Coronavirus

“Le catastrofi richiamano i donatori di sangue”. Parola del dottor Daniele Prati del Policlinico di Milano

La pandemia di coronavirus ha avuto un forte impatto sulle donazioni di sangue. A tal proposito abbiamo intervistato Daniele Prati, direttore del Dipartimento di medicina trasfusionale ed ematologia del Policlinico di Milano, che ci ha parlato anche del ruolo delle analisi del sangue nella cosiddetta “fase 2”.

Lo chiamano l’isola felice. Il padiglione Marangoni dell’ospedale Policlinico di Milano. E non perché abbia qualcosa di speciale, ma perché è l’unico a non essere stato destinato alla cura dei pazienti malati di Covid-19. Si tratta della struttura in cui, in tempi normali, circa 120 persone al giorno si recano a donare il sangue. All’inizio dell’epidemia, la cifra è scesa a non più di 35. Ma è una tendenza che, per fortuna, è durata pochissimo, grazie anche agli appelli e alle rassicurazioni del ministero della salute e della Protezione civile, che hanno spiegato come non ci sia evidenza scientifica di trasmissione del virus attraverso la trasfusione. A quel punto il flusso dei donatori è stato addirittura anomalo, raggiungendo picchi di oltre duecento persone al giorno.

“La risposta dei nostri donatori è stata veramente eccezionale. Qui al Policlinico le persone sono molto motivate e rispondono tantissimo”. A dirlo è Daniele Prati, direttore del Dipartimento di medicina trasfusionale ed ematologia del Policlinico di Milano, che spiega: “Le catastrofi – e questa lo è in qualche modo, data la sua eccezionalità – richiamano i donatori. È avvenuto con l’11 settembre ma anche con i terremoti. L’epidemia però è un po’ più subdola”.

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Il dottor Daniele Prati, direttore del Dipartimento di medicina trasfusionale ed ematologia del Policlinico di Milano. © Cecilia Dardana

L’intervista

Ogni giorno in Italia circa 1.800 persone sono sottoposte a una trasfusione di sangue. Ecco perché, come ha spiegato in un’intervista a La7 Gianpietro Briola, presidente dell’Avis (Associazione volontari italiani di sangue), la donazione “rimane un momento fondamentale per il mantenimento del servizio sanitario nazionale e regionale”. Ma qual è stato l’impatto del coronavirus sulle donazioni di sangue? Com’è cambiata la parte di triage iniziale? Cosa si intende con plasmaterapia? Sono solo alcune delle domande che abbiamo rivolto al dottor Prati.

Dottor Prati, ha notato dei cambiamenti nelle donazioni di sangue da quando è scoppiata l’epidemia di Covid-19?
L’epidemia è scoppiata venerdì 21 febbraio. La settimana successiva siamo rimasti tutti spaventati: se al Policlinico in tempi normali arrivano dai 120 donatori in su, lunedì 24 ne sono arrivati 35. Martedì più o meno uguale. Fortunatamente siamo riusciti a far capire ai donatori che potevano tranquillamente venire a donare il sangue. Così nelle settimane successive, in cui sono stati presi i vari provvedimenti di lockdown, anche grazie agli appelli dello stesso ministero della Salute e della Protezione civile, l’afflusso dei donatori si è invertito: sono arrivate tantissime persone. Abbiamo avuto una settimana, intorno all’8 di marzo, in cui il numero dei donatori è stato addirittura anomalo. Sono venute più di duecento persone.

Avevamo dovuto chiaramente provvedere ad attuare tutte quelle misure per contenere il rischio di trasmissione, per quanto avessimo a che fare con persone apparentemente sane, all’interno della struttura. Per quanto riguarda il distanziamento, abbiamo cercato di limitare l’accesso delle persone all’interno del padiglione, spostando le fasi di attesa all’esterno o in altre stanze. Poi la cosa si è in qualche maniera riassorbita. Questo picco di raccolta ci ha portato a mettere via un tesoretto di unità di sangue, che ci è stato utile anche nelle settimane successive, perché comunque attualmente stiamo raccogliendo circa il 25 per cento di sangue in meno rispetto all’anno scorso.

