Coronavirus

Ilaria Maria Sala. Non si negozia con una pandemia, vigiliamo affinché la Cina dica il vero

Dalla Sars alla pandemia di Covid-19. L’intervista alla scrittrice e giornalista Ilaria Maria Sala che da anni vive a Hong Kong per capire cosa possiamo imparare (e cosa no) dalla Cina.

“Per combattere una pandemia, servono le misure più rigide e severe. È una situazione straordinaria”. Da Hong Kong, la scrittrice, giornalista e studiosa Ilaria Maria Sala si dice angosciata: “Il 23 marzo scorso non era sicuro che a Wuhan fosse tutto sotto controllo per la radio-tv pubblica. Il mondo intero stia attento”.
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Dalla capitale della provincia cinese di Hubei, è partito il nuovo coronavirus che ha portato l’infezione da Covid-19 in tutti i continenti. In Italia, nel momento in cui scriviamo, sono state contagiate 74.386 persone e ne sono morte 7.503. A Hong Kong il numero degli infetti è di 411, di cui i casi più recenti sono individui rientrati dall’estero. Con Ilaria Maria Sala, che vive in Cina dal 1988 e stabilmente nell’ex colonia britannica Hong Kong dal 1997, ripercorriamo gli ultimi 17 anni, dall’insorgere dell’epidemia di Sars nel 2003 al nuovo coronavirus degli ultimi mesi.

Lezioni dalla Sars per capire il nuovo coronavirus

Operatore della Croce Rossa Italiana
Un operatore della Croce Rossa Italiana guarda fuori dal finestrino. Sta portando pasti ai senza fissa dimora durante l’emergenza coronavirus. Roma, 17 marzo 2020 ©Marco Di Lauro/Getty Images

Le epidemie ci sono sempre state e non vengono tutte dall’Asia. Rileggendo la storia e la letteratura scientifica, si capisce che l’imprenditore e filantropo Bill Gates non ha profetizzato nulla dicendo che c’era il rischio di una nuova pandemia. Ha solo guardato laddove altri si sono voltati. C’è molto da apprendere per chi ha sottovalutato l’epidemia e poi la pandemia: governi, istituzioni, organizzazioni internazionali, mezzi d’informazione e anche alcuni esperti.

A Hong Kong i cittadini hanno imparato a mettersi in allerta da soli. A Taiwan e Singapore ci si è attrezzati a un rischio sempre più possibile in un pianeta globalizzato. Anche la Corea del Sud ha messo in atto misure di sicurezza per un contenimento più repentino possibile.

Ilaria Maria Sala, che è anche vicepresidente della organizzazione a difesa della libertà d’espressione PEN Hong Kong, spiega: “Con un’epidemia non si tratta. I militari stanno intervenendo, non solo in Cina, ma anche nelle democrazie più vivaci dell’Asia. La paura della mappatura dei contagiati è una sciocchezza, soprattutto in democrazia. Lo stato ha la priorità di proteggere la salute pubblica, tutto il resto viene dopo”.

Questa tragedia planetaria ha messo in luce i limiti del nostro Occidente, e non solo, nell’approccio alle malattie e alla comprensione di abitudini diverse. Ecco uno degli esempi che Sala fa nell’intervista che segue: “In Asia, da ancor prima della Sars, l’uso della mascherina è una forma di rispetto della comunità in cui si vive, prima che di se stessi”.

Dall’epidemia di Sars del 2003 alla pandemia di Covid-19. In base al tuo vissuto, ci puoi aiutare a capire che cosa ci sta succedendo?
La Sars oggi sembra una prova generale di ciò che sta accadendo con il nuovo coronavirus, anche se ebbe un impatto e un’estensione molto minori. A Hong Kong, Taiwan e Singapore la Sars è servita come banco di prova. Le persone, nel caso di Hong Kong, e anche i governi, per quanto riguarda Taiwan e Singapore, sono diventati molto più capaci di far fronte a questo tipo di emergenza. Non dobbiamo dimenticare che a Hong Kong la crisi epidemica è iniziata dopo nove mesi di manifestazioni antigovernative. Ai primi segnali di una malattia infettiva che veniva dalla Cina, la popolazione non si è fidata del governo di Hong Kong. Temeva che quest’ultimo non applicasse una strategia ragionevole di contenimento del virus per non offendere Pechino. Quindi, la gente ha cambiato immediatamente, di sua iniziativa, il suo stile di vita. Da un giorno all’altro ha cominciato a uscire meno. Tutti hanno messo una mascherina, la maggior parte dei locali pubblici misurava la febbre a chi entrava, in quasi tutti i negozi o alle poste sono stati collocati distributori di disinfettante per pulirsi le mani.

