Don Ciotti. Il Vangelo, la Costituzione e la pizza buona

Hanno ristrutturato una fabbrica, hanno tirato fuori il coraggio di far accedere il pubblico al Gruppo Abele di don Ciotti con gli ingredienti di Libera, il forno di Matteo Aloe, i prodotti bio Alce Nero. Il posto è luminoso, solare, profuma di pizza, ci sono murales, tavoloni di legno, ragazzi e ragazze, colori, spazio. Qui, è tutto buono.

Un giardino abbellito all’ultimo momento e i murales che ancora sanno di vernice fresca accolgono chi entra nella fabbrica del Gruppo Abele in queste ore, subito dopo l’inaugurazione. Una volta dentro, luce, pantografi industriali, tavoloni di legno recuperato, tanta gente e profumo di pizza ovunque.

La conferenza stampa di presentazione della pizzeria Berberè al 'centro commensale' Binaria, a Torino, con don Luigi Ciotti, Lucio Cavazzoni di Alce Nero, i fratelli Matteo e Salvatore Aloe © Francesca Sara Cauli
La conferenza stampa di presentazione della pizzeria Berberè al ‘centro commensale’ Binaria, a Torino, con don Luigi Ciotti, Lucio Cavazzoni di Alce Nero, i fratelli Matteo e Salvatore Aloe © Francesca Sara Cauli

Questo è Binaria, il “centro commensale” del Gruppo Abele

C’è la pizzeria, il negozio, la libreria e lo spazio bimbi, ma non è un centro commerciale, ci tiene a scrivere ovunque don Luigi Ciotti, bensì un “centro commensale”. Perché qui a Torino il Gruppo Abele ha deciso, con Berberè e Alce Nero, di proporre alla città uno spazio conviviale, dove chi ti sta accanto è appunto un commensale, dove l’economia è veicolo di scambio culturale e strumento di bene comune. Qui infatti ogni pizza, ogni cosa venduta, ogni libro – dai prodotti delle comunità a quelli di Libera Terra fatti nei terreni confiscati alle mafie – verranno devoluti alle iniziative del Gruppo Abele in Costa d’Avorio e in Messico, propaggini di un gruppo che da 50 anni s’industria per saldare la solidarietà e i diritti, servizi d’accoglienza e denuncia politica delle cause della povertà.

Dunque qui a Binaria, oltre al coloratissimo ingresso di via Sestriere 34, viuzza all’angolo di corso Trapani, ora si trova la pizzeria bio Berberè, la libreria Binaria Book, la Binaria Bottega (con prodotti agroalimentari a marchio Semina e quelli per la cura del corpo Amàla, frutto del lavoro delle varie comunità del Gruppo Abele, e quelli di Libera Terra, dalle cooperative sui terreni confiscati alle mafie) e lo spazio Binaria Bimbi. E c’è, naturalmente, don Luigi Ciotti.

 

Il nome “Binaria” ha un significato davvero bello. Quale?

Quando due stelle si illuminano a vicenda, si chiamano binarie. In cinquant’anni di storia, sono state due le stelle polari che hanno orientato il nostro cammino: l’accoglienza e la cultura.

Siamo partiti dalla strada, dall’accoglienza, che resta per noi prioritaria,  ma subito ci siamo accorti che il servizio alle persone andava legato allo studio sulle cause della povertà. Così, la solidarietà si salda all’impegno per affermare i diritti e contrastare le diseguaglianze.

Don Luigi Ciotti © Francesca Sara Cauli
Don Luigi Ciotti © Francesca Sara Cauli

L’idea di chiamar Binaria “centro commensale”, non commerciale, è sua, vero?

Commensale perché le persone, la convivialità, la comunità vengono prima delle merci. Commensale perché questo spazio è nato con l’idea di favorire l’incontro, di riconoscerci nelle diversità, di cercare l’umano che ci accomuna. Commensale perché è uno spazio pubblico, un bene comune, una porta aperta al quartiere e alla città.

 

Chi viene a Binaria, oggi, cosa trova?

