Gestione dei conflitti: esercizi e tecniche da applicare al lavoro, in classe e famiglia

La gestione dei conflitti ci porta spesso in situazioni sgradevoli. Fortunemente esistono strategie utili a imparare e mettere in atto soluzioni.

Ci sono i periodi in cui ci capita di rimanere bloccati in atteggiamenti conflittuali. Perfino in vacanza, perfino con la persona più amata, litigare sembra inevitabile, e ci si colpevolizza o si colpevolizza l’altro, per non riuscire a evitarlo. La vicinanza e la convivenza sono difficili. E’ una questione di distanze, di confini invisibili e assolutamente soggettivi da rispettare e da far rispettare.

I porcospini e la gestione dei conflitti

E come nel caso dei due porcospini che morivano di freddo: decisero di scaldarsi stringendosi il più possibile, ma presto si accorsero che si pungevano terribilmente con i loro aculei; così si allontanarono, ma il freddo ricominciò a farsi sentire. Dopo numerose e faticose prove, trovarono la giusta distanza che consentiva loro di tenersi caldo ma non pungersi troppo. In questo aneddoto di Schopenhauer, e spesso nella vita, non ci sono soluzioni al conflitto, ma solo delle opportunità di accomodamento che portino al minor danno.

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Per potersi abbracciare, i porcospini devono imparare a gestire i conflitti. (foto via GettyImages)

È utile disegnare dei confini, comunicando le proprie esigenze e dandosi il diritto di dire di “no”, piuttosto che sforzarsi di essere accomodanti, per poi magari sentirsi invasi e soccombere alla propria incontenibile aggressività difensiva. In passato, galateo e rituali rigidi semplificavano la convivenza, codificandone norme civili anche se ingessate. Liberi da tutto ciò, siamo ora in balia di intolleranze e incomprensioni. È quindi più che mai importante parlare e negoziare, mantenendo il conflitto sul piano simbolico piuttosto che agirlo nei comportamenti.

Invece di reagire in modo compulsivo, bisogna saper aspettare, tollerare la tensione sinché cala e si riesce ad affrontare il confronto con altri toni. Con l’obiettivo di trovare un accordo creativo che non comporti un vincitore e un perdente, ma che accontenti entrambi, che rispetti le reciproche esigenze. Quando si cerca la pace a tutti i costi c’è spesso il prevalere di qualcuno sull’altro.

Esercizi e tecniche per la gestione dei conflitti

Il conflitto può diventare un momento di crescita, grazie al quale imparare a rispettare se stessi e gli altri, salvaguardando le parti buone delle relazioni. Esiste un sistema semplice per sbloccarsi nelle situazioni di conflitto. E’ un processo a tappe che, se seguito, può sia rasserenarci che aprirci alla trasformazione creativa della situazione.

1. Fare un elenco delle possibili situazioni di conflitto

Il primo passo nella gestione dei conflitti è catalogare ed elencare le possibili situazioni.
Il primo passo nella gestione dei conflitti è catalogare ed elencare le possibili situazioni. (foto via GettyImages)

Fare un elenco di episodi sgradevoli ai quali abbiamo reagito con un atteggiamento conflittuale. Sono molto utili gli episodi in cui ci siamo sentiti aggrediti e quelli in cui siamo rimasti male, sia che abbiamo reagito con sottomissione sia con aggressione.

Non è necessario scrivere tutto con precisione, basta qualche parola chiave che ci permetta di ritornare mentalmente con
velocità e precisione a ciascun episodio specifico.

