La rivoluzione copernicana dell’economia civile. L’Italia riparte da qui

La presidente di Legambiente spiega come un nuovo tipo di economia collaborativa e partecipativa sta prendendo sempre più piede nel nostro Paese. È l’economia civile, che sarà protagonista di un festival a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, fino al 19 novembre.

C’è un’Italia che va oltre la crisi e che riparte e crede nell’economia civile, un nuovo tipo di economia collaborativa e partecipativa che sta lentamente, ma con forza innovativa, prendendo piede nel nostro Paese. Siamo di fronte a un nuovo modello di sviluppo che supera la concezione classica di economia e mette, invece, al centro la persona, i beni comuni e la forza dei legami comunitari.

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L’economia civile mette al centro la persona, i beni comuni e i legami comunitari

È un’economia dalle radici antiche (le sue origini risalgono al Settecento) ma che è stata cancellata per secoli dal panorama economico e che ora torna finalmente alla ribalta. Risorge dalle ceneri, come l’araba fenice con la sua innata forza e dirompenza. E proprio l’economia civile e le tante esperienze messe in atto da cittadini, amministrazioni, associazioni, imprese solidali, sono le protagoniste del Festival dell’economia civile, in programma fino al 19 novembre a Campi Bisenzio, a pochi chilometri da Firenze. Il cuore di quella Toscana che dopo essere stato la culla del Rinascimento italiano ora diventa il centro di un nuovo e innovativo rinascimento in chiave economica.

Il festival dell’economia civile

Il festival, promosso dal Comune di Campi Bisenzio insieme a Legambiente, la Scuola di economia civile e Anci Toscana, con il patrocinio della Regione Toscana e della città metropolitana di Firenze, è stato pensato proprio per raccontare la grande forza dell’economia civile ma anche per promuovere i sei “cantieri” (welfare collaborativo, consumo consapevole, sviluppo sostenibile, nuovo lavoro giovanile, partecipazione attiva degli enti pubblici e rigenerazione urbana) di questo nuovo modello di sviluppo, raccontato nella tre giorni di rassegna con workshop, incontri e laboratori aperti anche alle scuole. Sei strade percorribili che possono contribuire ad avere un paese più giusto, solidale, sostenibile e innovativo, dove le parole chiave sono co-partecipazione, valorizzazione e tutela dei beni comuni, rispetto per l’ambiente per un mondo privo di disuguaglianze sociali e più felice.

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In questo modo, seguendo e replicando questi sei cantieri in tutta la Penisola, si potrebbero affrontare problemi concreti e dagli effetti spesso drammatici, come la povertà economica e sociale sempre più in crescita nel nostro Paese (gli ultimi dati del rapporto Caritas parlano di 4,6 milioni di poveri nel 2015), lo spreco alimentare, piaga di un consumismo irresponsabile, e la disoccupazione giovanile. Allo stesso tempo, si potrebbe avviare un nuovo rinascimento urbano, sociale e ambientale per il rilancio delle aree urbane partendo, come sostiene l’architetto Renzo Piano, dal “rammendo delle periferie”, incentivare lo sviluppo di un modello energetico basato sulle fonti rinnovabili e spingere le amministrazioni ad essere sempre più attive e partecipative per una maggiore sinergia con i cittadini, rivitalizzando così il senso di appartenenza alla comunità.

Le esperienze e gli esempi di economia civile

Un sogno impossibile? No, per nulla. Ce lo stanno dimostrando le tante esperienze di economia civile che si stanno diffondendo dal nord al sud del Paese, accompagnate da una maggiore attenzione e sensibilità ai temi ambientali, e dall’adozione di stili di vita sostenibili.

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Dalla spesa intelligente all’utilizzo delle doggy-bag per potare a casa il cibo che non si finisce al ristorante o alla mensa (come la Good-Food-Bag di Legambiente), dall’app contro lo spreco alimentare (ad esempio Last minute market che aiuta i negozianti nella vendita a prezzi scontanti dei prodotti prossimi alla scadenza), al baratto sociale e amministrativo (avviato dal comune toscano di Poggio Caiano), dai quartieri sempre più inclusivi (come accade a Milano) alle esperienze innovative degli oltre 8mila comuni rinnovabili (alcuni di questi sono anche 100 per cento rinnovabili), dove le energie pulite soddisfano tutti i consumi e riducono le bollette di cittadini. L’economia civile passa anche per la rigenerazione urbana, dal riuso degli spazi vuoti o abbandonati per dar vita a nuovi luoghi associativi e di appartenenza alla comunità alla riqualificazione delle aree dismesse per arrivare alle associazioni che incentivano il lavoro d’impresa, come le oltre 5mila buone pratiche censite dall’Università del riuso. Senza dimenticare quelle promosse dagli enti locali e censite dal laboratorio per la Governance dei beni comuni della Luiss.

L’economia civile può essere una risposta alla crisi profonda della nostra società

Buone pratiche di quel variegato mondo dell’economia civile che rappresenta una risposta tutta italiana alla crisi, profonda, che sta attraversando la società in cui viviamo. È importante, dunque, che non si chiudano gli occhi di fronte a questo cambiamento che sa di vera e propria rivoluzione copernicana. Come ha detto in più occasioni l’economista Stefano Zamagni, che chiuderà il festival con una lectio magistralis, nel nostro Paese “in questi decenni si è dimenticata la terza gamba, quella del bene comune”. Ora che questa gamba ha iniziato a muovere i suoi primi passi, non fermiamola. Anzi, che la politica nazionale abbia il coraggio di definire strumenti ad hoc per rafforzarla e contribuire a un cammino a lungo termine dell’economia civile.

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