Nucleare, l’Italia ci riprova: tutto quello che c’è da sapere

Quando vedremo i primi reattori, quanti saranno, quanto costeranno, quanta energia produrranno: guida al nucleare italiano che vedrà la luce in futuro.

Il Parlamento italiano, approvando in via definitiva la legge delega sul “nucleare sostenibile” (il testo si chiama proprio così) con 81 sì, 51 no, 7 astenuti in Senato il 23 settembre, spiana la strada al ritorno all’energia nucleare, scrivendo un nuovo capitolo del tormentato rapporto del nostro Paese con l’energia atomica, iniziato negli anni Sessanta con la costruzioni delle prime grandi centrali e passato per referendum del 1987  e del 2011.  Il testo in ogni caso non autorizza direttamente nessuna nuova centrale, ma dà al governo dodici mesi per scrivere le regole dell’intero ciclo nucleare. Le prime centrali sono attese, secondo il ministro Pichetto Fratin, verso il 2033‑34, mentre su costi, scorie e autorità di controllo le risposte sono rimandate ai decreti attuativi. Che, promette il ministro, “arriveranno entro la fine di quest’anno”.

Cosa fa (e cosa non fa) la legge sul nucleare sostenibile

Innanzitutto, quella approvata è una legge delega: vale a dire che non detta nulla di specifico, semplicemente dà mandato al governo, entro 12 mesi, ad adottare uno o più decreti che definiscano il quadro normativo all’interno del quale potranno essere realizzate nuove centrali: sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi impianti (compresi reattori modulari e avanzati), disattivazione, gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi. È previsto anche un programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione.
Quello che si sa già dal testo approvato, è che saranno a carico degli operatori (per lo più privati) i costi dei controlli di sicurezza e radioprotezione, e che sono previste attività di formazione, ricerca, campagne di informazione e consultazione delle popolazioni dei territori interessati (che non sono ancora stati scelti). Al momento le risorse stanziate nel ddl per il piano nazionale sono 20 milioni l’anno per il triennio 2027‑2029  più 1,5 milioni per il 2025 e 6 milioni per il 2026 (anche per le campagne informative).

La legge delega non indica invece dove costruire, quali reattori scegliere, quanto costerà e chi pagherà: sono questioni che la delega affida ai decreti. In ogni caso secondo il ministro Pichetto il voto apre “tutto lo scenario per portare il nostro Paese nella produzione dell’energia da fonte nucleare”.

Le ragioni di chi vuole il nucleare

La maggioranza politica, e tutti coloro che sono favorevoli al ritorno al nucleare di nuova generazione, che consisterà non più in poche grandi centrali, ma tante e piccole, gestite da privati,  porta a sostegno delle proprie tesi diversi elementi: dal fabbisogno di energia nell’ottica della decarbonizzazione alla maggiore sicurezza rispetto ai vecchi impianti, dalla non autosufficienza delle fonti rinnovabili agli spazi ridotti che saranno occupati dai nuovi centrali, fino a una minore dipendenza dall’estero.

Il governo parte soprattutto da quest’ultimo punto, la dipendenza dalle importazioni. Secondo un documento “in pillole” fatto circolare dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, su una domanda elettrica di 320‑330 terawatt/ora le importazioni nette sono state, negli ultimi anni, di circa 50 TWh, in gran parte da Francia e Svizzera, che producono anche da nucleare. Conclusione: “Intanto le bollette degli italiani pagano già il nucleare”, anche se non quello italiano. Al 2040 potrebbero servire altri 100‑150 TWh, per elettrificazione, efficientamento e crescita dei data center. L’idea del ministero è che il nucleare possa arrivare a coprire, a regime, tra l’11 e il 22 per cento del mix, insieme a fotovoltaico, eolico, idroelettrico e geotermico.

