Biologico

Diamo fiducia al biologico, ma i truffatori vanno puniti

Il presidente di Alce Nero chiede più fiducia nel biologico per spezzare il clima di delusione degli ultimi giorni che penalizza i produttori onesti. Il commento direttamente dai campi pugliesi dove vivono gli ulivi da cui nasce l’olio extravergine di oliva biologico.

La quantità di prodotto finto biologico che viene immesso da pochi commercianti senza scrupoli moltiplica numeri infiniti. Gli scandali di cui ha parlato la trasmissione d’inchiesta Report sono drammatici e noi ne siamo consapevoli. Ho imparato che la quantità di grano duro che il commerciante dell’area foggiana oggetto dell’inchiesta ha immesso sul mercato è pari a tre volte e mezzo quello che noi produciamo con tre cooperative e 65 agricoltori, da 38 anni. Tre volte e mezzo. Un unico soggetto che vende tre volte e mezzo. Questa cosa è terribile.

L’affetto è l’ingrediente principale

La trasmissione, dunque, ha creato anche delusione e sfiducia. Il settore del biologico dà lavoro a circa 80mila persone in Italia: sono quasi tutti piccoli agricoltori. Molti di loro sono agricoltori entusiasti, convinti. Sono agricoltori partecipi, che producono biologico con affetto. L’affetto è l’ingrediente principale che muove le loro attività. E non sono solo agricoltori, sono anche trasformatori di questo cibo. Sono persone che fanno un prodotto per il bene del destinatario finale. Ecco perché è fatto con affetto ed entusiasmo.

Oggi più di 10mila giovani vorrebbero diventare agricoltori. Nella mia regione (Emilia-Romagna) ce ne sono più di 1.500, ma in Italia si stimano più di 10mila persone che vogliono cominciare questa attività attraverso il biologico. Perché non vogliono consumare il pianeta attraverso le fonti fossili. L’altra agricoltura, quella che si basa sui fertilizzanti, sui pesticidi e sugli erbicidi è un’agricoltura che viene dal petrolio: un’agricoltura fossile.

Il 12 per cento della superficie coltivabile è destinata al biologico

Esistono le frodi e vanno denunciate per la loro dimensione e per la loro gravità, ma è sbagliato diffondere un sentimento di delusione e di sfiducia verso l’intero settore. Queste eccezioni non hanno niente a che fare con ciò che di straordinario fanno questi lavoratori. Oggi il 12 per cento della superficie coltivabile è destinata al biologico, ma presto potrebbe arrivare al 15 per cento della superficie agricola italiana. I giovani interessati a questo lavoro lanciano un messaggio stupendo perché vogliono fare un’agricoltura pulita, sana, un’agricoltura fatta di amore, di affetto e di vicinanza. Un’agricoltura che fa bene.

cavazzoni, alce nero
Lucio Cavazzoni, presidente di Alce Nero

All’inizio l’agricoltura biologica veniva chiamata “alternativa”, poi qualcuno ha cominciato a definirla “bio” perché faceva a meno della chimica e dei pesticidi. Il primo regolamento sul biologico nasce nel 1991, mentre i sistemi di certificazione nascono a metà degli anni Ottanta per cercare di dare forma e modi a un’attività totalmente volontaristica. Chi realizzava un prodotto “biologico”, lo faceva volontariamente, ispirato dalla sua creatività. Ancora oggi le forme di regolamento a livello mondiale sono private e controllate dall’Ifoam (Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica), un’organizzazione internazionale che abbiamo contribuito a costituire e che ha sede in Germania. E noi ne siamo soci, abbiamo contribuito a fondare queste norme, questo sistema.

La prima vittima è l’agricoltore onesto

Quando il sistema lascia spazio a situazioni come quella denunciata da Report, lo stato deve intervenire. E non per demandare un compito, ma perché in questi casi bisogna colpire la frode e il falso. Perché il danno maggiore causato da una frode nel settore biologico lo subisce il lavoratore onesto. Il primo ad essere colpito è lui perché la competizione sleale riduce la sua possibilità di guadagno. Punire la frode significa, prima ancora del consumatore, proteggere l’agricoltore che lavora bene. I giovani che tornano nei campi devono poter contare sulla fiducia nelle istituzioni, su chi dovrebbe proteggerli. Il tema, dunque, è molto più ampio. Le frodi colpiscono coloro che dovrebbero essere premiati per ciò che fanno, e che invece vengono addirittura puniti, distrutti da chi pratica una forma di concorrenza sleale.

L’agricoltore biologico è colui che, attraverso il suo lavoro, afferma la sua volontà di cambiamento. Non è quasi mai un agricoltore “ordinato”, razionale, ma la direzione che ha in testa è chiara, ha chiaro come interagire con le piante e con il territorio, rispettandoli. Ecco perché il biologico è solo uno strumento, non il fine. Il risultato è il cibo che produce: buono, in tutti i sensi. Però anche il cibo è messaggero di questa modalità. Di un modo di essere amico e compatibile con l’ambiente.

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Un campo di ulivi biologici in Cisgiordania © JAAFAR ASHTIYEH/AFP/Getty Images

Bisogna colpire chi froda

I prodotti biologici sono anche sostenibili perché fanno parte di un sistema circolare e allo stesso tempo di una relazione diretta con chi li acquista. Tutto questo rappresenta un valore enorme perché, in questo modo, il biologico vero fa crescere anche i territori. Questo mondo ha bisogno di fiducia e non di delusione. Per questo abbiamo bisogno di un intervento amministrativo forte per colpire le frodi, anche se so che è complesso e difficile. Si è fatto troppo poco in questi anni, ma ora è fondamentale se si vuole salvaguardare l’agricoltura biologica che fa bene.

Ci sono 60mila agricoltori biologici in Italia. La stima è che si arrivi a 70mila nei prossimi anni. Molti di questi fanno fatica perché cominciano da zero, si indebitano. Ma vivono vivendo, popolano i territori, fanno cose buone, fanno cibo buono per le persone, costruiscono relazioni e affetto. Questa è la vera ricchezza del nostro Paese. Non fanno un lavoro triste, alienante. Loro hanno una prospettiva straordinaria. Ecco perché tutti insieme dobbiamo dare loro fiducia.

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