Il filo rosso che da 25 anni unisce Daniele Silvestri e Emergency

A 25 anni dal disco d’esordio, il cantautore Daniele Silvestri racconta l’Italia che non ha perso la calma. Come quella di Emergency, che dal 1994 ha curato 10 milioni di vite.

25 anni di impegno per salvare vite umane lei, 25 anni di carriera tra parole e musica lui. Un quarto di secolo di storia che spesso ha visto incrociarsi le linee temporali di questi due protagonisti del nostro Paese per dar vita a momenti unici. Parliamo della ong italiana Emergency, che dal 1994 ha curato 10 milioni di persone nel mondo, e del cantautore romano Daniele Silvestri, che nel 1994 ha pubblicato il primo di nove album e che si appresta a celebrare questo traguardo con un tour nei palazzetti in partenza il 19 ottobre da Roseto degli Abruzzi. Uno dei momenti in cui la vita di Silvestri si è incrociata con quella di Emergency è stato quest’estate, quando il cantautore è salito sul palco dell’arena civica di Milano in occasione dell’incontro nazionale della ong. Quella è stata l’occasione per farsi raccontare da Silvestri qualcosa di questi anni trascorsi in un’Italia che ha cambiato stile diverse volte, per risvegliarsi, ogni volta, uguale a se stessa.

L'ambulatorio di Emergency a Castel Volturno, in provincia di Caserta, Italia
L’ambulatorio di Castel Volturno, in provincia di Caserta, Italia © Alessandro Cinque/Emergency

Quest’anno Emergency compie 25 anni. Per te che l’hai sempre sostenuta, cosa significa questo compleanno?
Questo anniversario coincide anche con i miei 25 anni di carriera, era sempre il 1994 quando ho pubblicato il mio primo disco. O quando Silvio Berlusconi ha deciso di scendere in campo…

O quando Roberto Baggio ha sbagliato quel rigore…
Esatto, sono stati anni intensi. Di tutte queste cose, però, l’unica veramente interessante è Emergency. Non era affatto scontato che sarebbe arrivata a festeggiare 25 anni. Ci vuole la tempra di Gino [Strada, ndr], della sua famiglia e del sostegno di tutte le persone coinvolte, dai medici a tutti coloro che ci hanno messo tanta passione. Passione che io capisco e che allo stesso tempo ammiro. La capisco perché so, per esperienza diretta, sul campo, che ti trasforma la vita. Cambia il modo in cui si dà valore alle cose, cambiano le proporzioni a cui la nostra “facile” vita occidentale ci abitua. Quindi festeggiare questi 25 anni è fondamentale perché per loro è un rilancio, ed è una speranza. Affrontano moltissime spese ed è giusto che vengano ripagate. Magari qualcuno non li conosceva prima e oggi ci ripensa, aiutandoli e capendo che è meglio incrociare la propria vita con la loro. Non esiste solo Emergency, ma se c’è un’organizzazione per cui ho sempre messo la mano sul fuoco in tutti questi anni, è proprio Emergency.

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Nell’album Il padrone della festa che hai realizzato con Max Gazzè e Niccolò Fabi c’è una canzone che parla di Africa, Life is sweet, nata dopo un viaggio fatto insieme al Cuamm. Puoi raccontarci qualcosa di quell’esperienza?
Si tratta, ancora una volta, di una piccola, breve parentesi all’interno di vite privilegiate. È stata una scelta fatta anche in sordina, dal nostro punto di vista, che poi è evoluta. Il Cuamm è un’ong che ha sede a Padova ed è guidata da don Dante. Anche loro avevano bisogno di visibilità. Ma è nato tutto in sordina, da un’idea di fare un viaggio dentro noi stessi, di vivere un’esperienza il più possibile vera, che poi si è trasformata ed è diventata dapprima un disco e poi un tour. Ma inizialmente l’idea era di partire con uno zainetto e un po’ di antizanzare, lasciare il bagaglio di 20 anni di carriere personali e di sovrastrutture e di cose che ti si cristallizzano, nel bene e nel male, e tornare allo spirito originario con cui fai un mestiere così bello e pieno di curiosità e avventura. Questo è il come e il perché siamo partiti. Poi tutto quello che pensavi prima non conta più nulla.