La concretizzazione di queste due stelle che si illuminano a vicenda. Qui trovate la nostra anima. Qui c’è la cultura, le nostre librerie, le aule, gli strumenti di ricerca. Ci sarà anche una bottega d’antiquariato, già c’è qualcosina ma arriveranno anche altri oggetti. Alcuni ce li ha donati il presidente Oscar Luigi Scalfaro, tra cui un vaso cinese preziosissimo, molto altro arriverà da cantine, vecchi mobili.

Un punto di riferimento dell’accoglienza con prodotti che provengono dalle nostre comunità, dai prodotti delle cooperative e di quelli confiscati alle mafie, coltivati sui terreni confiscati ai grandi boss. Dietro a quei prodotti c’è una storia difficile, perché, pensate, non c’è neanche una delle cooperative aperte sui beni mafiosi che le mafie non hanno distrutto, incendi, minacce. Ma hanno per questo un valore in più, di cui abbiamo bisogno perché è il lavoro dà la dignità alle persone.

Binaria vuol dire solidarietà, perché per ogni libro e ogni pizza c’è una quota che va alle persone in difficoltà. In Africa il Gruppo Abele è da 33 anni, e in Messico il Gruppo opera negli immondezzai, dove vivono 2500 famiglie. Non si può mangiare qui, se non si pensa a chi non può mangiare, altrove.

 

Qui in ciò che si vede, si sente e… si addenta, dai libri alla pizza, dai murales ai prodotti da mangiare e ai cosmetici, ci sono valori che lei vuole ricordare, sottolineare. Quali?

C’è la cultura: la nostra libreria, le nostre riviste, le nuove aule. C’è l’accoglienza: nei prodotti che provengono dalle nostre comunità e in quelli dei beni confiscati alle mafie dove tanti giovani ritrovano lavoro e dignità. C’è l’impegno per costruire giustizia, il ricavato delle vendite – beninteso! – sostiene i nostri progetti all’estero. C’è l’educazione negli spazi per i bambini e le famiglie, perché l’essere cittadini, se non vuol ridursi a etichetta, ad “abito della domenica”, deve cominciare dai primi anni di vita, imparando insieme la libertà, la responsabilità, la cura del bene comune.

 

Sarà la pizza, ammettiamolo, il più forte richiamo di Binaria, giusto?

Certamente, ma non è una novità! Per noi è un prodotto “mille stagioni”, pochi ricordano che 45 anni fa (primi anni ’70) avevamo già aperto una  pizzeria come Gruppo Abele. All’epoca andavo a dormire sui treni di Porta Nuova, incontrai un giovane napoletano che aveva fatto il pizzaiolo. Abbiamo aperto una pizzeria, in via Genova, che si chiamava “Il punto della situazione”. Adesso, tra pochi giorni voglio mettere qui il poster con i menù che avevamo lì. Avevamo anche provato a fare cose nuove, avevamo inventato… i tortellini alla carbonara!  Facevamo sconti a tutti, ai ragazzi difficili, a chi veniva dal carcere, ai militari che non ce la facevano con la diaria.

 

Oggi, la pizza la fanno gli Aloe di Berberè. Come la trova, personalmente?

È una versione sopraffina – per qualità e inventiva – della pizza, quella che questi giovani vulcanici, creativi, contagiosi per entusiasmo e passione sono capaci di sfornare. Amici con cui ci siamo intesi dal primo istante, con cui costruiremo senza dubbio tante cose belle e utili. Ora il problema è far venire le persone qui, per far assaggiare i prodotti Libera, Alce Nero, e la migliore pizza che c’è in Italia.

 

Berberè ha un po’ la vocazione a installarsi in luoghi contigui al disagio. A Bologna hanno scelto di piazzarsi nel quartiere del degrado universitario.

A dare la direzione del futuro del mondo saranno i poveri.

 

Coincide con la sua… missione. Lei stesso, come definirebbe il suo impegno, la sua opera?

Ho cominciato a diciassette anni a vivere sulla strada. Non ero ancora sacerdote. Quando avevo vent’anni è nato il Gruppo Abele, che ha cinquant’anni. Ho sempre difeso un valore fondamentale, il pluralismo. Quando sono stato ordinato sacerdote c’erano già anche le prime comunità e le prime cooperative di lavoro per dare una mano ai giovani a trovare un senso, un significato, un’identità sociale.