Controlli alla frontiera di Hong Kong con il resto della Cina
Controlli alla frontiera di Hong Kong con il resto della Cina. Per l’epidemia di Covid-19 è rimasto aperto solo un passaggio via terra. 3 febbraio 2020. ©Anthony Kwan/Getty Images

Tutto questo prima che il governo annunciasse delle misure.
Sì, c’è stato anche uno sciopero ospedaliero per convincere il governo a chiudere le frontiere con la Cina. Il governo di Hong Kong non voleva farlo ma, dopo quasi due settimane di scioperi, ha imposto un blocco pressoché totale. Adesso restano aperti l’aeroporto e un passaggio di terra. Una reazione dal basso verso l’alto, dovuta all’esperienza della Sars. Dopo che il governo cinese cercò di coprire a lungo quanto stava accadendo nel Guandong cinese, da dove partì il virus, Hong Kong si trovò a gestire la crisi da sola pagando un prezzo molto alto: 299 morti. E’ chiaro che oggi questo numero sembra sciaguratamente piccolo, ma allora apparve come la tragica perdita di 299 persone che forse potevano essere salvate.

Apprendere dagli errori può salvarci la vita?
I cittadini di Hong Kong hanno imparato a mettersi in sicurezza. I governi di Taiwan e Singapore hanno usato questi 17 anni per costruire ospedali, dotarsi di più unità di rianimazione. Quel primo allarme del 2003, è stato colto come un insegnamento molto importante.

Vendita di mascherine, Corea del Sud
Vendita di mascherine durante l’emergenza coronavirus a Seul, Corea del Sud. 28 febbraio 2020 ©Chung Sung-Jun/Getty Images

Pechino, però, sembra aver tardato nell’annunciare la diffusione del nuovo coronavirus, perché?
Il governo cinese ha una struttura piramidale, in cui le persone in basso sanno che il loro futuro dipende dalle informazioni che danno a quelle in alto. Non nel senso che se danno le informazioni giuste vengono premiate. L’alto non vuole problemi. Se ci sono questioni preoccupanti di instabilità sociale o malattie infettive, la responsabilità viene attribuita ai quadri di partito regionali o ai singoli cittadini, a persone di rango inferiore. Ciò ha creato un sistema in cui nessuno vuole dare cattive notizie. Ma con un virus così tanto infettivo e dal contagio così rapido, anche qualche settimana di silenzio ha portato all’espansione molto veloce di una malattia che ora sta facendo morti in tutto il mondo. Pechino non è responsabile della tipologia e della morbosità del coronavirus, non l’ha creato lei, ma della messa a tacere di cattive notizie. Se anche in Cina, già a novembre con i primi casi di polmonite atipica, ci si fosse messi in allerta come a Hong Kong, Singapore e Taiwan, non saremmo giunti a questo punto.

Al punto del contagio in Italia e nel resto d’Europa. Dal primo caso accertato di Codogno, ci sono stati ritardi nell’applicazione di misure di sicurezza, comunicazioni confuse, sottovalutazioni. Per esempio, si è detto che le mascherine non servivano.
Parlo in base all’opinione dei medici di qui, che è totalmente diversa. Ovvero, le mascherine sono essenziali. Per i primi quattordici giorni abbiamo visto che una persona può non avere sintomi, ma essere contagiosa. A logica, quindi, non servono solamente a chi è infetto. Portare la mascherina è un modo per proteggere gli altri, prima che se stessi. È un’abitudine nata prima della Sars in vari paesi dell’Asia, tra i quali Cina, Corea del Sud, Taiwan, Giappone. È buona educazione se hai il raffreddore indossare la mascherina per evitare di contagiare gli altri. Dal punto di vista socio-economico, dipende anche dal fatto che in questa regione ottenere dei giorni di malattia è più complicato. C’è anche una tendenza molto più marcata a sentirsi in colpa se si infetta qualcun altro. Se starnutisci, è comune che qualcuno ti offra una mascherina. Quasi tutti le portano nei periodi delle influenze comuni. E ora che Hong Kong non è chiusa come molte città italiane, le persone senza mascherina si contano sulle dita di una mano. Un’altra cosa che è stata detta dai medici di Hong Kong è di comportarsi come se si fosse infetti. Per proteggere gli altri si evitano i contatti fisici. Una persona a basso rischio di contagio, sana, accetta di buon grado di lavarsi spesso le mani, lavorare il più possibile da casa, limitare le relazioni sociali e indossare la mascherina.

