolineato come mega-incendi, inondazioni, ondate di caldo e di siccità colpiscano già in modo catastrofico il paese nordamericano.
La realtà, invece, è che i risultati che abbiamo fin qui raggiunto sul fronte climatico sono arrivati proprio grazie alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite. Certo, si tratta di avanzamenti insufficienti. Ma senza l’Unfccc il mondo sarebbe certamente più indietro.
La spiegazione di Washington: “L’Unfccc promuove politiche radicali”
Il punto, però, è che anche questi risultati, pur giudicati in modo pressoché unanime carenti dalla comunità scientifica mondiale, per Trump sono troppo. Nel decreto che ordina l’uscita dalle 66 organizzazioni in questione, l’amministrazione di Washington spiega a chiare lettere che esse “non tutelano più gli interessi americani”. Anzi, “promuovono politiche climatiche radicali”. E per di più “agiscono contro la sicurezza, la prosperità economica e la sovranità degli Stati Uniti”.
The UNFCCC is the foundation of global climate cooperation. 🌍
It's the treaty behind the Paris Agreement and international climate action efforts.
It was created so countries could act together to protect people and the planet.
L’ignoranza anti-scientifica, populista e miope del governo di Washington è d’altra parte nota da tempo. Il solo dubbio dal punto di vista tecnico è quello avanzato da Jean Su, legale e direttrice del programma sulla giustizia energetica presso il think tank Climate and Community Institute, che citata dall’agenzia Afp ha spiegato: “Riteniamo illegale un’uscita unilaterale dall’Unfccc, poiché occorrerebbe un voto favorevole da parte dei due terzi dei membri del Senato”.
Si vedrà se il decreto di Trump verrà contestato e in che modo a livello giuridico. Ciò su cui si può fare ben poco è il disimpegno americano. Ed è proprio qui che emergono i due fattori, uno potenzialmente positivo e un altro negativo, a cui si è accennato.
Negoziare sul clima potrebbe essere più semplice senza Trump, ma sarà come fare i conti senza l’oste
Non avere più a che fare con le delegazioni inviate dagli Stati Uniti potrebbe infatti rendere più snelli i negoziati nel corso delle prossime Cop. Ci sarà infatti una voce in meno a frenare sulle politiche climatiche. Certo, resteranno i soliti noti (dai paesi del Golfo all’India, per citarne alcuni) a tentare di mettere i bastoni fra le ruote. Ma il peso politico negativo degli Stati Uniti attuali non è paragonabile a quello di alcuna altra diplomazia.
Di contro, però, non trattare con gli Usa significa “perdere” circa il 13 per cento delle emissioni globali di gas ad effetto serra. Il rischio concreto, poi, è che altre economie come Cina e India possano reagire al disimpegno statunitense affermando che non possono neppure loro adottare standard climatici troppo stringenti, poiché non sarebbero in grado di fronteggiare la concorrenza dei prodotti americani, che sarebbero invece liberi da “lacci e lacciuoli” (in perfetta coerenza con la dottrina ultra-liberista).
Il rischio di ripercussioni su Cina e India
La verità che non va mai persa di vista è che Stati Uniti, India e Cina, da soli, coprono circa la metà delle emissioni globali. Per risolvere la questione climatica non si può perciò prescindere dall’impegno concreto di queste tre nazioni. Se tale impegno arrivasse attraverso l’Unfccc, sarebbe ottimo, poiché includerebbe il mondo intero e rafforzerebbe il multilateralismo. Ma se arrivasse invece attraverso un accordo trilaterale, sarebbe egualmente efficace dal punto di vista meramente climatico. Il vero punto, ovviamente, è che non c’è alcuna intenzione di impegnarsi da parte di Washington. Né sotto egida Onu né in un ipotetico G3. Ed è questo che ci condannerà.
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