Il lavoro non è un optional, dà un reddito che ti permette di essere una persona libera. Dà una dignità umana.

Detto questo, la preoccupazione di creare le nuove opportunità lavorative, l’accoglienza, la dimensione culturale sono connaturate alla mia storia. Carità e giustizia sono indivisibili.

Sono anche convinto che  è il noi che vince. Non è mai opera da navigatori solitari. Per me, cercare strade di cooperazione, di lavorare insieme, di trovare il modo di raggiungere un obiettivo comune, con delle forze oneste per diventare una forza, è stato sempre lo scopo della mia vita. Tanto è vero che il Gruppo Abele si chiama “gruppo”. Da cui son gemmati il coordinamento delle comunità di accoglienza, nasce la Lega Italiana Lotta all’Aids che ho presieduto all’inizio, nasce dopo le stradi di Capaci e di via d’Amelio Libera. È sempre stato il “noi” ad accompagnarci nell’arco di questi anni. Qui, ora, è un altro “noi”.

 

Chi è questo nuovo, altro “noi” a Binaria?

È fatto da imprese sociali di ragazzi entusiasti, creativi, di grande intelligenza, che non hanno dimenticato di mettere la persona al centro, di dargli dignità, di creare modalità che rendono protagonista chi lavora. Li ho visti a Bologna, li ho visti all’Expo 2015 e ho deciso: facciamo qualcosa insieme. Unendoci. Faremo anche una scuola di cucina vegetariana con Simone Salvini, vuol dire moltiplicare la coscienza,  la conoscenza, formare la gente, educare i ragazzi a sprecare di meno, a fare attenzione alla salute. Una miscela di elementi che mi sembrano importanti.

Nel giardino, ha notato una piattaforma di cemento?

 

Sì, cosa farete, la rimuoverete?

No. Arriverà un container di dodici metri da Gioia Tauro, quelli che si vedono sulle navi. E qui, in quel piccolo giardino che abbiamo costruito a tempo di record, lo collocheremo, lo arrederemo per farlo diventare la stanza del silenzio. Aperta a tutte le espressioni religiose. Si trova già qualcosa di simile in qualche aeroporto internazionale, a Torino c’è nell’Ospedale Molinette. Un luogo dove chiunque, in cerca di una dimensione più profonda e spirituale,  di qualunque religione, possa trovarla in silenzio. Che bello, questo. Un altro “noi”.

 

Cosa pensano i suoi ragazzi di questa nuova attività?

Sono entusiasti. I tavoli di là li hanno fatti loro. I prodotti agricoli, sono loro. Vedere che c’è un luogo dove la gente viene e apprezza il loro lavoro, dà dignità. Nella bottega ci sono oggetti e creme fatte dalle drop house, dietro a cui ci sono il lavoro e le storie di tante donne. È una gioia. Poi, molti prodotti Alce Nero provengono da cooperative, segno che unendo le forze si riesce a graffiare la realtà, a dar gamba alla cooperazione, a fare cultura. Per questo abbiamo, di là nella bottega, la scritta in grande “coltivare il futuro”.

 

Parla a più riprese di cultura, ma mi pare che il suo uso del termine non richiami per nulla il significato aulico. Cos’è, per lei, cultura?

Cultura come conoscenza. Conoscere per diventare persone più responsabili. Se c’è oggi un grave peccato, è il peccato del sapere, la mancanza di profondità. C’è troppo sapere di seconda mano e per sentito dire, c’è troppo virtuale, c’è un’informazione usa e getta.  La cultura per me quindi è conoscere per diventare cittadini responsabili, non cittadini a intermittenza, persone che colgono che il cambiamento comincia da ciascuno di noi, diventando un pungolo propositivo se le istituzioni non fanno il loro dovere. Una malattia grave del nostro Paese è la delega, la rassegnazione, l’indifferenza.

 

Questa è proprio una missione.

Ridare dignità, speranza alla gente, dare una mano ad aiutare a saldare la terra, il bisogno di giustizia quaggiù, con il cielo. Trovo nel Vangelo il mio grande punto di riferimento come sacerdote, nella Costituzione italiana come cittadino.

 

Grazie di cuore, don Ciotti.

Adesso mangi la pizza, che è buona!

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