Gaetano Capizzi, il direttore di Cinemambiente racconta come i film salveranno il pianeta

Forse no, il cinema non salverà la Terra, ma, di sicuro, potrà avere un ruolo importante. Ne è convinto Gaetano Capizzi, direttore di Cinemambiente, e con lui decine di festival green in tutto il mondo. Lo abbiamo intervistato

Se è vero che il cinema da solo non potrà salvare il pianeta è vero anche che i film, con la loro forza narrativa, giocano un ruolo davvero importante in questa missione: grazie al potere delle emozioni che più di qualunque altra cosa sanno smuovere le coscienze, aiutando i messaggi ad attecchire indelebilmente dentro di noi. Ne abbiamo parlato con Gaetano Capizzi, fondatore e direttore del festival Cinemambiente, che da vent’anni porta a Torino centinaia di documentari e film dedicati alle tematiche green.

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Cinemambiente
Cinemambiente, ventesima edizione © Alice Zampa

Il cinema e il cambiamento

Nell’edizione che si è conclusa il 5 giugno sono stati tanti gli argomenti affrontati dagli autori che, da tutto il mondo, hanno portato alla luce problematiche ambientali, raccontando anche le buone pratiche da cui trarre ispirazione per unirsi al circolo virtuoso del cambiamento. Cambiamento che festival come Cinemambiente incoraggiano, promuovendo iniziative e progetti mirati. Una sinergia mondiale concretizzatasi nella fondazione del Green film network (Gfn) quattro anni fa, rete che riunisce i più importanti festival cinematografici ambientali. “Al momento siamo 38 festival e le richieste aumentano sempre”, racconta Capizzi. Il ventennale della kermesse torinese è stata l’occasione per molti di loro di riunirsi durante il convegno intitolato Can movies save the planet? (i film possono salvare il pianeta?).

Gaetano Capizzi
Gaetano Capizzi, direttore di Cinemambiente

Gaetano Capizzi, direttore di Cinemambiente

Cosa racconta la domanda che ha dato il titolo al convegno?  
Ovviamente siamo tutti consapevoli che il cinema non possa salvare il pianeta, ma siamo altrettanto consci del fatto che sia uno degli strumenti di comunicazione più potenti. E questo perché va a toccare delle corde profonde, coinvolgendo le emozioni. In questi anni mi è capitato tante volte di parlare con persone che ricordavano uno o un altro film in particolare e che mi dicevano: “Quella storia mi è rimasta nel cuore, e adesso anch’io faccio così”.

Questo convegno ha permesso ai responsabili dei vari festival internazionali di incontrarsi di persona. Chi c’era e com’è andata?
Molto bene, erano presenti 14 festival ed è stato l’incontro più numeroso mai fatto finora – perché non è facile riunirsi. In quest’occasione c’erano, per esempio, il festival di Washington, quello messicano di Cuernavaca, quello spagnolo di Ecozine, molto attento alla video-arte ambientale, quello francese di Deauville, più “professionale” e in cui i documentaristi cercano di vendere le loro opere, e alcune nuove entrate come il festival ungherese di Gödöllő. Questa è stata anche l’occasione per “contarci” e constatare che i numeri che vengono fuori sono importanti. Se mettiamo insieme il pubblico di tutti i nostri festival arriviamo circa a 700mila persone coinvolte in modo diretto. E se calcoliamo il budget investito da ciascuno si arriva a vari milioni di euro. Tanti piccoli festival che messi insieme creano una grande rete mondiale.

Ingresso del Cinema Massimo di Torino - Quartier generale di Cinemambiente
Ingresso del Cinema Massimo di Torino, quartier generale di Cinemambiente © Alice Zampa

Quali sono gli obiettivi di Green film network?
Principalmente promuovere tutte le iniziative e i progetti che stimolano la riflessione sui temi ambientali e aiutare i film a entrare in un circuito internazionale. Adesso ci stiamo interfacciando con varie organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e la Comunità europea e abbiamo in atto un protocollo di intesa con l’Unep (il programma per l’ambiente delle Nazioni unite) che darà il proprio patrocinio a tutti i festival del network. L’obiettivo quindi è portare avanti insieme iniziative transnazionali.

Al di là della missione di questi festival, quali sono gli aspetti comuni e quali le differenze?
Un punto comune a tutti per esempio è il coinvolgimento, seppur con modalità diverse, delle istituzioni scolastiche e dei giovani. Poi ognuno ha le proprie peculiarità, innanzitutto legate al luogo in cui nasce. Un conto è fare un festival ambientale a Torino e un altro è farlo nel Borneo, per esempio. Lì, nella parte malese è nato il Beff, Borneo eco film festival, che è legato a problematiche molto specifiche e locali, come quella del disboscamento. Anche loro sono una nuova entrata nella nostra rete e hanno partecipato al convegno. Cinemambiente, invece, e in generale i festival occidentali hanno un’impronta più divulgativa che cerca di coinvolgere il grande pubblico con film popolari.

Cinemambiente ha festeggiato i suoi vent’anni con questa edizione. Che bilancio può fare lei che il festival lo ha visto nascere?
Un aspetto evidente è che il pubblico è cambiato. All’inizio Cinemambiente era frequentato più che altro da ambientalisti e addetti ai lavori, oggi a partecipare sono in larga parte famiglie e persone comuni. L’interesse per i temi ambientali è cresciuto ed è più trasversale e questo perché i grossi rischi di cui parlavamo quando abbiamo iniziato nel 1998 (per esempio il riscaldamento globale) oggi sono diventate tragiche realtà sotto la vista di tutti. Questa ventesima edizione però ha segnato una svolta “ottimista” nel senso che molti dei documentari arrivati quest’anno erano dedicati a esempi concreti di buone pratiche già in atto e non solo alla denuncia, come generalmente accade nel cinema ambientale. Un segno incoraggiante e che ci piace molto.

Il pubblico di Cinemambiente
La platea di Cinemambiente, ventesima edizione © Cinemambiente

Il livello dei film presenti era molto alto. Cosa ha aiutato la giuria nella scelta dei vincitori?
Quest’anno la lotta è stata molto dura. Anche il film premiato dal pubblico Frágil Equilibrio era piaciuto molto alla giuria. Alla fine nella sezione internazionale è stato premiato Plastic China perché era un documentario difficile da fare ed è stato realizzato molto bene. Il regista Jiu-liang Wang ha svelato come la Cina sia diventata la discarica dell’Occidente, entrando in uno dei tantissimi impianti di riciclaggio della plastica e mostrandone gli aspetti più critici. Lui sta portando avanti una vera e propria lotta ed è riuscito realmente a cambiare delle cose. Dopo la diffusione del film i controlli sono diventati già più serrati.

Una buona notizia, concludiamo noi, che dimostra che sì, il cinema può e sta davvero contribuendo a salvaguardare un po’ il nostro pianeta.

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