Aiuto agli anziani, Roma
Una volontaria di Sant’Egidio porta aiuti agli anziani durante l’emergenza coronavirus. Roma, 17 marzo 2020 ©Marco Di Lauro/Getty Images

In Italia l’opposto. A oggi, mascherine e tamponi per test diagnostici mancano anche per il personale sanitario.
Qui fatichiamo a capire perché tanto tempo sia stato perso in Europa quando già l’infezione viaggiava veloce in Cina, Giappone e nelle navi da crociera. Tutti i governi dei paesi in cui il contagio è arrivato dopo hanno perso tempo prezioso. Dovevano fare scorta di mascherine, disinfettanti, tutto ciò che era necessario e preparare gli ospedali. Forse per una sorta di arroganza, i governi occidentali credevano che fosse una questione solamente asiatica. È difficile da capire.

Che cosa si può dire a chi in Italia si oppone alla mappatura dei contagiati, paventa la perdita della privacy o addirittura i militari per sempre nelle strade?
Si tratta di sciocchezze. La mappatura è stata fatta anche in paesi democratici come Taiwan e la Corea del Sud. Non può esserci il timore di ciò che succederà dopo, davanti a un’emergenza di questa natura. Quello che sta avvenendo è ovviamente straordinario. Sul lungo periodo gli italiani non possono volere i militari per strada. Ora ci sono per far fronte a una crisi. Tracciare dove vanno le persone e i contatti che hanno, è una questione di protezione della salute pubblica che deve far parte di una democrazia. Non è democratico lasciare che le persone muoiano di una malattia che può essere contenuta. Pensare che sia un complotto per spiare i cittadini, significa che forse dobbiamo eleggere delle persone di cui ci fidiamo di più.

Militari italiani alla stazione centrale dei treni di Milano per l'emergenza coronavirus
Militari italiani alla stazione centrale dei treni di Milano, per l’emergenza coronavirus. 10 marzo 2020 ©EmanueleCremaschi/Getty Images

Eppure, diversi giornalisti e politici hanno diffuso queste paure, con tanto di like sui social.
Sembra la sindrome di esprimere un’opinione prima di aver ragionato. Questo è tipico nel nostro sistema mediatico: prima di tutto esprimo un’opinione, poi forse penso alle conseguenze. Se guardiamo alle due democrazie più dinamiche e vitali dell’Asia, Corea del Sud e Taiwan, nessuno sta facendo questi discorsi. E in entrambi, non essendo stati firmati dei trattati di pace col rischio che i militari ritornino, qualcuno potrebbe essere pervaso da questa paranoia. Invece, la gente sa che i soldati stanno agendo per contenere il contagio e quando l’epidemia sarà debellata se ne andranno dalle strade. In Corea del Sud l’esercito è intervenuto per impedire a una setta religiosa di riunirsi senza protezioni. I membri dicevano che la selezione l’avrebbe fatta il loro dio. Sostenere che tale blocco non sia democratico, è follia.

In Italia si è tardato a chiudere tutti i servizi non essenziali, fabbriche e uffici.
Non ci sono mezze misure. Con un’epidemia non ragioni, non ti puoi sedere e negoziare. Non puoi dirle che hai bisogno di proteggere l’economia. Senza dubbio, in un’epidemia l’economia viene colpita gravemente. Lo stato, l’Unione europea, i poteri che ci governano hanno il dovere di affrontare la crisi economica conseguente all’epidemia, proteggendo le fasce che ne vengono danneggiate. Se un lavoratore si ammala e muore di Covid-19, ha pagato un prezzo ben più alto. A Hong Kong, durante questa emergenza, sono stati dati mille euro come palliativo iniziale a tutti i cittadini maggiorenni. Con l’assurdità che tale cifra è stata assegnata sia ai disoccupati che ai milionari. Non sto dicendo che Hong Kong ha fatto tutto bene. Comunque, esiste un pacchetto di aiuti che sono stati dati alle aziende e ai lavoratori.

Secondo un servizio del 23 marzo della radio televisione pubblica di Hong Kong, non è sicuro che a Wuhan – dove è partita la pandemia – siano finiti i contagi. Alcune persone con i sintomi sarebbero state respinte, non visitate. C’è da preoccuparsi?
Sì, il mondo intero deve guardare molto attentamente alle notizie che la Cina sta diffondendo, perché se essa mente siamo tutti nei guai.

Immagine di copertina: Anziana alla finestra si adatta alle misure anti-Covid-19, Roma © Marco Di Lauro/Getty Images
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