Dove siete stati?
Siamo stati in Sud Sudan che in quel periodo era appena uscito da 20 anni di guerra civile, salvo poi tornarci, per fortuna per un breve periodo. Noi eravamo lì quando si cominciavano a vedere e a sentire nuovamente le armi. È un territorio immenso pur essendo una porzione di quello che era il Sudan prima [dell’indipendenza, ndr]. Non esistono infrastrutture, strade e non solo, e questo lo rende ancora più vasto. Gran parte del nostro viaggio, come abbiamo cercato di raccontare nella nostra canzone, si è scontrata con difficoltà apparentemente banali che però hanno voluto dire molto per noi. Percorrere cinque chilometri può sembrare niente, ma a volte fanno la differenza tra la vita e la morte. Poter attraversare quel fiume, quel tratto di terreno minato, quella zona divisa tra le etnie che si combattono in vari modi, le diffidenze, e tanto altro. Durante questo percorso, che ha toccato tre ospedali molto diversi tra loro, tra cui due gestiti dal Cuamm, abbiamo imparato a conoscere le persone che ci lavorano, a scoprire i loro occhi. Molto spesso sono ragazzi o dottori di chiara fama che a un certo punto hanno deciso di dedicare le loro vite ad altro. Come succede con Emergency. Ce ne sono tante di queste associazioni umanitarie e alcune sono particolarmente meritevoli perché si muovono con una dose di umanità totale.

In una tua recente esibizione presso il nuovo Apple Store in piazza Liberty a Milano hai dato una nuova chiave alla canzone Le navi. Nata come una canzone di umanità, è diventata, nel corso degli anni, politica. Addirittura sovversiva viste le ultime notizie sul tema migranti.
Quella canzone racconta una serie di storie attraverso un esempio, neanche così esplicito, di vita vissuta. Le loro sono vite, come le nostre. Saremmo potuti essere noi a dover scegliere se restare uguali e morire senza speranza alcuna o se incamminarci correndo il rischio più grande di tutti: trovare la morte in mare e non arrivare a destinazione. Spesso quelle storie [dei migranti, ndr] sono agghiaccianti. Il terrore è nel tragitto. Dover discutere se sia giusto o no salvare delle persone che rischiano la loro vita è incredibile, lo trovo incomprensibile. Mi sembra di aver sbagliato pianeta quando sento certe cose.

Che salpino le navi, si levino le ancore e si gonfino le vele. Verrano giorni limpidi e dobbiamo approfittare di questi venti gelidi, del greco e del maestrale. Lasciamo che ci spingano al di là di questo mare e non c’è più niente per cui piangere o tornare. Si perdano i rumori e presto si allontanino i ricordi e questi odori. Verranno giorni vergini e comunque giorni nuovi, ci inventeremo regole e ci sceglieremo i nomi e certo ci ritroveremo a fare vecchi errori ma solo per scoprire di essere migliori. Mentre tu intanto nel tempo che resta sei qui accanto e già molto diversa e bellissima sei bellissima.Le navi, Daniele Silvestri

Quindi oggi quella canzone rimane tra le più politiche che ho scritto, quando dovrebbe essere quasi una canzone banalmente umana, retorica, e facilmente condivisibile. Non lo è, e questo è agghiacciante. Non ci sono molte cose che misurano così facilmente la nostra capacità di dare un senso alla vita, se non quella di soccorrere chi ha bisogno. Non dobbiamo essere tutti eroi, tutti attenti, ma di fronte a una persona che ha bisogno, puoi chiudere le porte? È come negare la nostra storia, la storia del Mediterraneo e della cultura occidentale che gli è nata attorno.

daniele silvestri
Daniele Silvestri © Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Giffoni

A tal proposito a Lampedusa c’è La porta d’Europa di Mimmo Paladino, realizzata con la collaborazione di un’altra ong Amani attiva in Africa. E rappresenta la porta d’ingresso di chi dal mare vorrebbe entrare nel Vecchio continente.
E noi invece la chiudiamo.