Il secondo argomento forte dei favorevoli è che il nucleare, al contrario delle rinnovabili, sia una fonte continua e programmabile. “Il sole non illumina la notte e il vento non soffia sempre” scrive il ministro, ricordando che il nucleare può produrre fino al 90 per cento delle ore dell’anno. “Oggi questa funzione è svolta dal gas; domani può esserlo il nucleare sostenibile”. Il prezzo dell’elettricità segue quello del gas: sostituirlo, dicono i favorevoli, ridurrebbe l’esposizione alle crisi geopolitiche.

Capitolo costi in bolletta: il ministero ricorda che “la Francia, con 57 reattori nucleari, paga la bolletta circa la metà di noi. Non è una questione ideologica: è una questione di prezzo”, cme si legge nelle “Pillole”, che aggiungono che le imprese italiane pagano l’elettricità più del doppio di quelle francesi. Un dato che è comunque una semplificazione: i prezzi variano infatti molto anche sulla base di tasse, accise e misure temporanee (come stiamo verificando con quelle poste oggi in Italia sulla benzina). Tra i sostenitori circola anche una stima, attribuita a studi di Confindustria ed Enea, secondo cui una quota di 8 GW di nucleare consentirebbe un risparmio di 17 miliardi di euro.

Si fa anche notare come le rinnovabili non siano gratuite. Secondo il governo “sono utili, ma non sono gratis: gli italiani dal 2008 al 2025 le hanno già pagate 170 miliardi. E continueranno a pagarle in bolletta”. Il ministero richiama poi la posizione dell’Agenzia internazionale dell’energia sul clima: la neutralità climatica richiede un mix di rinnovabili, accumuli e nucleare, perché senza una forte crescita di quest’ultimo gli obiettivi diventano più difficili e più costosi. “Non è ideologia. È matematica climatica”. Infine, c’è il confronto con il nucleare di vecchia generazione, fatto di grandi centrali e grandi quantità di scorie. Un piccolo reattore modulare da 300 MW, di quelli di nuova generazione, occuperebbe circa tre campi da calcio; per produrre la stessa energia con il fotovoltaico, dice il ministero, servirebbero fino a tremila ettari.

centrale nucleare
Le centrali nucleari in Italia hanno terminato la loro attività nel 1987 © Jeff Fusco/Getty Images

Per quanto riguarda la sicurezza, i reattori di nuova generazione, sostiene il ministero, sono progettati per spegnersi automaticamente in caso di anomalia. Del resto da quarant’anni l’industria italiana realizza componenti e impianti nucleari per Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Cina, ma non per l’Italia: la legge, dicono i favorevoli, permetterebbe a ingegneri e tecnici di lavorare in casa e di costruire una filiera con università e centri di ricerca. E i referendum con i quali gli italiani pe ben due volte si sono espressi contro il nucleare? Quelli del 1987 e del 2011, spiegano i sostenitori, furono legittimi ma riguardavano tecnologie diverse da quelle oggi in sviluppo. Inoltre il primo si svolse a un anno da Chernobyl, il secondo a ridosso della tragedia di Fukushima: come dire, più che ragionate, furono scelte fatte sull’onda dell’emotività e della paura.

Le obiezioni di chi è contrario 

Molte però anche anche le obiezioni portate da chi è contrario, tanto in politica tra chi ha votato contro (i partiti di centrosinistra, tranne Azione e Italia Viva) che per molte associazioni della società civile impegnante nel clima e nell’ambiente.

