Cop26

Al via la Cop26 di Glasgow. Due settimane di lavori per salvare la Terra

Domenica 31 ottobre è cominciata a Glasgow la ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop 26.

Due settimane per invertire la rotta e salvare il clima. Mai come prima, le speranze di adottare misure efficaci di lotta contro i cambiamenti climatici sono riposte in una Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite. L’edizione di quest’anno – la Cop26 – si tiene a Glasgow, in Scozia, a partire da oggi, domenica 31 ottobre e fino al 12 novembre. A sei anni dal raggiungimento dell’Accordo di Parigi al termine della Cop21, il mondo è ancora una volta chiamato a tentare di rendere operativi gli obiettivi fissati nel 2015 in Francia.

“O cambiamo, o saremo complici della nostra estinzione”

“La Cop26 rappresenta l’ultima e la migliore speranza che abbiamo”, ha dichiarato aprendo i lavori Alok Sharma, che presiede l’evento. “I cambiamenti climatici – ha aggiunto – non sono andati in vacanza. Tutti gli indicatori sono in rosso. Se non agiamo ora e insieme, non potremo proteggere il nostro prezioso Pianeta”. “Per il mondo intero sarà il momento della verità”, ha aggiunto il premier britannico Boris Johnson.

Il presidente della Cop 26, Alok Sharma
Il presidente della Cop26, Alok Sharma © Christopher Furlong/Getty Images

“L’umanità è di fronte a delle scelte difficili ma chiare – gli ha fatto eco Patricia Espinosa, segretaria esecutiva dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che organizza la Cop26 -. Possiamo riconoscere che continuare come fatto finora non è ragionevole, visto il prezzo devastante che dovremo pagare e perciò decidere di attuare la transizione necessaria. Oppure possiamo accettare di essere complici della nostra estinzione”.

Un contesto geopolitico più difficile di quello della Cop21 di Parigi

Rinviata di un anno a causa della pandemia, la Cop26 si apre in un contesto geopolitico decisamente diverso rispetto a quello che si respirava alla Cop21 di Parigi. Le relazioni tra Regno Unito e Stati Uniti da una parte, e Cina e Russia dall’altra, sono più tese. I presidenti delle seconde due nazioni, Xi Jinping e Vladimir Putin, non dovrebbero neppure presentarsi alla Cop26 di Glasgow. “Avvicinandosi a Parigi le stelle erano allineate in altro modo”, ha ammesso Alok Sharma, in questo senso, pochi giorni prima dell’avvio della conferenza. “A nostro favore – ha tuttavia aggiunto – c’è il fatto che abbiamo una coscienza alla quel rispondere. E l’ultimo rapporto dell’Ipcc, molto allarmante, dovrebbe aiutare a concentrarsi sull’obiettivo”.

I negoziati preliminari che si sono svolti nello scorso mese di giugno, inoltre, avevano mostrato ancora una volta grandi difficoltà nel trovare un accordo internazionale (come confermato d’altra parte dal G20 che si è tenuto a toma il 30 e il 31 ottobre). “Non posso dire che ci siano stati grandi passi in avanti”, aveva ammesso la stessa Patricia Espinosa. “È necessario – aveva aggiunto – ottenere delle indicazioni a livello politico”. Senza dimenticare la frattura tra nord e sud del mondo: con alcune nazioni – a partire dai piccoli stati insulari del Pacifico, estremamente vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici – che potrebbero non essere neppure in grado di raggiungere Glasgow a causa di difficoltà logistiche e restrizioni legate al coronavirus.

Patricia Espinosa: “Importante avviare la Cop26 nonostante la pandemia”

“Le perdite devastanti in termini di vite e mezzi di sussistenza dovute quest’anno a fenomeni meteorologici estremi – ha risposto su questo punto Patricia Espinosa – mostrano quanto sia stato importante convocare la Cop26 malgrado i problemi legati alla pandemia. Il mondo va verso un aumento della temperatura media globale di 2,7 gradi, mentre dovremmo rimanere a 1,5. È chiaro che siamo in una situazione di crisi e di emergenza, ed è chiaro che dobbiamo fronteggiarla. Così come è chiaro che dobbiamo aiutare i più vulnerabili a farlo”.

A Glasgow ciò che si attende dai governi è dunque, prima di tutto, credibilità. Occorre rendere concreti gli impegni legati ai trasferimenti di denaro dai paesi ricchi a quelli più poveri per consentire a questi ultimi di adattarsi ai cambiamenti climatici: 100 miliardi di dollari all’anno che furono promessi per la prima volta alla Cop15 di Copenaghen, nel 2009, e che da allora non sono mai stati stanziati per intero.

I principali nodi da sciogliere alla Cop26

Tornerà ancora una volta sul tavolo, poi, l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Ovvero le regole che occorre introdurre per regolamentare un sistema di scambio di quote di emissioni di CO2. Si tratta di un elemento sul quale i governi non sono mai riusciti a trovare un intesa, tanto che di fronte all’impossibilità di trovare un compromesso tra le nazioni, tutto è stato rimandato alla Cop22 di Marrakech, poi alla Cop23 di Bonn, quindi alla Cop24 di Katowice e infine alla Cop25 di Madrid. Senza mai riuscire a trovare un punto d’incontro.

Infine, occorre adottare un calendario condiviso per permettere di fare il punto sugli obiettivi fissati e i risultati raggiunti. E scegliere metodologie per riportare tali dati in modo uniforme e trasparente. In questo senso, un meccanismo di valutazione dovrebbe essere introdotto già nel 2023. Anche in questo senso, ne va della credibilità stessa dell’Accordo di Parigi e delle nazioni che l’hanno ratificato.

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