Editoriale

Don’t look up, tra cinema e clima

Don’t look up non è altro che una metafora del tempo che stiamo vivendo: quando il cinema si fa satira e caricatura.

Sappiamo cosa dobbiamo fare e sappiamo entro quando dobbiamo agire per evitare la catastrofe. Eppure facciamo finta di niente e andiamo avanti come se nulla fosse. Con queste parole, stavolta, non parliamo di crisi climatica, bensì della trama di Don’t look up, il film di Adam McKay interpretato da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence disponibile ora su Netflix.

La trama di Don’t look up, disponibile su Netflix

La trama di Don’t look up è molto semplice: una dottoranda in astronomia (Kate Dibiasky interpretata da Lawrence) scopre l’esistenza di una cometa gigante che, nel giro di sei mesi e quattordici giorni, colpirà la Terra, distruggendola, con una probabilità pari al 99,78 per cento (“perché agli scienziati non piace dire il 100 per cento”).

Nonostante la scoperta devastante, terrificante, tragica e chi più ne ha più ne metta la reazione della politica, del circo mediatico “a misura di consumatore” è pressoché nulla. Si decide di “attendere e accertarsi” come se questa fosse una delle tante notizie, dei fatti che giorno dopo giorno vengono dati, assimilati e digeriti. La distanza tra l’assunzione e la digestione (e quindi l’evacuazione) è commisurata al chiasso che provoca nell’intestino digitale, più che reale. Questa catastrofe è analizzata come qualsiasi altra notizia, con i clic.

Una notizia dal sapore di estinzione che non ha reazioni, commenti e condivisioni a sufficienza per smuovere le coscienze che dovrebbero salvarci dopo aver metabolizzato. È il caso del personaggio della presidente degli Stati Uniti d’America Orlean, magistralmente interpretata da Meryl Streep, che decide di fare qualcosa solo nel momento in cui capisce che conviene, nei sondaggi ed economicamente.

Il parallelo tra la cometa e la crisi climatica

Il parallelo tra come viene trattata questa catastrofe e la crisi climatica in corso è evidente in ogni sfumatura. Dalla presenza del professor DiCaprio che ormai interpreta, per sua stessa ammissione, solo film che abbiano un sotto testo ambientale, al sostegno alla campagna popolare per un taglio delle emissioni Count us in. Dalla snervante incapacità degli scienziati di far passare messaggi drammatici e scoperte dal sapore epocale, fino alle percentuali di precisione della catastrofe stessa e al tempo necessario per mettere in atto soluzioni per salvarci (il tempo dell’azione). Perché conosciamo il problema, ma avremmo anche gli strumenti per risolverlo. E quindi salvarci come specie. Così dalla cometa come dai gas serra.

Don’t look up è “la satira che si fa documentario”

Da qui la nascita di un film tragicomico che mette a nudo ciò che siamo. La meschinità d’animo e d’idee dei leader politici, di chi ci governa, e dei leader imprenditoriali a capo delle poche società globalizzate che ci controllano: gente troppo stupida per essere realmente cattiva. Un film che mette a nudo la nostra incapacità di cambiare e di rinunciare ai “piccoli momenti di trascurabile felicità”. Che disintegra l’ignoranza e la rinnovata stupidità di negazionisti e complottisti in cerca di fama effimera.

Don’t look up è tutto questo. È un film che riflette la cultura di una parte dell’umanità che oggi popola la Terra e di come reagisce di fronte a notizie drammatiche che hanno influenza diretta sul suo stesso futuro. Prossimo, non remoto. Per usare le parole di Giulio Sangiorgio, direttore di Film Tv, quello che si apprezza nel film di McKay è la satira che si fa documentario, “è il presente che racconta a essere scemo, la Storia farsa, l’essere umano tragicamente comico”. Terrificante e bellissimo.

“Mi ripeti cosa stiamo facendo?”, chiede la dottoranda al professore dopo averle tentate tutte. “Te l’ho detto, stiamo andando a fare la spesa”.

La settima arte inizia a fare sul serio a parlare di crisi climatica al grande pubblico. Si è fatta attendere, ma se era per produrre questo gioiello, è perdonata. Lunga vita al cinema!

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