Coronavirus

Coronavirus, in caso di contagio tra i detenuti le carceri rischiano il collasso. Rivolte in tutta Italia, 12 morti

A causa del sovraffollamento, in caso di contagio da coronavirus nelle carceri, la situazione diventerebbe ingestibile. Intanto, si moltiplicano le rivolte.

Aggiornamento 10 marzo ore 21:30 – Sono 12 in tutto i detenuti che sono morti nelle carceri italiane a seguito delle rivolte. Nove di loro hanno perso la vita a Modena; gli altri tre a Rieti. Numerosi anche gli episodi di violenza nei confronti di agenti della polizia penitenziaria.

 


Da potenziali ad effettive. Sono realtà le rivolte e le proteste nelle carceri italiane. In 27 penitenziari sparsi su tutta la penisola i detenuti sono in agitazione. Molti chiedono l’indulto e l’amnistia, lamentando la paura del contagio del coronavirus. Altri protestano perché le misure varate dal governo per combattere l’emergenza comprendono anche una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti. Dopo che ieri, per gli stessi motivi violenti, la rivolta registrata nel carcere di Modena aveva portato alla morte di sei detenuti, oggi ribellioni sono state registrate in penitenziari importanti come San Vittore a Milano, Rebibbia a Roma e Ucciardone a Palermo.

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Rivolta nelle carceri sovraffollate
La situazione da potenzialmente esplosiva è scoppiata nelle ultime ore nelle carceri italiane © i detenuti sul tetto alla casa circondariale San Vittore, Milano, Ansa

Il carcere al tempo del coronavirus. Le rivolte dei detenuti

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede informerà il Parlamento mercoledì 11 marzo, alle 17. Intanto, sono sei i detenuti deceduti ieri in carcere a Modena a seguito della rivolta di domenica pomeriggio. Lo comunica un nota della questura modenese. Tre sono morti nel carcere della città emiliana ed altri tre nei penitenziari dove erano stati trasferiti: a Parma, Alessandria e Verona. Due decessi sarebbero riconducibili all’uso di stupefacenti, mentre il terzo detenuto è stato rinvenuto in stato cianotico, di cui non si conoscono le cause.

Gli altri reclusi deceduti sarebbero morti per overdose da psicofarmaci. Erano stati trasferiti poco dopo le violente proteste che avevo interessato anche l’infermeria e da cui erano stati prelevati diversi farmaci. Ma la situazione peggiore è quella registrata a Foggia, dove si segnalano numerosi evasi dal carcere in rivolta. Quattro di loro sono stati fermati sulla tangenziale di Bari: avevano rubato un’auto, intercettata dalle forze dell’ordine grazie al numero di targa. Nel frattempo il penitenziario foggiano sarebbe ancora in mano ai rivoltosi.

Come a Modena, i detenuti chiedono l’indulto e l’amnistia, ma il malessere non sembra derivare solo dalla situazione di emergenza dettata dal coronavirus: nella casa circondariale attualmente ci sono 608 detenuti, numero al di sopra della capienza ottimale che sarebbe di 365. Caos anche nel carcere di San Vittore, nel centro di Milano, dove la protesta è esplosa lunedì mattina: i detenuti hanno preso il controllo di un intero raggio, distruggendo gli ambulatori. Quando la protesta sarà esaurita ci sarà il problema del trasferimento dei detenuti: alcune sezioni del carcere, infatti, risultano inagibili. Ciò aggrava la situazione lombarda  che alla presenza di circa ottomila detenuti risponde con soli seimila posti.

Un sistema che non funziona

Forse il coronavirus non entrerà nelle carceri. Ma se ciò dovesse accadere, le misure di gestione dell’emergenza epidemiologica da covid-19 negli istituti penitenziari italiani si rivelerebbero di fatto impraticabili per via del grave sovraffollamento. Mentre perfino l’Iran ha varato misure alternative al carcere, da noi le direttive parlano, in caso di contagio, di porre i detenuti in celle singole per l’isolamento sanitario. Difficile, tuttavia, comprendere in che modo ciò possa essere organizzato, tenendo conto del fatto che, secondo gli ultimi dati, in Italia abbiamo circa 61.500 detenuti per un totale di 47.231 posti effettivi. E non ci sono celle vuote, semmai ce ne sono di inagibili.

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Le misure anti-contagio dei detenuti nel decreto legge del 2 marzo

Il decreto legge emanato il 2 marzo ha disposto, da un lato, che “le articolazioni territoriali del servizio sanitario nazionale assicurano al ministero della Giustizia idoneo supporto per il contenimento della diffusione del contagio da coronavirus”. Ciò accadeva già nei giorni scorsi, “con le tende montate davanti a vari istituti penitenziari lombardi, dove vengono controllati quei detenuti cosiddetti ‘nuovi giunti’ che devono fare ingresso in carcere”, spiega Carlo Lio, garante dei detenuti o privati della libertà della Lombardia.

carceri coronavirus
Le carceri devono affrontare i rischi di contagio da coronavirus © Franco Origlia/Getty Images

Dall’altro lato, con lo stesso decreto il governo ha stabilito che per 30 giorni negli istituti presenti nelle “zone rosse”, i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si effettuano via telefono o con videochiamata. “Dove questo è tecnicamente possibile, e non lo è molto spesso”, racconta Lio.

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“L’isolamento degli isolati” e i diritti dei detenuti

“Questa emergenza si somma ad una situazione già compromessa – spiega Lio – dal sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia”. Inoltre, spetta al magistrato di sorveglianza, che si dovrà assumere la responsabilità della decisione in ogni caso, anche quelli di contagio, valutare se vadano sospesi e confermati i permessi premio o i provvedimenti di semilibertà, ovvero le uscite diurne dal carcere. “I provvedimenti adottati sono anche comprensibili, ma isolano i detenuti e vanno applicati con la massima attenzione alla specificità delle singole situazioni, così da non rischiare di andare oltre lo stretto necessario, isolando dall’esterno ancor di più chi vive già in modo ristretto”. Sentirsi abbandonati in carcere può essere infatti drammatico.

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“Per rispettare la normativa vigente”, continua il garante lombardo dei ristretti della libertà, “ho sospeso le mie visite nelle carceri regionali per ascoltare i bisogni dei detenuti”. Eppure da alcuni istituti arrivano segnalazioni di chiusure ingiustificate rispetto all’obiettivo unico di limitare la diffusione del virus. Chiusure che, come segnala anche il garante nazionale dei diritti dei detenuti, “incidono anche sui diritti delle persone incarcerate e che sembrano essere il frutto di un irragionevole allarmismo che retroagisce determinando un allarme sempre crescente che non trova fondamento né giustificazione sul piano dell’efficacia delle misure”.

“Bisogna ripensare il carcere, anche al di là dell’emergenza coronavirus”

“Bisogna ripensare il carcere a monte della situazione di emergenza che stiamo vivendo, dobbiamo mettere al centro la dignità dei detenuti riducendo il numero di persone presenti dietro le sbarre”, conclude Carlo Lio. Le misure di semilibertà, che comportano oggi un passaggio quotidiano rischioso da dentro a fuori delle carceri, e viceversa, potrebbero in molti casi essere trasformate in affidamenti in prova al servizio sociale. In tal modo i detenuti vivrebbero le loro giornate interamente in comunità esterne. Una questione di senso civico, con l’obiettivo di cooperare tutti nella stessa direzione.

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