Investimenti sostenibili

Foreste, anche banche e investitori hanno il dovere di salvarle

Le foreste sono un vero e proprio patrimonio per il Pianeta e per l’economia. Tutti noi ne siamo responsabili: compresi investitori, aziende e banche.

Il valore delle foreste per il nostro pianeta è inestimabile e ormai è riconosciuto da tutti. Se è così, perché a tutelarle devono essere soltanto governi e ong? Il mondo della finanza può (e deve) fare molto per cambiare le cose. Eppure, c’è ancora chi nasconde la testa sotto la sabbia.

Otto grandi aziende nel mirino

Un report di Rainforest Action Network fa una vera e propria radiografia a otto grandi aziende che operano nel Sudest asiatico, per la precisione nel comparto delle commodities: olio di palma, carta e cellulosa, legno, gomma. Si tratta di Felda Global Ventures, Indofood, IOI, Wilmar, Asia Pulp and Paper, Oji Holdings, Marubeni e Itochu. Per ciascuna di queste società la ong va a scandagliare una serie di aspetti, scoprendo verità a volte sorprendenti.

Partiamo dalle loro performance in termini Esg (ambiente, società e governance). Tutte queste aziende, in un modo o nell’altro, sono state coinvolte in qualche controversia: lavoro minorile o forzato, conflitti con le comunità locali, violazioni dei diritti delle popolazioni indigene, corruzione, illeciti di vario tipo, minacce alla biodiversità. A volte si contestano le loro stesse attività, molto più spesso le pratiche di alcuni fornitori che operano nella loro filiera. E dire – sottolinea il report – che molte di queste aziende si sono pubblicamente impegnate per la sostenibilità, siglando accordi oppure ottenendo certificazioni.

Frutti di palma da olio
Negli ultimi anni il numero delle piantagioni di palma da olio è cresciuto in modo esponenziale, a danno delle foreste tropicali

Chi finanzia la deforestazione

Ma il Rainforest Action Network non si ferma qui. E per ogni società elabora un vero e proprio profilo economico-finanziario, che parte con l’andamento dei suoi titoli in Borsa e continua con l’elenco dei principali azionisti e finanziatori. A concedere finanziamenti a queste otto aziende, infatti, sono grandi banche internazionali come Sumitomo Mitsui Financial Group, Mizuho Financial, Mitsubishi UFJ Financial, China Development Bank, RHB Banking, CIMB Group e HSBC. Anche tra gli investitori figurano nomi di tutto rispetto: il fondo pensione giapponese, BlackRock, Vanguard, l’indiano Employees Provident Fund, il texano Dimensional Fund Advisors. Le cifre? Complessivamente, dal 2010 ad oggi, stiamo parlando di 6,5 miliardi di dollari in obbligazioni o partecipazione azionaria e 28 miliardi di dollari di prestiti.

Chi finanzia queste aziende – sottolinea il report – non può credere di non avere nessuna responsabilità. Chiunque abbia la facoltà di muovere capitali deve anche capire se, in modo diretto o indiretto, questi ultimi possano avere un impatto negativo sull’ambiente e sulle persone. Se il settore finanziario non farà la sua parte – chiosa lo studio – le innumerevoli iniziative dei governi avranno scarsa possibilità di riuscita, perché le aziende (indipendentemente dalla loro condotta più o meno responsabile) avranno comunque il potere economico dalla loro parte.

Proteggere le foreste è un affare

Eppure, anche da un punto di vista puramente finanziario, proteggere le foreste è un affare. Come segnala un approfondimento di Bloomberg, accade sempre più spesso che gli investitori ritirino i loro capitali dai combustibili fossili e, come secondo step, si impegnino attivamente per proteggere le foreste. Sono gli stessi addetti ai lavori a spiegare che si tratta di una scelta vantaggiosa, sia in termini economici sia per dare il proprio contributo al futuro del Pianeta. Bisogna ringraziare anche loro se molti big dell’industria alimentare hanno eliminato dai loro prodotti l’olio di palma, allontanandosi così da un business responsabile della distruzione di ettari ed ettari di foreste.

Ma oltre alle mozioni degli azionisti (che verranno presentate alle prossime assemblee di sei colossi globali, inclusi Kraft e Domino’s Pizza) c’è una via ancora più diretta: finanziare i progetti di riforestazione. L’Ifc (istituto che dipende dalla Banca Mondiale) lo scorso novembre ha lanciato il primo forest bond, rastrellando 152 milioni di dollari. L’obbligazione permette agli investitori di essere ripagati in denaro o in carbon credits. La Fondazione Rockefeller sostiene il forest resilience bond, uno strumento finanziario statunitense che nasce per proteggere le foreste dagli incendi. Altri investitori invece vanno a scandagliare le informazioni sulle imprese del comparto del legno, per sostenere solo quelle più responsabili.

La foresta di Dvinsky, un ecosistema in grado di accumulare le maggiori quantità di carbonio nel pianeta, più di quelle tropicali, grazie anche al permafrost e alle torbiere. Foto via Greenpeace.
La foresta di Dvinsky, un ecosistema in grado di accumulare le maggiori quantità di carbonio nel pianeta, più di quelle tropicali, grazie anche al permafrost e alle torbiere. Foto via Greenpeace.

Il valore delle foreste per il Pianeta e l’economia

Le foreste pluviali sono indispensabili per la salute del Pianeta. Regolano il ciclo dell’acqua, assorbono anidride carbonica, sono un patrimonio di biodiversità. Come se non bastasse, il loro valore economico è inestimabile. Secondo la Fao, 1,2 miliardi di persone dipendono dalle foreste per l’approvvigionamento di cibo, energia e riparo. Il legno serve a costruire le case di 1,3 miliardi di persone e per il 27 per cento degli africani è l’unica fonte di energia. Nel settore forestale lavorano ufficialmente 13,2 milioni di persone, ma a questa stima bisogna aggiungere altri 41 milioni di occupati in modo informale o in settori collaterali.

Il profitto senza scrupoli, però, sembra indifferente a tutto questo. Così, dal 2000 al 2013 l’uomo ha distrutto più del 7 per cento delle foreste incontaminate del Pianeta. A perdere la maggiore quantità di paesaggi forestali intatti sono Russia, Brasile e Canada. Nel Sudest asiatico e nelle aree tropicali, invece, una buona metà del tasso di deforestazione è dovuto alla conversione illegale delle foreste in terreni agricoli, da cui ottenere le commodities tanto care all’industria.

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