Cop28

Cop28, come il mercato delle compensazioni di CO2 minaccia i popoli indigeni

Il 6° giorno di Cop28 si è parlato di diritti degli indigeni. Ma c’è chi denuncia: il mercato dei crediti di CO2 è una minaccia per la loro terra.

Il mondo guarda alla Cop28 consapevole che c’è in gioco il destino del nostro pianeta. L’attenzione è ora rivolta non solo alle strategie di mitigazione e agli accordi finanziari, ma anche all’integrazione dei diritti umani nei testi negoziali. Il 5 dicembre, infatti, alla Cop28 si è discusso di diritti dei popoli indigeni ma le ong sono preoccupate perché i negoziati di Dubai rischiano di spianare la strada al mercato delle compensazioni dei crediti di CO2 (carbon credits) tra le misure di riduzione delle emissioni.

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Una donna indigena del Sud America regge un cartello con la scritta “Support Indigenous Climate Finance” durante una piccola protesta nel corso del sesto giorno della COP28 © Sean Gallup/Getty Images

L’espansione del mercato di CO2 minaccia i popoli indigeni

Sono migliaia le società che già stanno ricorrendo al mercato delle compensazioni per centrare i propri obiettivi di carbon neutrality, eppure diverse ricerche – una delle più complete è quella realizzata dall’organizzazione britannica Carbon Brief – hanno dimostrato che gli effetti sulla riduzione delle emissioni sono alquanto trascurabili: si stima che solo il 12 per cento delle compensazioni vendute si traduce in riduzioni reali delle emissioni.

Ma quello dei carbon credits è un mercato anche controverso e poco trasparente, soprattutto quando di mezzo ci vanno le popolazioni indigene, che abitano nei territori oggetto di compensazione, tanto da diventare “una minaccia per le terre indigene grande quanto il taglio del legno e le attività minerarie”, come ha dichiarato in vista della Cop28 l’ong Survival International. “Governi, grandi aziende e ong della conservazione lavoreranno insieme per promuovere il mercato dei crediti di CO2 invece di affrontare seriamente le vere cause della crisi climatica”.

Survival vede in questo strumento di compensazione un “nuovo, imponente strumento per trarre profitto dal furto delle terre indigene”. Tempo fa, l’ong aveva denunciato le gravi lacune di un programma-modello di crediti di CO2 gestito dalla Northern Rangeland Trust in Kenya, un progetto usato da Meta e Netflix per compensare le loro emissioni. Non solo questo progetto non avrebbe mai ricevuto il ‘consenso libero, previo e informato’ degli abitanti indigeni di quelle terre, “ma non immagazzina neppure CO2 addizionale”.

Popoli indigeni danneggiati nel 70% dei progetti

Insomma, le grandi ong per la conservazione stanno aspettando dietro le quinte di ricavare milioni di dollari da terre indigene precedentemente derubate e trasformate in aree protette e il boom di questo mercato, “privo di adeguate garanzie, sta accelerando la creazione di nuove aree protette e altri progetti di compensazione su terre sottratte ai popoli indigeni”, sostiene Survival. In realtà, non è solo l’ong impegnata nella difesa dei diritti indigeni ad aver preso questa posizione: sono molti i movimenti che accusano i paesi industrializzati di “neocolonialismo”, in quanto ampie porzioni di terreno nel ‘sud del mondo’ vengono di fatto “bloccate” con l’obiettivo di assorbire la CO2 prodotta nel nord. Addirittura nel 70 per cento dei rapporti esaminati da Carbon Brief sono state rinvenute prove di danni alle popolazioni autoctone come quelle di Perù, Kenya e Zimbabwe.

Inoltre, gli enti certificatori di questi crediti sono stati criticati in diverse inchieste giornalistiche: i due enti certificatori più importanti del mondo, il cui ruolo è quello di garantire quanto “vale” in termini di emissioni un progetto di compensazione, sono la svizzera South Pole e la statunitense Verra. South Pole è accusata dalla piattaforma giornalistica Follow the Money di aver certificato progetti per British petroleum (Bp) e Spotify i cui crediti provengono dai campi di cotone della regione cinese dello Xinjang, dove i rischi di ricorso al lavoro forzato sono particolarmente alti.

