Desertificazione, la Cop17 in Mongolia si conclude con nuovi rinvii

I negoziati sulla desertificazione alla Cop17 sono stati particolarmente difficili, con gli Stati Uniti che hanno bloccato numerose decisioni.

Dopo due settimane di negoziati si è conclusa a Ulan Bator la diciassettesima Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla lotta alla desertificazione (Cop17). Il vertice, come riportato dalla stampa internazionale e dalle organizzazioni non governative, ha visto protagonista soprattutto un paese: gli Stati Uniti. Numerosi punti in discussione hanno registrato infatti una decisa opposizione da parte della delegazione inviata dal governo di Washington: nel corso delle discussioni a suscitare obiezioni sono stati, ad esempio, tutti i documenti che contenessero le parole “riscaldamento climatico”. Ma anche su uguaglianza di genere, migrazioni e diritti dei popoli autoctoni, gli Stati Uniti hanno impedito di fatto avanzamenti. Una strategia che ha suscitato anche le critiche di altre delegazioni, mentre le discussioni erano ancora in corso.

I paesi africani chiedevano un piano d’azione comune sulla siccità: ci si riproverà tra due anni

La situazione, al termine della Cop17, era talmente tesa che c’è chi si è perfino rallegrato per il solo fatto che il processo negoziale sotto l’egida della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (Unccd) non si sia del tutto interrotto e che la prossima Cop18 si terrà effettivamente, come previsto, a Sharm el-Sheikh, in Egitto, tra due anni.

Il risultato è che su uno dei grandi temi legati alla desertificazione, quello delle ondate di siccità generate o esacerbate dai cambiamenti climatici, non è stato possibile trovare un accordo. Esattamente come accaduto alla Cop16 che si era tenuta in Arabia Saudita nel 2024, i governi non sono riusciti a raggiungere un accordo su un piano d’azione comune che impegnasse il mondo intero, come richiesto a gran voce soprattutto dai paesi africani.

Un momento della cerimonia di apertura della Cop17 sulla desertificazione in Mongolia
Un momento della cerimonia di apertura della Cop17 sulla desertificazione in Mongolia © Unccd/Kiara Worth

Qualche passo avanti, in questo senso, è stato effettuato sulla Partnership mondiale di Riad del 2024 per la resilienza di fronte alla siccità, ma ancora non è stato possibile passare all’operatività. Ma la segretaria esecutiva dell’Unccd, Yasmine Fouad, ha dovuto arrendersi di fronte all’impossibilità di trovare un terreno d’intesa: “La creazione di uno strumento mondiale per la lotta alla siccità sarà ridiscussa tra due anni”. Per lo meno, resta in piedi il mandato alla stessa Convenzione Onu “di proseguire il lavoro”.

Stanziati 1,3 miliardi di dollari per 45 progetti, ma ne servirebbero uno al giorno

Con grande enfasi è stato poi annunciato lo stanziamento di 1,3 miliardi di dollari https://www.euronews.com/2026/08/29/cop17-in-mongolia-wraps-up-with-13-billion-dollars-of-green-investment-pledge per 45 progetti di restaurazione di terre in 23 paesi. Una cifra che però appare una goccia nel mare, se si tiene conto che secondo la stessa Unccd occorrerebbe un miliardo al giorno, di qui al 2030, per ripristinare i suoli ormai degradati in tutto il mondo.

Ancor meno importante, in termini di dimensioni, è lo strumento finanziario lanciato dall’Unccd e dal Lussemburgo (Drought resilience investment facility) che punta a stanziare 400 milioni di dollari di fondi pubblici e privati a favore della lotta alla siccità.

Di fatto, con la mancanza di precipitazioni che in alcune regioni del mondo si annuncia catastrofica per via dell’emergere di un El Niño particolarmente severo, dopo la Cop17 restano ancora senza risposta tutte le domande poste dalla stessa segretaria esecutiva Fouad: “In futuro i paesi saranno preparati meglio di fronte alla siccità? Le terre degradate saranno restaurate? I finanziamenti giungeranno a dei progetti fattibili? E le popolazioni vedranno un miglioramento concreto delle loro condizioni di vita?”.

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