Il padrone della festa è un’altra canzone nata dalla collaborazione con Fabi e Gazzè che è chiaramente una dedica al nostro pianeta, alla Terra. Cosa pensi del nuovo movimento per il clima nato grazie alle azioni di Greta Thunberg?
Quella canzone nasceva dalla sensibilità di Niccolò, da un’idea indefinita che aveva nel cassetto. C’era l’idea “del sasso sotto il culo”, del pianeta come luogo da difendere e da lasciare a qualcun altro, senza avere la presunzione di possederlo, visto che in realtà ci ospita. Le politiche che mettono al centro il clima e l’ambiente sono uno dei pochi linguaggi che riesce a trovare strada nelle nuove generazioni, un po’ abbandonate, se non a sé stesse, ai loro schermi digitali. Quando sento parlare di politiche ambientali, penso ai miei figli, alla loro scuola. Le politiche ambientali sono ciò che li mette d’accordo, che fanno percepire loro una causa come vera. E per quella causa si sentono – giustamente – in diritto di mettere in discussione l’autorità che non la mette al centro della propria azione. Sotto quel cappello, sulla stessa strada si ritrovano vari movimenti, con un’omologazione al contrario di battaglie minoritarie il cui avversario non è più soltanto il silenzio, colpevole, e l’indifferenza. Adesso è palesemente il disprezzo, l’attacco volgare e ignorante. E parlo ovviamente anche di chi usa i social network come strumento di questo atteggiamento. Diventa però più facile anche vedere come alcune di queste battaglie siano ancora valide.

Nel 2019 hai avuto grande successo al festival di Sanremo con la canzone Argentovivo. Per chi ti conosce e ascolta fino da quel fatidico 1994 è facile cogliere un fil rouge che ti segue fino ad oggi. Come giudichi quest’anno e quali sono i tuoi prossimi progetti?
Non sono orgoglioso dei numeri, ormai irrilevanti, ma perché ha scoperchiato, almeno per me, un vaso di pandora. Siamo stati investiti da una serie di racconti, di storie, sia tristi che fortunate, sui rapporti con gli adolescenti, quando non erano addirittura gli adolescenti stessi a riconoscersi o arrabbiarsi per quella visione. Sono stato spietato e Rancore [il nome del rapper che canta con Silvestri e Manuel Agnelli in Argentovivo, ndr] mi ha seguito alla perfezione.

L’intento era quello di dare uno spaccato violento del baratro possibile per un sedicenne di oggi. Toccando, più o meno apertamente, argomenti che sono tutti correlati tra loro: l’insegnamento, la didattica e la pedagogia sono in crisi perché il mondo è cambiato in un modo subdolamente morbido e anche molto affascinante, e in questo non c’è il tentativo di demonizzare il mezzo che abbiamo in mano [lo smartphone, ndr]. Il mondo è cambiato senza che avessimo le istruzioni per l’uso, senza che ci fosse dietro un pensiero di società da perseguire, senza che ci fosse l’obiettivo di migliorarsi come specie, come collettività. Questo ha generato un distacco con l’autorevolezza, non l’autorità, di chi dovrebbe educare, come lo Stato nelle sue istituzioni preposte allo studio e all’insegnamento, fino ai singoli. E questo concetto è sentito tantissimo. Lo sapevo, ma non in questa quantità. Ho scoperto mondi affascinanti, interessantissimi. Tante storie dolorosissime.

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Ci hanno accusato di aver aperto una finestra importante, ma di averlo fatto con le parole sbagliate. E io lo capisco, forse è persino quello che volevo. Non sono le mie parole, ma quelle possibili di un sedicenne. Potrei risponderei io a quelle parole, ma il mio intento era di far venire agli altri la voglia di rispondere. E di quello sono entusiasta.

Quello che si dice una provocazione positiva.
Esattamente. Il nostro futuro dipende anche da come pensiamo di educare e dove pensiamo di far crescere chi ci seguirà. Per questo vale la pena pensarci.

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