È anche vero che questo 25 per cento è controbilanciato dallo stesso 25-28 per cento in meno di richiesta di sangue. Poiché l’ospedale si è tutto rinchiuso a seguire i malati di Covid-19, gran parte delle altre attività che riguardano per esempio la chirurgia elettiva – cioè quegli interventi chirurgici che non si fanno d’urgenza, ma che possono essere dilazionati – è appunto stata dilazionata. Tutto ciò che non era urgente è stato spostato. Questo diradamento di alcune attività, che prima venivano garantite ed erano eseguite con regolarità, parallelamente ha portato a una riduzione della domanda.


Tra coloro che vengono a donare si registrano maggiormente nuovi donatori o donatori abituali?
Ci sono stati anche tanti donatori nuovi. È un trend che è descritto in letteratura: le catastrofi – e questa lo è in qualche modo, data la sua eccezionalità – richiamano i donatori. È avvenuto con l’11 settembre ma anche con i terremoti. L’epidemia però è un po’ più subdola, perché intanto dura nel tempo e poi perché può portar via personale e donatori, che magari hanno avuto contatti con persone positive e devono stare in quarantena. Questa riduzione rischia di mettere in crisi il sistema.

L’altra cosa a cui bisogna stare molto attenti è la ripresa delle attività: lì ci potrebbe essere un rimbalzo che potremmo fare fatica a controbilanciare. Noi fortunatamente abbiamo la possibilità di congelare il sangue. Il Policlinico è il centro di riferimento di tutta la Lombardia per quanto riguarda il sangue raro; per questo, invece di tenere le sacche 42 giorni in frigorifero, che poi scadrebbero, le congeliamo. È una cosa che il 95 per cento degli altri centri trasfusionali non è in grado di fare. Quello che eventualmente raccogliamo in più, lo utilizziamo noi oppure lo cediamo ad altri centri che ne hanno bisogno. C’è un sistema a rete piuttosto efficace.

Però l’impressione è che debba accadere sempre qualcosa di catastrofico che in qualche modo risvegli le coscienze dei donatori.
Un po’ sì, noi qui siamo in un’isola felice. Siamo praticamente autosufficienti, non abbiamo bisogno di supporto da strutture esterne, se non in maniera eccezionale. Non è così per il resto di Milano, che dipende dal sangue che viene da Lecco, da Garbagnate, dalla provincia. Il sangue che raccogliamo al Policlinico serve a mezza Milano, lo diamo all’Istituto europeo di oncologia, al Gaetano Pini, al Monzino. Noi sosteniamo tutte queste realtà esterne, oltre al Policlinico stesso.

Donare il sangue all’interno di una struttura che è un Irccs, cioè un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, aiuta anche la ricerca. Noi portiamo avanti tantissimi progetti di ricerca volti a capire come funziona un individuo sano. È difficile capire come funziona la malattia, ma per farlo dobbiamo avere una profonda conoscenza della salute. È quasi dicotomico, funziona come uno specchio. E questa cosa è tanto più importante quando si ha a che fare con i progressi legati alla genetica o alla medicina personalizzata.

Uno va a donare e si dice salvi tre vite, grazie a plasma, piastrine e globuli rossi, ma aiuta anche se stesso a vivere meglio, perché riceve una valutazione medica e clinica periodica che lo aiuta a tenersi sotto controllo. Poi, se il sangue che dona viene inserito in programmi di ricerca, il tutto ha un ritorno notevole sia sull’individuo stesso che sugli altri.


