Coronavirus

Quale sarà il futuro della moda dopo la pandemia

Alcuni rappresentanti del mondo della moda ritengono che la crisi legata alla pandemia in corso sia un’occasione per ripensare l’industria in una chiave più sostenibile.

Arriverà un momento in cui l’emergenza causata dalla Covid-19 sarà passata, in cui ci sembrerà solo un ricordo lontano. Arriverà un dopo. Purtroppo non siamo ancora arrivati a quel punto e, nell’attesa, c’è chi si chiede quanto grande sarà l’impatto socioeconomico, oltre che quello psicologico.

Ma c’è anche chi si interroga sul futuro della moda, sul ruolo che questa avrà nella ricostruzione di una quotidianità e su come cambierà il nostro approccio nei confronti degli acquisti. Intanto non mancano le iniziative da parte di diversi brand – del mondo del fashion e non – che tentano di aiutare con ingenti donazioni il sistema sanitario, ma anche quelle di chi si adopera per intrattenere le persone costrette a rimanere a casa. Una cosa è certa: la moda deve rallentare, se vuole ripartire.

Le iniziative di Condé Nast

“Ci sarà un dopo e noi dobbiamo cercare di stare uniti per aiutare le persone e le aziende che saranno colpite dalle conseguenze del virus”. Lo spiega Emanuele Farneti, direttore di Vogue Italia, in un’intervista rilasciata a The business of fashion, autorevole rivista di moda online. “L’impressione però è che l’intero settore stia lavorando insieme per garantire aiuto agli altri. La priorità ora è la salute delle persone: agli affari penseremo più tardi”. Come a dire: c’è un tempo per ogni cosa e questo è quello in cui dobbiamo essere pazienti e aspettare.

Ma la buona notizia è che, mentre aspettiamo, possiamo attingere gratuitamente al cuore della casa editrice Condé Nast: per i prossimi tre mesi si potranno scaricare a costo zero le copie digitali di Vogue Italia, Gq, Wired, Ad, La cucina italiana e Traveller, inoltre si avrà libero accesso ai corsi online de La scuola de La cucina italiana, così come agli archivi digitali di Vogue Italia. Vecchi numeri, servizi fotografici, articoli, campagne pubblicitarie: c’è tutto, dal 1964 in poi.

Questa, nello specifico, è stata una tra le primissime decisioni prese da parte della testata per alleviare la quarantena a tutti gli italiani costretti a rimanere a casa. “L’archivio di Vogue Italia è il cuore del nostro giornale, la nostra storia e la bussola per il nostro futuro. Aprendolo gratuitamente ai lettori, Condé Nast regala loro il biglietto per un meraviglioso viaggio nello spazio e nel tempo”, spiega Farneti.

 

 

 

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  Vogue Italia’s editor-in-chief, Emanuele Farneti, joined us for our first #BoFLIVE session earlier this week. The series of live digital events aims to bring our global community together during this challenging time to discuss the impact of the coronavirus pandemic on our industry, create a sense of connectedness and layout what challenges — and opportunities — lie ahead.⁠ ⁠ In Italy, which experienced the first coronavirus outbreak in the West this past February, there have been nearly 64,000 cases and over 6,000 deaths, as well as the shuttering of both small and large businesses. The Italian fashion industry alone — the second largest industry in the country — has seen 500,000 employees and 82,000 businesses directly impacted, according to Farneti. “There will be an aftermath and we’ll have to get together to help people and companies who will be affected by the consequences of the virus,” Farneti said. “[But] the feeling is that the whole industry is working together to provide help to others. Now, it’s about keeping everyone safe and healthy — business will come later.” Catch up on the full conversation on the #BoFPodcast now. [Link in bio]   Un post condiviso da The Business of Fashion (@bof) in data:

Cosa succederà dopo?

“Abbiamo ancora bisogno della moda? Dobbiamo ancora comprare più vestiti? Ha ancora senso far volare mille persone da un paese all’altro per assistere a quindici sfilate di moda?”. Sono solo alcuni dei temi caldi su cui Farneti ritiene si debba fare una riflessione. Pare certo che da questa pandemia usciremo tutti cambiati, ma in che modo?

