La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
Da ormai due mesi Israele impedisce l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. E le scorte di cibo e medicinali per oltre due milioni di persone palestinesi stanno finendo.
Il World food programme (Wfp), l’agenzia Onu che si occupa di assistenza alimentare, ha annunciato di aver esaurito i pacchi alimentari a Gaza. Nel frattempo al confine ci sono ben 116 tonnellate di nuove scorte che le autorità israeliane non fanno entrare nella Striscia. Le panetterie sono chiuse per assenza di farina e carburante, i prezzi dei pochi alimenti ancora disponibili nei negozi sono inaccessibili e a Gaza ormai si vive mangiando un pasto di media al giorno.
A un anno e mezzo dall’inizio dell’offensiva israeliana sul territorio, la Striscia di Gaza sta vivendo la sua fase più difficile, tra il più lungo blocco agli aiuti umanitari e i bombardamenti che non accennano a fermarsi. Ora la questione è finita davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
Il 2 marzo Israele, durante il periodo di cessate il fuoco stabilito a gennaio, ha imposto un blocco all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Non è la prima volta che è successo. Già nelle settimane successive al 7 ottobre 2023 le autorità israeliane avevano imposto il cosiddetto “assedio totale” sul territorio palestinese, che aveva impedito l’ingresso di cibo, medicinali, carburante e altri beni di prima necessità. Nei mesi successivi alcuni camion umanitari sono riusciti a entrare con il contagocce, garantendo sussistenza solo a una piccola percentuale della popolazione. Negli ultimi due mesi però la situazione è peggiorata drasticamente, in quello che l’Onu ha definito il più lungo blocco agli aiuti umanitari dall’inizio dell’offensiva israeliana.
A fine marzo tutte le 25 panetterie della Striscia di Gaza legate al World food programme hanno dovuto chiudere per l’impossibilità di far funzionare i forni e di produrre il pane. Il mancato ingresso di nuovi prodotti a causa del blocco israeliano ha anche fatto crollare l’offerta di cibo nei negozi in rapporto alla domanda, con un’impennata dei prezzi insostenibile per la quasi totalità della popolazione. Un sacco di farina nel nord della Striscia è arrivato a costare 500 dollari e secondo i dati diffusi dall’Onu il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato fino al 1.400 per cento rispetto alle prime settimane di cessate il fuoco. Prodotti come carne e latticini sono invece introvabili.
Il 25 aprile il World food programme ha annunciato di aver esaurito tutte le scorte di cibo all’interno della Striscia. Questo significa che centinaia di migliaia di persone smetteranno presto di ricevere i loro pacchi alimentari, aggravando ulteriormente la propria già precaria condizione di insicurezza alimentare. Le 47 cucine comunitarie legate al Wfp da settimane avevano già dovuto ridurre drasticamente le porzioni di cibo distribuito. La maggior parte della popolazione palestinese ormai mangia un pasto di media al giorno e come sottolinea l’ong ActionAid solo nel mese di marzo 3.700 bambini sono stati ricoverati in stato di malnutrizione acuta, un incremento dell’80 per cento rispetto a febbraio. A mancare non sono solo gli alimenti, ma anche gli strumenti necessari per garantire cure sanitarie alla popolazione. Il carburante per alimentare i generatori degli ospedali, le medicine, ma anche guanti sterili e persino sacchi per i cadaveri. Israele da due mesi non fa entrare niente.
Israele sta impedendo l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza per fare pressione su Hamas affinché rilasci gli ultimi ostaggi nelle sue mani. Di fatto Israele sta usando la fame come arma di guerra, quando peraltro il rilascio completo degli ostaggi era previsto da quello stesso cessate il fuoco violato unilateralmente dallo stesso Israele. Ai checkpoint israeliani fuori dalla Striscia nel frattempo giacciono almeno 116mila tonnellate di aiuti alimentari che potrebbero salvare migliaia di vite, ma che non vengono fatti passare dagli ufficiali di frontiera.
In questo contesto alla Corte internazionale di giustizia, su richiesta dell’Assemblea generale dell’Onu, sono iniziate le udienze per indagare il mancato rispetto israeliano degli obblighi umanitari. “Israele sta affamando, uccidendo e sfollando i palestinesi, mentre prende di mira e blocca le organizzazioni umanitarie che cercano di salvare le loro vite”, ha sottolineato il tribunale Ammar Hijazi, ambasciatore palestinese nei Paesi Bassi. Nessun rappresentato israeliano si è presentato all’udienza.
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