Gli attivisti dell’ambiente crescono. E anche le vittime

Un rapporto dell’organizzazione londinese Global Witness rivela che negli ultimi dieci anni, se aumenta chi si batte per l’ambiente, aumentano anche le vittime.

A battersi per l’Amazzonia, per i diritti delle comunità indigene, per la salute del pianeta ci sono sempre più persone comuni preoccupate di difendere le proprie terre mentre i loro governi competono per accaparrarsi risorse e materie prime fondamentali in un sistema economico basato sullo sfruttamento del suolo e sulla crescita indiscriminata.

 

Un aumento di attivisti che, secondo il rapporto Deadly Environment, pubblicato dall’associazione londinese Global Witness e scaricabile a questo link, corrisponde anche ad un aumento delle persone che muoiono mentre difendono la propria causa.

 

La ricerca, che ha preso in esame dati di 74 Paesi sparsi in tre aree, ossia Africa, Asia e Americhe (Centrale e del Sud), raccolti tra 2002 e 2013, ha rivelato che nell’arco di dieci anni gli attivisti uccisi annualmente sono triplicati, passando da 51 nel 2002 a 147 nel 2012, mentre complessivamente le vittime attestate, di cui si ha conoscenza certa, sono 908. In particolare, proprio il 2012 è stato l’anno peggiore di sempre, mentre il 2008 è stato il “migliore”, con “soli” 40 morti. Il Paese peggiore è il Brasile, che da solo conta la metà delle vittime totali (448), seguito da Honduras (109) e Filippine (67).

 

Le cause per cui gli ambientalisti di queste aree rischiano di più sono il land grabbing e la iniqua distribuzione delle terre, la deforestazione e il taglio illegale delle foreste pluviali, le risorse minerarie.

 

Lo scopo del documento è di sensibilizzare persone e governi, affinché anche nei Paesi più problematici vengano pienamente riconosciuti i diritti degli attivisti che si battono per l’ambiente, che devono potersi occupare del proprio lavoro senza rischiare nulla.

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