“Ci sono molte domande là fuori e ora è il momento di iniziare a discutere”. Non si spinge tuttavia più in là, in un azzardo di risposta o soluzione a problematiche che erano attuali ben prima dell’esplosione del coronavirus, come per esempio l’impatto ambientale dell’intero sistema moda. Ma è già qualcosa che si sollevi la questione.

Vogue Italia non è nuova a iniziative in favore dell’ambiente: si ricorderà il numero speciale di gennaio 2020 con le copertine illustrate e senza servizi fotografici. Dunque le parole di Farneti fanno ben sperare per il futuro: lasciano trasparire una certa attenzione e sensibilità. Anche in questo caso però c’è da attendere, si spera non invano.

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Modella sfila indossando una mascherina © Cedric Ribeiro / Getty Images

Le donazioni dal mondo della moda

Aspettando tempi migliori, i brand di moda sono i primi a schierarsi in prima linea nella lotta contro il nemico invisibile, con generose donazioni: da Giorgio Armani a Prada, da Moncler alla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, da Gucci a Trussardi, da Versace alla raccolta fondi lanciata da Chiara Ferragni e Fedez, per citarne solo alcuni.

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E ora che il numero dei contagi è salito anche oltralpe e oltreoceano, le aziende estere prendono esempio: in Francia Lvmh e Kering, ma anche Coty e L’Oréal danno il via a iniziative di solidarietà; negli Stati Uniti prima fra tutte è Ralph Lauren. Insomma, il mondo della moda sta ampiamente dimostrando di saper essere compatto e unito quando si tratta di far fronte a un’emergenza globale, come è quella del Covid-19. Allora vien da chiedersi: come mai per l’ambiente no?

La lettera di Giorgio Armani a Women’s wear daily

Della stessa idea di Farneti sembra essere Giorgio Armani, che tuttavia ha ben chiara la tabella di marcia per ripartire quando la pandemia di Covid-19 sarà alle spalle. “L’emergenza attuale dimostra come un rallentamento attento e intelligente sia la sola via d’uscita”. Lo scrive in una lettera aperta alla rivista Women’s wear daily, in risposta “all’ottimo pezzo Will flood of collections yield to slower fashion?”.

Armani si dice d’accordo su ogni punto, specialmente perchè “sono anni che sollevo i medesimi interrogativi durante le conferenze stampa successive ai miei show, sovente inascoltato, o ritenuto moralista”. Secondo lo stilista, “la riflessione su quanto sia assurdo lo stato attuale delle cose, con la sovrapproduzione di capi e un criminale non allineamento tra stagione metereologica e stagione commerciale, è coraggiosa e necessaria”.

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Ma, continua, il sistema moda non è sempre stato così: “Il declino per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative della fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato”. Armani è categorico: “Il lusso non può e non deve essere fast. Non ha senso che una mia giacca o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane prima di diventare obsoleti, sostituiti da merce nuova che non è poi troppo diversa. Io non lavoro così, e trovo immorale farlo.

Ho sempre creduto in un’idea di eleganza senza tempo, che non è solo un preciso credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei capi che suggerisce un modo di acquistarli: perché durino. Per lo stesso motivo, trovo assurdo che in pieno inverno in boutique ci siano i vestiti di lino e in estate i cappotti di alpaca, per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto va soddisfatto nell’immediato. Chi acquista per mettere in armadio aspettando la stagione giusta? Nessuno o pochi, penso io. Ma questa, spinta dai department store, è diventata la mentalità dominante. Sbagliata, da cambiare. Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare e riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più vero”. 

Lo stilista ha già cominciato a operare in tal senso: “Sono già tre settimane che lavoro con i miei team perché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, come è naturale che sia. E così faremo da ora in poi. Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come puro gioco di comunicazione, basta con le sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee blande e intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi ci si rivelano per quel che sono: inappropriati e, se vogliamo, anche volgari”.


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“Il momento che stiamo attraversando è turbolento – chiosa Armani –, ma ci offre anche la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di riguadagnare una dimensione più umana. È bello vedere che in questo senso siamo tutti uniti. Per il retail sarà una prova importante. Agli operatori americani della moda voglio mandare il mio più sentito incoraggiamento per le settimane difficili che dovremo affrontare. Uniti, ce la faremo. Ma dovremo lavorare in armonia: questa è forse la più importante lezione di questa crisi”.

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