Verra invece è stata oggetto di un’accurata inchiesta da parte del settimanale Die Zeit, i cui giornalisti hanno raccontato che addirittura il 94 per cento dei crediti di compensazione garantiti dall’azienda sono in realtà “crediti fantasma”, cioè privi di effetti sul clima. Inoltre, Verra è accusata di molestie sessuali verso le donne delle popolazioni in Zimbabwe, come ha di recente documentato l’ong Somo.

Il caso della popolazione Ogiek

Per l’occasione, tre ong – Survival International, Amnesty International e Minority rights group international – hanno firmato una lettera per denunciare gli sfratti illegali degli indigeni Ogiek del Kenya, evidenziando il ruolo che i progetti di conservazione e i crediti di CO2 possono giocare in quelli che vengono definiti dei veri e propri “furti di terra”.

In particolare, le ong chiedono al governo del Kenya di cessare tutti gli sfratti nella foresta di Mau, in quanto violano la legge keniana, nonché le sentenze della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli Ogiek. Più 167 abitazioni sono state distrutte (tra cui una scuola) e così 700 persone, compresi bambini e persone con disabilità, sono senza una casa.

Gli Ogiek, rifiutandosi di lasciare la propria terra, ora vivono all’aperto esposti alle intemperie. Le organizzazioni spiegano che il Kenya ha da poco firmato accordi che apriranno la strada alla riforestazione e anche all’emissione di crediti di CO2 su milioni di ettari di terra. Progetti come questo dimostrano che le manovre finalizzate ad espandere il mercato dei crediti nel Sud globale, potrebbero aumentare enormemente il furto delle terre indigene, incrementare il sostegno finanziario a violenti progetti in nome della “conservazione” e con ogni probabilità causare ulteriori ondate di sfratti.

Il presidente della Cop28 e amministratore delegato del colosso petrolifero Adnoc, al-Jaber
Il presidente della Cop28 e amministratore delegato del colosso petrolifero Adnoc, al-Jaber © Sascha Schuermann/Getty Images

Il conflitto di interessi degli Emiranti Arabi Uniti

Ma torniamo ai lavori della Cop: già l’accordo di Parigi del 2015 prevedeva l’istituzione di un mercato globale per la compensazione delle emissioni di CO2. In vista della Cop28 in corso a Dubai, l’organo di vigilanza della Cop ha lavorato su proposte concrete su come regolare tale mercato, sotto l’egida delle Nazioni unite ma senza aver interpellato i rappresentanti dei popoli indigeni interessati da tale meccanismo.

Poche infatti, sono state le voci indigene intervenute durante la Cop28: una è quella di María José Andrade Cerda, della comunità kichwa di Serena, in Ecuador. “Oggi sono anche la voce di mia nonna che mi ha insegnato la saggezza della nostra cultura e di madre natura. Mi ha insegnato che il volo travagliato dei suyu pishkus significa che si stanno avvicinando piogge torrenziali. Questi uccelli ci danno segnali meteorologici e noi li interpretiamo come segnali premonitori che ci permettono di adattarci ai cambiamenti climatici”.

“La Cop28 rappresenta un punto critico nel percorso della crisi climatica: qui si deciderà se realizzare riduzioni reali delle emissioni di CO2 o se continuare a spacciare false soluzioni”, scrive Survival. “I recenti accordi che Blue carbon, società legata alla famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, che ha stretto accordi con vari paesi africani, dimostra quanto grande sia l’impatto delle false soluzioni sulle popolazioni indigene. Blue carbon si è assicurata un’area di terra grande quanto il Regno Unito per la compensazione di progetti, e recentemente il governo keniota ha firmato un accordo in cui vengono precettati milioni ettari del proprio territorio per la produzione di crediti di CO2”.

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