Il lavoro ideale? Lo trovi su Whatchado

Successo non vuol dire guadagnare tanti soldi, ma fare quello che si ama. Ne sono convinti Ali Mahlodji e Jubin Honarfar di whatchado, giovani iraniani d’adozione austriaca che hanno inventato un portale che racconta tutte le professioni del mondo.

Trovare il lavoro ideale e scoprire opportunità che nemmeno immaginavamo esistessero. Poter ascoltare i consigli e le esperienze dalla viva voce di migliaia di persone che hanno già realizzato i propri sogni e che hanno intrapreso con successo e soddisfazione il loro percorso lavorativo. Alimentare e dare una forma concreta alla propria passione e lasciarsi ispirare dalle storie degli altri. Tutto questo è Whatchado.com, ovvero il portale di storytelling più vasto (nel suo genere) di tutto il web, con circa cinquemila video-storie da poter consultare e pensato per orientare i giovani o chiunque desideri cambiare la propria professione. In poche parole un ufficio di collocamento 2.0, nato nel 2011 dall’idea di Ali Mahlodji e del suo amico Jubin Honarfar, due 35enni iraniani cresciuti a Vienna, che hanno saputo trasformare un’intuizione infantile (quando raccolsero in un libro le “storie di vita” di amici e conoscenti) in una piattaforma dell’era digitale.

 

Risultato Matching watchado

 

Con 45 dipendenti, oltre una ventina di premi vinti, whatchado (slang americano per “cosa stai facendo?”) è già un successo in Austria, Germania e Svizzera, e dal 2015 è approdato anche in Italia (e in Spagna). La formula è semplice e geniale: i professionisti (di qualunque ambito) si raccontano davanti all’obiettivo, rispondendo sempre alle stesse sette domande che riguardano difficoltà e lati positivi del proprio lavoro e dispensando consigli dati “col senno di poi” al proprio “io quattordicenne”. Un’idea vincente che i due fondatori hanno portato avanti tra mille traversie e che, ai tempi di Linkedin, head hunters e outsourcing, è riuscita ad “umanizzare” e dare un volto a panettieri, architetti, fioristi, piloti di palloni aerostatici, ma anche a grandi personaggi come il Presidente della Repubblica Austriaca Heinz Fisher, il Premio Nobel per la pace Yunus Muhammad, il calciatore del Bayern Monaco David Alaba e la cantante Conchita Wurst. Tutto all’insegna di un motto semplice e incisivo: #EveryStoryCounts (Ogni storia è importante).

 

A capire le potenzialità bidirezionali di questo portale sono state anche molte aziende che ora investono su whatchado per raccontare e far conoscere la propria cultura aziendale attraverso le interviste ai propri dipendenti, che diventano così veri e propri ambasciatori del brand, permettendo agli utenti di conoscerle da punti di vista nuovi e, in un certo senso, più autentici. Per orientarci nella navigazione del sito e per capire qual è il lavoro più adatto a noi Whatchado si è inventato anche il Matching, un test che in 14 domande (es: Preferisco un lavoro in cui viaggio spesso e sono in giro o sono sempre sul posto di lavoro? Sono più bravo a intrattenere le persone o ad ascoltare le persone?) ci aiuta a individuare le professioni che più ci corrispondono.

 

whatchado Matching
La schermata del whatchado Matching

 

A raccontarci tutto questo e molto di più sono stati proprio Ali e Jubin, insieme a Stefano Le Pera, Country Manager whatchado per l’Italia, che abbiamo incontrato alla scuola tedesca di Milano, per il progetto whatchaSKOOL, che porta il team e la sua mission direttamente di fronte agli studenti.

 

La nostra chiacchierata inizia all’ora di pranzo, di fronte a un piatto di pasta (per noi) e a cappuccino e brioche (per loro). Il tempo a disposizione non è molto, perché Ali alle 14,00 dovrà essere pronto per parlare alla platea di sedicenni che lo aspetta a scuola, ma quanto basta per capire quanta passione e serietà tutti loro mettono in questo progetto.

 

Sappiamo che Ali ha alle spalle una storia difficile di emigrazione e che, insieme ai suoi genitori, ha dovuto fuggire, ancora piccolissimo, dal suo Paese, trovandosi a vivere in un campo per rifugiati e a doversi integrare in una nuova nazione. Il resto della storia lasciamo sia lui a raccontarla e noi, per ora, ci facciamo da parte…

 

Ali Mahlodji e Jubin Honarfar durante una registrazione
Jubin Honarfar e Ali Mahlodji durante una registrazione

 

Ali Mahlodji: “Ho incontrato Jubin quando avevo 15 anni e da allora ho fatto circa 40 lavori diversi. Credo che Whatchado sia il lavoro numero 43… Quando ero piccolo mio padre mi diceva: ‘Ali nella vita le persone cercheranno sempre di dirti cosa è giusto per te e cosa non lo è, ma la verità è che nessuno sa come sarà il mondo tra vent’anni, perciò non ascoltare quello che ti dicono gli altri, ma cerca di scoprirlo da solo’. Io ho sempre creduto che questo fosse possibile solo provando a fare molti lavori diversi e così, a quindici anni, ho iniziato a lavorare nel tempo libero, per esplorare il mondo. Ho lavato pavimenti, lavorato nei fast food, nei cinema e all’età di 18 anni ho lasciato la scuola, perché avevo un rapporto difficile con i professori, balbettavo e avevo paura di parlare di fronte agli altri.

