Giappone, osservare le balene è più remunerativo che cacciarle

Il whale watching è una pratica sempre più diffusa in tutto il Giappone, a dimostrazione che le balene sono una preziosa risorsa turistica.

Dallo scorso primo luglio, dopo trentuno anni, in Giappone è nuovamente consentita la caccia alle balene per scopi commerciali, e le prime vittime sono state due esemplari di balenottera minore (Balaenoptera acutorostrata). Mentre il governo nipponico ha deciso di abbandonare l’International whaling commission (Iwc) e di ripristinare questa pratica anacronistica e francamente incomprensibile, considerato che il consumo di carne di balena è in costante declino, il popolo giapponese sembra andare in direzione contraria e preferire decisamente le balene vive a quelle morte.

Megattera che si immerge nelle acque australiane
Prima della recente riapertura, il Giappone aveva interrotto la caccia alle balene a scopi commerciali nel 1986, in seguito a una moratoria imposta dall’International Whaling Commission © Cameron Spencer/Getty Images

I numeri del whale watching in Giappone

Il whale watching è infatti un’attività in crescita in tutto il Giappone e rappresenta un’importante risorsa turistica. Tra il 1998 e il 2015 il numero di persone che si sono dedicate almeno una volta a questa attività è più che raddoppiato. Tra gennaio e marzo di quest’anno una compagnia di Okinawa che organizza gite in barca per osservare i cetacei, ha avuto ben 18mila clienti. A Rausu, cittadina della prefettura di Hokkaidō, tra i punti migliori per praticare il whale watching, lo scorso anno oltre 33mila persone hanno acquistato un biglietto, e i numeri crescono di anno in anno. “Del business generato dalle imbarcazioni turistiche, il 65 percento è frutto del whale watching”, ha affermato Ikuyo Wakabayashi, direttore esecutivo dell’Associazione turistica Shiretoko Rausu.

Whale watching in Giappone
Uno dei punti più popolari per praticare whale watching in Giappone è al largo di Rausu, nella prefettura di Hokkaidō © Mark Kolbe/Getty Images

Meglio della pesca

Questo tipo di attività, oltre ad essere sostenibile, si è rivelata essere più redditizia per i giapponesi e in grado di offrire lavoro a un maggior numero di persone di quanto non faccia l’industria baleniera. Sono infatti appena trecento le persone direttamente coinvolte nella caccia alle balene in Giappone e, a dispetto delle dichiarazioni di facciata del governo, la quantità di carne di balena consumata annualmente rappresenta oggi solo lo 0,1 per cento del consumo totale di carne.

Orche che emergono per respirare
Nelle acque giapponesi è possibile osservare un gran numero di cetacei, come balenottere minori, orche e capodogli © Ingimage

La reputazione migliora

Proprio a causa della caccia alle balene, mascherata negli ultimi anni dietro la facciata della ricerca scientifica per aggirare la moratoria dell’Iwc, il Giappone non gode di una buona fama presso l’opinione pubblica internazionale. La recente riapertura della caccia commerciale ha contribuito a intensificare le critiche. In questo senso il whale watching, oltre a contribuire all’economia giapponese, può essere utile anche per rilanciare la reputazione del paese asiatico, come ha spiegato a Reuters Masato Hasegawa, un pescatore di quarta generazione che oggi organizza tour per osservare i cetacei nel loro habitat. “All’inizio era difficile ma ora sono felice della mia scelta e la reputazione di Rausu migliora a livello globale”, ha spiegato l’uomo, i cui clienti provengono da tutto il Giappone e da diversi paesi stranieri. I giapponesi sembrano aver deciso da che parte stare, quella delle balene, ora al governo non resta che adeguarsi e smettere di cacciare questi carismatici mammiferi marini.

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