Altro che aumento dei pezzi del gas e del petrolio, altro che possibile crisi economica: piuttosto, il mondo è vicino alla bancarotta idrica. Motivo per cui la Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra il 22 marzo, deve essere un’occasione vera di riflessione e confronto. A parlare di bancarotta idrica è il Blue Book 2026, il rapporto annuale sul servizio idrico integrato in Italia realizzato da Utilitalia e Fondazione Utilitatis, che cita dati, allarme e definizione della University of United Nations: significa che il pianeta ha superato il punto in cui la domanda di acqua può essere soddisfatta dalle disponibilità rinnovabili. Non si tratta più di una crisi temporanea da cui uscire quando si vuole: le dinamiche già in corso (svuotamento delle falde acquifere, ritiro dei ghiacciai, alterazione del ciclo idrologico) sono in larga parte irreversibili sulla scala temporale umana. E qui entra in gioco l’Italia, visto che il Mediterraneo è tra le aree del pianeta tra le più esposta agli effetti della crisi climatica.
La bancarotta idrica parte dallo spreco
Il dato più immediato e più difficile da digerire è quello sulle perdite di rete: in Italia, il 37,9 per cento dell’acqua immessa nelle tubature non arriva a destinazione: si disperde lungo reti vetuste, rattoppate, spesso sconosciute nei loro tracciati. In termini lineari, significa 24 metri cubi persi per chilometro di rete ogni giorno. Un dato che non rappresenta una vera novità, perché più o meno in linea con quello degli ultimi anni: ma la notizia sta proprio nel fatto che ancora, nonostante il piano per la siccità e i fondi del Pnrr, non si sia ancora corsi davvero ai ripari. Il Blue Book 2026 analizza un campione di oltre 324mila chilometri di condotte: il 30 per cento ha più di trent’anni, oltre 40mila chilometri superano i cinquanta anni di età.
Sono infrastrutture che in molti casi risalgono al dopoguerra, mai sostituite sistematicamente. E lo spreco non è solo di acqua: nel 2024, più del 16 per cento dell’energia elettrica consumata dal settore idrico è servita a pompare acqua che non è mai stata bevuta da nessuno. Il paradosso è che la tecnologia per ridurre queste perdite esiste. Sensori, distrettualizzazione delle reti, monitoraggio satellitare dei serbatoi: strumenti già operativi in molte realtà italiane. Eppure solo il 38 per cento delle reti è organizzato in aree distrettualizzate che permettono di rilevare e localizzare le perdite in tempo reale.
Il Mezzogiorno che paga due volte
Se le perdite sono un problema nazionale, la loro distribuzione geografica racconta un’altra storia che si ripete, fatta di disuguaglianze in tutti i settori infrastrutturali italiani. Le dispersioni lineari variano dai 17 metri cubi per chilometro al giorno nel Nord-Ovest d’Italia ai 41 nel Sud. Ma non è solo una questione di tubature: al Sud è concentrato il 66 per cento dei comuni con gestione ancora diretta, le cosiddette gestioni in economia, spesso prive delle risorse e delle competenze per investire. Queste gestioni frammentate investono in media appena 22 euro per abitante all’anno, contro i 90 euro dei gestori industriali. Il risultato è una infrastruttura che non si rinnova, che perde di più, che garantisce meno.
Vecchi e poco efficienti, gli acquedotti italiani generano sprechi di acqua
Ma il rapporto Blue Book registra forti disparità territoriali addirittura nel numero di ore di erogazione garantite: le macro-aree del Nord e quelle del Centro-Sud: superato ormai il primo quarto del ventunesimo secolo, l’accesso all’acqua potabile – un diritto umano riconosciuto dall’Onu dal 2010 – non è ancora uguale per tutti i cittadini italiani. Eppure, secondo il presidente della federazione dei consorzi di bacino, Gianfranco Pederzolli, “l’acqua è una risorsa strategica da difendere con una gestione integrata, capace di tenere insieme tutela degli ecosistemi e sviluppo dei territori montani” a maggior ragione oggi che “le nuove tecnologie, che comprendono sensori, dati e monitoraggio, aiutano a ridurre sprechi e disparità territoriali, nonché a favorire, dove possibile e nel rispetto dell’ambiente, il riuso delle acque. Non basta finanziare le opere, bisogna conoscere e governare al meglio questa risorsa insieme alle comunità che la custodiscono”.
Pfas e agricoltura
C’è un altro numero che colpisce, e che dice molto sulle priorità del paese: il tasso di riutilizzo delle acque reflue depurate. Il potenziale tecnico stimato è del 13,4 per cento. Quello reale è del 3,4 per cento. Meno di un quarto del possibile. In un paese mediterraneo, assetato d’estate e alluvionato d’inverno, sprecare acqua già trattata — che potrebbe essere reimpiegata in agricoltura, nell’industria, nell’irrigazione urbana — è una scelta che pesa. L’agricoltura italiana, tra le più produttive d’Europa proprio nelle colture più idroesigenti come l’ortofrutta, dipende dall’acqua in modo strutturale. Eppure la filiera del riuso stenta a decollare per ragioni normative, infrastrutturali e culturali. Il rapporto segnala anche la presenza di nuovi contaminanti nell’acqua destinata al consumo umano: i famigerati Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”, le microplastiche, le cianotossine. L’Italia ha recepito la nuova direttiva europea introducendo limiti più severi rispetto ai minimi richiesti: dal 2026 scatterà un valore limite di 0,02 microgrammi per litro per la somma dei quattro Pfas con il più alto potenziale di bioaccumulo. Una buona notizia, che però richiede investimenti in monitoraggio e trattamento che non tutte le realtà locali sono in grado di sostenere.
Teha, la crisi idrica in Italia costa 13 miliardi l'anno. Libro bianco: 227 euro a testa, il doppio della media europea #ANSAhttps://t.co/10XOWexDR0
Fin qui sostenibilità, vita, diritti umani. Ma per le persone più pratiche, colpirà il fatto che senza acqua, secondo le stime del Blue Book 2026, non potrebbe essere generato il 20 per cento del Pil italiano, ossia 384 miliardi di euro. Nel bacino mediterraneo, la filiera idrica allargata vale 1.902 miliardi di dollari, il 15 per cento del Pil dell’intera area. A venirci incontro, almeno in un caso, è la tecnologia: grazie all’integrazione di satelliti ottici e radar, finalmente ora è possibile per esempio monitorare lo stato degli invasi in tempo quasi reale e in qualsiasi condizione meteorologica, per identificare rapidamente situazioni di scarsità idrica in Italia e intervenire tramite i sistemi di accumulo, perché se è vero che l’acqua non va sprecata, è vero anche che oggi è possibile – e doveroso – trattenerla e conservarla quando possibile. Come osserva Barbara Marinali, vicepresidente vicario di Utilitalia, “l’acqua non può essere sostituita: è l’unico fattore della produzione insostituibile, a differenza di quello che può avvenire per le altre risorse energetiche”, eppure se ne parla sempre troppo poco: l’acqua, scrive il Blue Book 2026, è “al contempo fondamento della vita, indicatore di giustizia sociale e pilastro della sostenibilità ecologica”.
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