È cambiato il modo in cui viene analizzato il sangue dei donatori in questa fase?
No, non è cambiato, se non al di là di studi clinici. Ci sono alcuni studi, in cui siamo coinvolti anche noi, in cui si vanno a fare dei test aggiuntivi sui donatori che potrebbero essere un’ottima popolazione sentinella per capire a che punto siamo arrivati con l’infezione. Se è vero quello che si dice, oltre ai casi conclamati dovremmo avere forse ancora più casi di persone che magari hanno incontrato il virus e hanno sviluppato gli anticorpi. Il che non significa sempre che siano poi persone protette: avere gli anticorpi significa essere entrati in contatto con il virus. Se poi quegli anticorpi siano protettivi, ancora nessuno è in grado di dirlo. Però potremmo sapere se non altro quanto il virus ha viaggiato e magari, osservando campioni conservati nel passato, riuscire a capire anche quando è stato introdotto. Questa è un’altra informazione che manca. Si dice che probabilmente alla fine di febbraio il virus già circolava più di quanto sembrasse. Gli studi sui donatori potrebbero aiutarci a capirlo.

Non abbiamo cambiato il modo in cui analizziamo il sangue, ma abbiamo intensificato tutta la parte di triage iniziale, durante cui vengono fatte una serie di domande, volte a capire se una persona ha avuto contatti con soggetti a rischio o è a rischio di aver preso l’infezione, viene misurata la temperatura e viene raccomandato ai donatori, dopo aver donato, di fornire delle informazioni qualora sviluppassero sintomatologie particolari. In quel caso noi segregheremmo l’unità di sangue. C’è poi molto interesse per quello che riguarda i donatori che sono guariti dal virus, però si tratta di protocolli sperimentali.

Si riferisce alla plasmaterapia, quella tecnica già utilizzata per altre infezioni respiratorie, come Sars e Mers, che prevede di curare i malati di Covid-19 con il plasma dei pazienti guariti?
Esattamente. È stata usata per Sars e Mers, ma i dati sull’efficacia sono molto scarsi. Nel senso che probabilmente non sono stati condotti gli studi in maniera adeguata o sufficientemente esaustiva. Dalla Cina sono arrivate un paio di segnalazioni di efficacia, ma di efficacia su casi singoli. Ci vogliono degli studi randomizzati, cioè: prendo un gruppo di persone che tratto con il plasma e un altro gruppo uguale a questo, estratto a caso, che non tratto con il plasma. E poi controllo se la mortalità è diversa. Questa cosa in questo momento non è stata fatta.

Tuttavia, c’è interesse lo stesso a selezionare soggetti che abbiano avuto contatto con l’infezione e sviluppato anticorpi. Grazie a questi individui, per esempio, si potrebbero produrre delle immunoglobuline specifiche, magari non tanto da usare sul trattamento dei malati ma in profilassi, quindi cercando di proteggere le persone che potrebbero infettarsi e sono a contatto con l’infezione. Pensiamo agli anziani nelle case di riposo. Nel momento in cui dovesse esserci un ritorno di questa infezione tra qualche mese, potrebbe essere una tecnica efficace.


Secondo lei è un’ipotesi plausibile che il virus si attenui durante la fase estiva e che possa poi ricomparire più avanti?
Io già sono uno che di certezze tende ad averne poche, in questo caso ne ho ancora di meno, perché è un virus che nessuno ha mai visto e francamente mi lascia esterrefatto. Anche affascinato nell’osservarlo. Noi stiamo rallentando la diffusione di un’epidemia, che significa spalmarla nel tempo. Dovremo probabilmente abituarci, perché potrebbe ripresentarsi in futuro, se siamo così bravi a farla sparire in questo momento. Che il caldo aiuti può anche darsi, però non c’è ancora evidenza scientifica.

Pensa che degli esami rapidi del sangue, che identifichino la presenza di anticorpi al virus, possano essere uno strumento efficace per la fase 2?
Io penso di sì. Però non dobbiamo pensare anzitempo che questi esami rapidi del sangue, per esempio quelli che vanno a vedere gli anticorpi, ci dicano sul serio che se uno è stato esposto non può riammalarsi. Sicuramente sono utili, perché sono uno strumento in più, e quindi vanno valutati. Sicuramente sarà utile analizzare i donatori di sangue perché ci darà una bella fotografia di quello che è avvenuto in questi mesi. Ma comunque dovremo imparare a utilizzarli.