Tempi e costi sono le due obiezioni principali. Pichetto stesso ha precisato che il 2033‑34 è una previsione approssimativa: “È solo una stima che faccio in base agli elementi che ho a disposizione degli esperti delle imprese del settore”. Altre valutazioni indicano per i reattori avanzati un orizzonte intorno al 2040. Il punto, dicono i critici, è che la bolletta da abbassare è quella di oggi. I sostenitori del nucleare rispondono che nessuno ha mai promesso benefici immediati: il nucleare non si costruisce da un giorno all’altro e la sfida è dunque tra investire o intervenire nell’immediato. I costi dei piccoli reattori sono poi il tema su cui si concentrano i dati più recenti dei contrari. Secondo l’analisi presentata in audizione dalla rete 100% Rinnovabili Network (che riunisce università, centri di ricerca, imprese, sindacati, terzo settore, insieme a Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente e WWF), ad oggi nessun Smr è operativo in Occidente e diversi progetti internazionali sono stati sospesi o abbandonati dopo forti aumenti di costo. Negli Stati Uniti, per il progetto NuScale, il più avanzato, le stime di produzione dell’energia vanno da 250 a 354 dollari al MWh, valori che la rete definisce “fuori mercato”. Gli unici tre Smr in funzione al mondo e quello in costruzione mostrano rincari ancora più forti: in Cina la centrale di Shidao Bay 1 è costata il 200 per cento in più del previsto ed è entrata in funzione 16 anni dopo l’annuncio; i due piccoli reattori galleggianti russi hanno superato il 300 per cento del costo iniziale. Il ministero, dal canto suo, cita i miliardi che Stati Uniti, Francia, Canada e Regno Unito stanno investendo nel settore e ricorda che i primi Smr ad acqua di terza generazione avanzata sono in costruzione in Canada.

C’è poi un rischio storico. Sempre secondo la rete, dal 1951 al 1 luglio 2025 sono stati avviati 817 cantieri nucleari nel mondo e almeno 95, in 20 Paesi, sono stati abbandonati o sospesi: circa uno su nove non è mai arrivato a completamento. Il caso francese è spesso citato in Aula: l’ultimo reattore è arrivato con circa dodici anni di ritardo e un costo vicino ai 24 miliardi. Anche tra chi è favorevole al nucleare c’è chi ha osservato che una centrale da 1,6 GW richiede oggi tra 8 e 13 miliardi, mentre la legge stanzia risorse limitate per il piano nazionale (come visto sopra). Nella relazione tecnica, hanno fatto notare i critici, molti oneri (compensazioni territoriali, nuova governance, eventuali incentivi) non sono quantificabili, e resta aperta la domanda su chi anticipa i capitali: operatori privati con eventuale garanzia dello Stato, o i contribuenti? Non resta che aspettare i decreti.

Dubbi anche sulla tecnologia. Le sigle Smr (piccoli reattori modulari) e Amr (reattori modulari avanzati) descrivono dimensioni e modo di costruire, non la generazione. I modulari oggi in costruzione sono di terza generazione avanzata, raffreddati ad acqua; quelli di quarta generazione, che promettono un uso migliore del combustibile e meno scorie, non sono ancora disponibili su scala commerciale: più che un progetto, un’utopia.

Capitolo scorie: Se il ministero ricorda che i rifiuti a bassa e media intensità, soprattutto ospedalieri, sono già in circa cento piccoli depositi temporanei sul territorio, che le scorie delle vecchie centrali sono in Francia e nel Regno Unito, e ammette che serve un deposito nazionale, è anche vero che a quasi quarant’anni dall’uscita dal nucleare le quattro vecchie centrali non sono ancora smantellate e il deposito unico non esiste: molte voci critiche sostengono che non abbia senso aprire un nuovo ciclo senza aver chiuso il precedente. La rete 100% Rinnovabili aggiunge che, secondo alcuni studi, gli SMR produrrebbero da due a trenta volte più rifiuti radioattivi dei reattori tradizionali. Pichetto rassicura dicendo che “il percorso del deposito delle scorie è previsto nella delega”. con decreti che distingueranno tra stoccaggio temporaneo e deposito dei rifiuti a bassa e media attività, con l’ipotesi di uno stoccaggio provvisorio in attesa del deposito geologico. Intanto, al 31 dicembre 2025, secondo Sogin, la società incaricata del decommissioning, il programma di smantellamento era avanzato al 47,7 per cento, con circa 31mila metri cubi di rifiuti radioattivi in oltre 20 depositi temporanei (di cui almeno 1.700 metri cubi ad alta attività). Il deposito nazionale unico, inoltre, è ancora da localizzare.