Esempio:

  • Anna è entrata urlando nell’ufficio
  • Giovanni non mi ha richiamata anche se me lo aveva promesso
  • L’uomo mi ha superato in coda
  • X mi ha detto che avevo fatto male il lavoro solo perché non lo ha guardato bene
  • Y non ha eseguito il compito come doveva
  • Z è arrivato in ritardo anche se gli avevo detto che era importante
  • Q mi ha insultata

2. Indagine su cosa ha causato il conflitto

Occorre porsi delle domande su cosa ha generato i vari conflitti.
Occorre porsi delle domande su cosa ha generato i vari conflitti. (foto via GettyImages)

Per ognuno degli episodi fare emergere a che cosa abbiamo reagito. Quando siamo bloccati in atteggiamenti conflittuali non reagiamo a ciò che accade, ma ad una nostra interpretazione di ciò che accade. In questo caso la nostra reazione, automatica e veloce, ci appare l’unica possibile. La forza di questo automatismo si fonda su due pilastri: lo stress e un’equivalenza arbitraria. Rimaniamo chiusi nel circolo vizioso dell’interpretazione di ciò che accade come minaccioso e dello stress che favorisce questo tipo di interpretazione.

Questo serve a far emergere a cosa abbiamo reagito automaticamente, dunque per fare emergere le equivalenze in base alle quali la nostra risposta ci è sembrata l’unica possibile, si può utilizzare questa struttura: “il fatto che … (ciò che è accaduto) significa che …(ciò a cui presumibilmente ho reagito)”.

Riconoscere specificatamente quale sia l’interpretazione a cui abbiamo reagito apre uno spazio fra la nostra interpretazione e la risposta che diamo.

Questo passaggio ci serve anche a riconoscere le emozioni che tendiamo a negare agendo automaticamente e, magari, invocando la giustizia.

Esempio:

  • Il fatto che Anna sia entrata urlando in ufficio significa che non rispetta il mio ruolo (emozione: come mi avessero calpestato)
  • Il fatto che Giovanni non mi abbia richiamato significa che non mi pensa (emozione: come fossi abbandonato)
  • Il fatto che l’uomo mi abbia superato in coda significa che al mondo non c’è più giustizia (emozione: come se tutto fosse sbagliato)
  • Il fatto che X abbia criticato il lavoro significa che non gli importa dei nostri obiettivi (emozione: delusione)
  • Il fatto che Y non abbia eseguito il compito significa che non mi rispetta (emozione: rabbia)

3. Formulare ipotesi sulla nascita del conflitto

Dopo aver completato i passaggi precedenti occorre fare delle ipotesi u cosa possa avere il conflitto.
Dopo aver completato i passaggi precedenti occorre fare delle ipotesi u cosa possa avere il conflitto. (foto via GettyImages)

Per ciascuna equivalenza ipotizzare almeno 5 alternative. Non è necessario che crediamo alle ipotesi che formuliamo, ciò che conta è che le formuliamo, se sono realistiche bene, se sono folli e umoristiche bene, e se sono depressive bene lo stesso. Lo scopo di questo passaggio è di aprirci ad alternative invece che incanalarci in una reazione automatica.

Esempio:

  • Anna era spaventata, Anna aveva un granchio appeso alla gonna, Anna non conosce il mio ruolo, Anna non conosce i miei obiettivi, Anna è diventata sorda
  • Giovanni è finito in un burrone, Giovanni ha perso il numero telefonico, teme orribilmente le cornette del telefono, ha perso la voce, non vuole più vedermi
  • L’uomo stava correndo all’ospedale con il figlio in pericolo, si sente più potente quando supera le altre automobili, odia le auto come la mia

4. Fare domande per verificare le ipotesi

Formulare tre domande per verificare ogni ipotesi.

Esempio:

  • Temi qualcosa? Hai un granchio attaccato alla gonna? Sai a cosa serve qui la mia presenza?
  • Sei finito in un burrone? Hai perso il numero telefonico? Temi orribilmente le cornette del telefono?

5. Il senso dell’umorismo

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Una battuta è il miglior modo di gestire un conflitto. (foto via GettyImages)

Scegliere la domanda che si preferisce in base alla piacevolezza dell’umore che suscita, al contesto che si vuole creare insieme al nostro interlocutore o alla possibilità di condividere quel contesto.

E’ assolutamente necessario che le domande siano poste con vera curiosità, vale a dire con un vero interesse ad ascoltare la risposta. Se viceversa fossero domande retoriche non faremmo che riconfermare sotto mentite spoglie la nostra reazione automatica.

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