Ci sono già cinquanta test depositati al ministero della Salute per essere commercializzati in Italia; di questi pochi sono prodotti in Italia, altri prodotti all’estero. Bisognerà capire qual è il migliore. Il primo lavoro da fare sarà comprendere la sensibilità e la specificità di questi test. Sarà cruciale anche migliorare sia la diffusione, sia la qualità dei tamponi.

In che modo?
Bisognerà farne di più, specialmente nel caso in cui dovessimo affrontare nuove ondate di epidemia, per essere più chirurgici nell’andare a isolare una situazione di riemergenza dell’epidemia. Sulla qualità dovremo migliorare: finora abbiamo usato i primi test che sono arrivati, magari è possibile che con il tempo la qualità di questi test migliori e dia meno falsi negativi, perché ce ne sono stati un po’.

Testare è fondamentale, i test a tappeto sono difficili da fare e a volte possono anche peggiorare la situazione perché – la storia ci insegna – quando si fanno test o terapie a tappeto, si mettono insieme persone e il rischio è quello di facilitare la trasmissione di virus tra i soggetti. Andranno fatti con attenzione e pazienza. C’è un bello studio del New England Journal of Medicine sulla popolazione islandese, a cui hanno fatti tanti test. Però capiamoci: la popolazione in Islanda è molto più esigua di quella di Milano.


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⁉ #IlPresidenteRisponde #Avis Risposta: I #test #sierologici sono test diagnostici che si eseguono normalmente in clinica e servono per misurare soprattutto all’interno del siero e del plasma dei pazienti o dei soggetti sani le quantità di proteine presenti. Queste proteine sono di diversa natura (come l’albumina che è una proteina usata abitualmente dall’organismo per la sua sopravvivenza) oppure si sviluppano durante processi infiammatori (per esempio la proteina C reattiva) oppure sono proteine abbondantemente presenti nel siero, come gli anticorpi e le immunoglobuline, che sono risposte immunitarie del nostro organismo a insulti di tipo infettivo, che danno la cosiddetta “memoria immunologica” (che può essere recente o che può durare per tutta la vita) – – – #donazione #plasma #sangue #piastrine #ig_avis #escosoloperdonare #coronavirus

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Se se la sente di lanciarsi in una previsione per il futuro: come pensa si svilupperà questa situazione in termini di evoluzione e tempistiche?
Dovremo cambiare le nostre abitudini per un po’. Se, come si dice, esistono gli anticorpi protettivi, probabilmente è possibile disegnare un vaccino che funzioni. Con i tempi attuali, entro fine anno potrebbe essere a disposizione un vaccino. Quindi potrei dire: diamoci un anno e mezzo da adesso. Però c’è ancora da capire la storia naturale della malattia: non abbiamo capito bene cosa succede nel malato quando si ammala e perché qualcuno ne esce completamente indenne e qualcuno muore.

Cosa fa la differenza? La quantità di virus che uno inala? Potrebbe essere, ma nessuno l’ha mai provato. Il fatto che il virus trovi un modo per andare, per via sistemica, nei polmoni o negli altri organi? Potrebbe essere, ma anche questo non è mai stato dimostrato. Che ci siano persone che hanno un assetto genetico che facilita un decorso più blando e altre che hanno un assetto genetico che potenzia una risposta anomala che quindi porta a queste conseguenze? Insomma, sono ancora tante le questioni che non abbiamo compreso. Poi su come si sviluppi l’immunità bisogna stare attenti ad affermare che chi è già stato esposto possa rientrare in comunità. Sarà vero? Nessuno l’ha mai dimostrato fino ad ora.

L’immunità di gregge sembra ancora lontana.
Per esserci immunità di gregge la popolazione esposta al virus deve essere nell’ordine del 60 per cento circa. Siamo ancora ben lontani probabilmente. Anche ipotizzando che ci sia un 20 o 30 per cento di persone sane che abbiano già gli anticorpi, siamo comunque lontani. È difficile l’aspetto sociale. Ci parliamo senza vederci completamente, il viso coperto dalla mascherina. Se non altro sarà un grande esperimento sociale.

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