A quel punto ho iniziato a cercare un lavoro full time. Ma il problema è che quando il tuo nome è Ali Mahlodji e non hai titoli di studio, trovare un impiego non è proprio una cosa semplice… Ho iniziato a pulire i pavimenti tutto il giorno e mi sono chiesto: “Quando avrò dei figli, cosa gli racconterò della mia vita? Gli dirò che avevo paura di andare a scuola?”. In quel momento ho capito che finire gli studi è la cosa più importante nella vita. Quando concludi qualcosa nessuno potrà mai portartela via. Ecco perché dopo un anno circa ho ripreso a studiare nel mio tempo libero e più tardi mi sono anche laureato in informatica.

 

Gli esseri umani sono curiosi per natura, vogliono scoprire il perché delle cose e investire nella propria educazione è la cosa migliore che si possa fare per se stessi. Tutto intorno a noi è precario, persino la famiglia e gli amici, mentre l’istruzione è qualcosa di certo che ci accompagnerà sempre.
Quando ero a scuola gli insegnanti mi dicevano sempre: “L’università sarà difficile per te, non sarai in grado di parlare di fronte alle persone. Non saprai fare questo e quello. Io dentro di me dicevo: “Vi dimostrerò che vi sbagliate”. E così è stato. Mi sono laureato in tempi brevi, in contemporanea a un lavoro full time e ho trovato subito lavoro alla Siemens. Sono diventato un consulente vendite, con un biglietto da visita importante, un ottimo stipendio, una bella macchina e tutto il resto. Il problema è che quando la gente ti dice che sei una persona di successo, tu inizi a credergli…

In realtà però io odiavo quel lavoro, perché nel mio team i colleghi erano molto competitivi e non lavoravano come una squadra, ma sempre uno contro l’altro. Allora avevo 27 anni e avevo molta paura di lasciare un posto così, anche perché tutti mi dicevano: “Ali hai tutto, non puoi buttare via un lavoro così”. In quel momento però, improvvisamente, mio padre morì. Aveva solo 53 anni. A quel punto mi sono reso conto che nessuno ti chiede quando vuoi nascere o morire e che tante cose accadono “per caso”. Oggi potrebbe essere l’ultimo giorno della mia vita.

 

Era il 2010 e solo allora trovai il coraggio di lasciare il mio lavoro e iniziai a lavorare come insegnante, nell’ambito dei social media. Avevo studenti di 16-17 anni e gli chiedevo sempre del loro futuro e di cosa avrebbero voluto fare. Quello era il periodo in cui si stavano affermando Facebook e i social network e così ho ripensato alla mia idea d’infanzia di raccontare le storie di vita e le professioni della gente, ma questa volta su una piattaforma digitale”.

 

Presidente Repubblica Austria Heinz Fischer su watchado
Presidente Repubblica Austria Heinz Fischer su whatchado

 

A questo punto della nostra chiacchierata multi linguistica, in inglese e tedesco, è arrivato il momento per Ali di andare a prepararsi per l’incontro con gli studenti, a cui anche noi assisteremo. L’intervista prosegue con Jubin, amico e socio di Ali, a cui chiediamo qualche informazione in più su whatchado.

 

Domanda semplice ma fondamentale: perché è importante per ciascuno di noi fare un lavoro che si ama davvero?

Io paragono sempre il lavoro con una relazione sentimentale. Se non amiamo la persona che abbiamo accanto siamo infelici e la stessa cosa accade se facciamo un lavoro che non ci piace, considerando che impieghiamo lavorando la maggior parte del nostro tempo. Inoltre quando le persone fanno un lavoro che amano lo fanno molto meglio e questo è un grande vantaggio per le aziende e per tutta la società.

 

Voi girate tutto il mondo e avete conosciuto persone di successo di ogni parte del globo. Che cos’hanno in comune?

Credono davvero in quello che fanno e seguono il loro cuore e la loro passione. Cosa non meno importante: le persone di successo non si limitano alle parole, ma agiscono. E attenzione: per me successo non vuol dire denaro o reputazione, ma fare qualcosa che ci rende felici e che ci appaga.

 

Con il progetto whatchaSKOOL voi incontrate anche moltissimi studenti, come sono i giovani di oggi?

Sono ancora molto curiosi e impegnati. Il problema della generazione Z (detta anche dei Millenials, nati dopo il 1994 ndr), ma anche della mia generazione, la generazione Y, è che siamo troppo impazienti e pensiamo di poter raggiungere subito grandi obiettivi. Questo è quello che ti fanno credere anche all’università, dove ti insegnano che, dopo la laurea, diventerai subito CEO di una grande azienda. Invece non è così semplice. È giusto incoraggiare i giovani, ma anche dargli un’idea realistica del mondo del lavoro.

 

È per questo che è così importante per voi andare nelle scuole?

Ci sono tante opportunità al giorno d’oggi, ma c’è anche una mancanza di informazione per i più giovani. Per questo è così importante per noi avvicinare il mondo del lavoro ai ragazzi in modo realistico. Un altro aspetto è dare prospettive e ispirare i giovani. Purtroppo viviamo in un mondo in cui spesso i genitori stessi non hanno tempo a sufficienza per assolvere questi compiti in modo completo. Noi vogliamo allargare le prospettive e mostrare che ognuno ha una sua storia e nessuno si è svegliato una mattina a capo di una grande azienda. C’è sempre un percorso e noi vogliamo che in questo percorso i giovani non si sentano soli.

 

Vi capita di pensare al futuro di whatchado?

Sì, anche se io vivo ora e qui. Noi non sappiamo come sarà il futuro. Per questo odio la domanda che molti fanno ai colloqui: “Dove ti vedi tra cinque anni?”. Io so solo che, se ci sarà ancora il bisogno della nostra piattaforma, continuerò a fare con passione quello che sto facendo ora.

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