Nel 2025 persi 102 km2 di territorio naturale, oltre tre metri quadrati al secondo. Ma secondo Ispra ce ne sono anche 2.100 pronti per essere recuperati.
Tre metri quadrati di suolo consumati ogni secondo. È il ritmo con cui cemento e asfalto continuano a trasformare il territorio italiano, cancellando aree naturali, terreni agricoli e superfici che potrebbero assorbire l’acqua piovana. Nel 2025 sono stati artificializzati altri 102 chilometri quadrati, oltre 280mila metri quadrati al giorno. Eppure, una parte importante della soluzione potrebbe essere già sotto i nostri occhi: in Italia ci sono oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente recuperabili, dove intervenire per restituire spazio alla natura, creare nuove aree verdi e rigenerare le città senza continuare a costruire.
È uno dei dati più interessanti del nuovo Rapporto sul consumo di suolo 2026 di Ispra e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), che per la prima volta, accanto alla consueta rilevazione delle superfici trasformate, mette a disposizione una mappatura nazionale delle aree su cui è possibile intervenire per invertire la tendenza. Una possibilità che arriva mentre il consumo di suolo continua a interessare anche territori esposti a frane e alluvioni, come dimostrano i recenti eventi in Puglia.
Il consumo di suolo avanza anche dove il territorio è più fragile
Nel complesso, le superfici impermeabilizzate raggiungono il 7,19 per cento del territorio nazionale, pari a 21.644 chilometri quadrati. Nell’ultimo anno sono stati consumati oltre 10.200 ettari, mentre i ripristini si sono fermati a 746 ettari. Il bilancio resta quindi negativo per quasi 9.500 ettari. Non si tratta soltanto di una questione paesaggistica o di perdita di biodiversità, ricorda il rapporto: quando il terreno viene coperto da edifici, strade e piazzali, perde progressivamente la capacità di assorbire l’acqua. Le precipitazioni, soprattutto quando sono intense e concentrate in poche ore, finiscono così per riversarsi sulle superfici impermeabili, aumentando la pressione su strade, quartieri e corsi d’acqua.
Un problema che per esempio si è manifestato ancora una volta in Puglia, colpita nelle ultime settimane da una serie di allagamenti. Dal Foggiano, dove tra il 30 e il 31 ottobre sono stati interessati Lesina e Poggio Imperiale, fino a Bari, con sottopassi invasi dall’acqua e automobili bloccate. Le criticità hanno coinvolto anche altri centri della regione, con scuole chiuse e nuove allerte per le precipitazioni. A richiamare l’attenzione sul legame tra questi fenomeni e il consumo di suolo è stato Giovanni Caputo, presidente dell’Ordine dei geologi della Puglia. “La pioggia intensa è l’innesco, ma la causa dei danni è il suolo naturale che abbiamo consumato”, ha spiegato. “Ogni volta che un temporale si abbatte su un territorio impermeabilizzato, l’acqua scorre in superficie verso sottopassi, quartieri e campagne”. Per i geologi, non basta intervenire quando l’acqua ha già invaso le strade. Servono lo stop al nuovo consumo di suolo, il recupero delle aree urbanizzate, la depavimentazione e l’invarianza idraulica nelle nuove trasformazioni. Ma anche una manutenzione costante di lame e canali e un aggiornamento delle mappe delle aree a rischio. “La prevenzione costa molto meno dell’emergenza”, ricorda Caputo.
Oltre 2.100 chilometri quadrati per cambiare direzione
Ma la mappatura realizzata da Ispra prova a indicare anche una strada alternativa. Le superfici potenzialmente recuperabili superano i 2.100 chilometri quadrati: aree sulle quali si potrebbe intervenire con opere di ripristino ambientale, appunto depavimentazione e rigenerazione urbana.
Le opportunità non si fermano qui. Il rapporto individua 3.281 chilometri quadrati di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 chilometri quadrati di tetti adatti all’installazione di impianti fotovoltaici. A questo si aggiunge un patrimonio immobiliare spesso inutilizzato: quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate, che potrebbero essere recuperate e rimesse in circolazione, riducendo la necessità di nuove costruzioni.
![]()
Anche le città dispongono di spazi su cui intervenire. Le aree pubbliche urbane potenzialmente idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari. Le maggiori estensioni si trovano nel Lazio, in Lombardia e in Veneto. Tra i comuni, il primato spetta a Roma. “Il valore di questo Rapporto sta proprio in questo: non solo fotografa l’avanzata del consumo di suolo, ma fornisce indicazioni concrete su come contrastarlo”, spiega Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra-Snpa. L’obiettivo, ha aggiunto, è orientare le scelte verso il recupero e la rigenerazione di ciò che già esiste, mettendo a disposizione strumenti utili per uno sviluppo più sostenibile dei territori.
Città sempre più calde, il ruolo degli alberi
La perdita di suolo naturale si fa sentire soprattutto nelle aree urbane, dove si concentra oltre due terzi delle nuove trasformazioni. Nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di aree verdi e 320 ettari di copertura arborea. Non è un cambiamento che riguarda soltanto l’aspetto delle città: meno vegetazione e più superfici impermeabili significano anche temperature più elevate. Nelle zone maggiormente cementificate il suolo può raggiungere temperature superiori di oltre 10 gradi rispetto alle aree rurali circostanti, con punte che arrivano a 12 gradi. Dove invece gli alberi sono più presenti, le temperature possono essere fino a 1,6 gradi più basse. Tra i fattori che alimentano il consumo di suolo ci sono soprattutto i cantieri, responsabili del 52,6 per cento delle nuove trasformazioni, ma crescono anche le superfici destinate alla logistica, alle infrastrutture e agli impianti energetici. Il fotovoltaico a terra, in particolare, ha aggiunto 2.798 ettari in un anno, quasi quaranta volte il valore registrato nel 2021.
Una legge sul consumo di suolo ferma dal 2016
Di fronte a una trasformazione così rapida del territorio, resta una questione politica irrisolta: l’Italia non ha ancora una legge nazionale organica sul contenimento del consumo di suolo. Eppure, un tentativo era arrivato a un passo dal traguardo. Nel maggio 2016 la Camera aveva approvato in prima lettura una proposta di legge che puntava a ridurre progressivamente il consumo di suolo fino ad arrivare all’obiettivo del consumo netto zero entro il 2050.
Il testo prevedeva di privilegiare ristrutturazioni e recupero degli edifici rispetto alle nuove costruzioni, oltre a un censimento comunale degli immobili inutilizzati e alla rigenerazione delle aree urbane degradate. La proposta, che aveva suscitato anche critiche da parte delle associazioni ambientaliste per le deroghe e le modifiche introdotte durante l’iter parlamentare, avrebbe dovuto passare all’esame del Senato. Ma lì si è fermata, senza arrivare al voto definitivo. A distanza di dieci anni, l’Italia continua quindi a non avere una normativa nazionale capace di fissare un quadro organico di obiettivi e strumenti per fermare il fenomeno.
Siamo anche su WhatsApp.
Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.