Anche il tema dell’indipendenza energetica è oggetti di contestazioni: l’Italia infatti non ha giacimenti di uranio, necessario per la fissione, e circa il 40 per cento della capacità mondiale di arricchimento è in Russia, un paese non proprio amico, oppure nelle lontane Canada e Kazakistan. Sostituire una dipendenza con un’altra, dicono, non significa diventare indipendenti.

Perfino l’acqua è un tema: i reattori raffreddati ad acqua soffrono le estati molto calde: quest’anno per esempio, in Francia la produzione di alcuni reattori è stata ridotta per le ondate di calore, e la siccità potrebbe fare il resto.

Anche in termini di quantità di approvvigionamento, secondo la rete, la tesi del nucleare come “spina dorsale” dell’elettricità europea non regge: nel 2025 solare ed eolico hanno superato il nucleare nella generazione elettrica dell’Unione, con il 30,1 per cento contro il 23,4 per cento, e la produzione nucleare è stabile o in calo. E i costi di rinnovabili e accumuli continuano a scendere: le batterie industriali avrebbero raggiunto i 70 dollari al kWh nel 2025, rendendo possibile, secondo la rete, un sistema elettrico affidabile basato sulle rinnovabili, con reti più flessibili e senza bisogno del carico di base delle centrali nucleari. Per la rete, puntare oggi sul nucleare non ridurrà i costi né aumenterà la sicurezza e rischia di rallentare la decarbonizzazione. In Italia, hanno ricordato i critici in aula al Senato, nel 2025 sono stati installati oltre 7 GW di nuova capacità rinnovabile, e solare ed eolico insieme raggiungono circa 57 GW. Per i sostenitori del provvedimento, le rinnovabili coprono già il 41,5 per cento del fabbisogno elettrico e il nucleare non le sostituisce ma le affianca (ma questa del resto è anche la posizione del governo).

Cosa è stato chiesto e non è passato

Per quanto riguarda l’iter che ha portato all’approvazione finale, c’è da aggiungere che durante l’esame in Senato tutti gli emendamenti sono stati respinti Le richieste principali delle opposizioni erano la creazione di un’autorità indipendente per la sicurezza nucleare, con autonomia finanziaria e costi a carico degli operatori (in realtà il governo si è impegnato a valutare – in maniera non vincolante – se istituirla e, in quel caso, a valorizzare l’Isin, l’ispettorato che già esiste).

Si era provato anche a inserire l’obbligatorietà di un parere del Parlamento sul programma nazionale e sul suo monitoraggio, per non lasciare tutto il mano al governo; a chiedere di effettuare una valutazione comparativa con le alternative di decarbonizzazione (rinnovabili, accumuli, efficienza), con tempi, costi, gestione dei rifiuti e smantellamento messi a confronto per capire se effettivamente procedere; che le garanzie finanziarie fossero interamente a carico dell’operatore per rifiuti, smantellamento, ripristino ambientale ed extracosti, con tracciabilità delle risorse; di effettuare una valutazione dell’intero ciclo di vita degli impianti e dell’impatto sanitario, oltre a quello ambientale. Ma anche, e soprattutto, di stabilire dei criteri chiari sull’individuazione delle aree idonee individuate, dando priorità ad aree dismesse o già degradate senza consumare nuovo suolo: in compenso, il governo si è impegnato a promuovere forme di consultazione del pubblico, in particolare dei residenti nei territori che saranno interessati. Anche perché il pericolo Nimby, con le popolazioni contrare all’installazione di centrali e depositi vicino casa, è dietro l’angolo.

 

Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Articoli correlati