Coronavirus

Marina Spadafora, Fashion revolution. Il ritmo con cui abbiamo prodotto fino a ora è diventato insostenibile

Il 23 aprile è uscito il nuovo libro di Marina Spadafora, scritto insieme alla giornalista Luisa Ciuni, dal titolo La rivoluzione comincia dal tuo armadio. Per l’occasione abbiamo intervistato la coordinatrice del movimento Fashion revolution.

Il mondo della moda ha bisogno di una rivoluzione. E la pandemia di coronavirus può essere l’occasione giusta per ripensare l’intero settore. È di questo avviso Giorgio Armani, che in una letteraWomen’s wear daily (Wwd) ha affermato “che questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare e riallineare tutto”. E lo è anche Marina Spadafora, secondo cui “ci si renderà conto che il ritmo con il quale abbiamo prodotto fino ad oggi è diventato insostenibile”.

Coordinatrice italiana di Fashion revolution, movimento globale che mira a sensibilizzare i consumatori sulle loro abitudini di acquisto e si batte per un’industria della moda più equa ed etica, Spadafora da anni fa “moda con una missione”: la sostenibilità. Ambientale, certo. Ma anche sociale ed economica.

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Un nuovo libro

La strada verso una moda più etica sembra ancora lunga, ma ognuno può e deve fare il suo. Tutto comincia con l’informarsi adeguatamente. A tal proposito, il 23 aprile 2020 arriva il libro, scritto da Marina Spadafora e dalla giornalista Luisa Ciuni, dal titolo La rivoluzione comincia dal tuo armadio. Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile, edito da Solferino libri. Racconta lo stato dell’arte dell’industria del fashion, l’avvento della moda veloce e l’impatto che questa ha sui consumi, le conseguenze di sovrapproduzione e sprechi, e l’urgenza di modelli di economia circolare, che concilino profitto ed equità.

Il lancio ufficiale è previsto per venerdì 24 aprile, all’interno di un webinar sulla piattaforma Zoom – “Doveva essere un evento fisico ma dobbiamo ringraziare la tecnologia” – per il Fashion revolution day, durante il quale Fashion revolution Italia, insieme alla sua coordinatrice, parlerà di moda sostenibile, del ruolo dei consumatori, introdurrà una mappa per lo shopping sostenibile nel Belpaese e presenterà il libro in uscita, che si potrà trovare nelle edicole a partire dal 15 maggio. L’appuntamento è per le 18.30, sulla piattaforma o live sulla pagina Facebook di Fashion revolution Italia.

L’intervista a Marina Spadafora

Data l’eccezionalità dei tempi che corrono, viene naturale chiedersi cosa succederà dopo, quali sono i segni che la Covid-19 lascerà nell’industria della moda e in tutti quei Paesi che su di essa vivono. Ma viene anche da pensare che questa possa essere una grande opportunità per riflettere su soluzioni più sostenibili, a tutti i livelli. Perché, come dicono le autrici del libro, la rivoluzione comincia dal nostro armadio. Abbiamo fatto il punto della situazione con Marina Spadafora.

Marina Spadafora, secondo lei che ne sarà del futuro della moda dopo la pandemia di coronavirus?
Credo che a tanti livelli ci si renderà conto che il ritmo con il quale abbiamo prodotto fino ad oggi è diventato insostenibile. C’è una quantità di abbigliamento e di merce in circolo nel mercato che non è giustificata né necessaria. Penso che la quantità di produzione diminuirà: questo lockdown ha fatto capire alle persone quante cose hanno nell’armadio e quanto poco, in realtà, hanno bisogno di comprare cose nuove.

Mi auguro anche che la fast fashion si dia una calmata e soprattutto che, come nella lettera che ha scritto Armani a Wwd, il lusso la smetta di rincorrere la fast fashion facendo tantissime collezioni. Fare così tante collezioni e uscite mette uno stress terrificante su chi lavora, sia nell’ufficio stile, sia in chi produce, ma soprattutto segue un modello di moda che deve essere rivisto.

Mi auguro anche che i consumatori si siano fatti un esame di coscienza e che si siano resi conto che anche il modo in cui consumiamo deve cambiare: deve essere un consumo più etico, più informato. Prima di dare soldi a qualcuno informiamoci: non andiamo a comprare da chiunque solo perché abbiamo voglia di un capo nuovo. Ogni volta che diamo i nostri soldi a qualcuno diventiamo complici, co-artefici di dinamiche in cui magari non ci riconosciamo. Se andiamo a comprare da gente che inquina, non paga il giusto, si comporta in generale male, ci mettiamo sul suo stesso piano. Basta finanziare queste realtà. Who made my clothes: dobbiamo iniziare a fare questo esame di coscienza e fermarci un attimo.

Credo anche che tutto il modo di fare le collezioni cambierà, perché sperimenteremo questa nuova modalità digitale. Se funziona, potrebbe essere un modo nuovo per presentare collezioni e sfilate, e di conseguenza inquinare di meno. Magari è un po’ meno glamorous ma sicuramente è più sostenibile.


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“Buy less, choose well, and make it last.” – wise words from Vivienne Westwood __ ?On April 24th, 2013 the world was shocked and saddened when the Rana Plaza factory collapsed in Bangladesh. Inspired by this tragedy, Fashion Revolution Week is the campaign where brands and producers are encouraged to demonstrate transparency in their supply chain with the hashtag: #WhoMadeMyClothes __ ? With all of this in mind, we can change the story. We can choose fashion that is ethical, sustainable, and high quality from brands that are transparent about their process. ? ✅Why ethical? Because our clothing should respect all people ✅Why sustainable? Because our clothing should respect the planet and all its inhabitants ✅Why high quality? Because textiles should be long-lasting, and not end up in the landfill #zerowaste ✅Why transparent? Because we all deserve to know #whomademyclothes __ ✅Let’s vote with our choices and set the new industry standard. __ ?This week, to celebrate sustainable and ethical fashion and #EarthDay, I’ve partnered with the following brands to run giveaways for you! ?Keep an eye out for giveaways with: @hellodayowls @icebreakernz @outerknown_womens @anupaya __ ➡️Note: feel free to share the graphic and tag @zero.waste.collective & AJ the Illustrator (no modifications to the graphic please!) #zerowastecollective #earthmonth #earthweek

Un post condiviso da Tara McKenna | ZWC (@zero.waste.collective) in data:

Crede che i grandi marchi abbiano interesse a fare un’azione di questo genere?
Ho già incontrato delle aziende e delle start up che fanno delle fotografie e dei rendering dei capi in cui sembra di toccarli. Credo che la tecnologia ci possa venire incontro. Una cosa è se si rimane a fare le canoniche due stagioni all’anno, ma se il buyer deve viaggiare continuamente diventa molto inquinante e dispendioso anche per chi deve far fronte alle spese.

Nella sua lettera a Wwd, Giorgio Armani ha affermato “che questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare e riallineare tutto”. Un ritorno alla slow fashion è prerogativa di una moda più sostenibile?

È uno degli aspetti della moda sostenibile. Dobbiamo inventare un metodo che rispetti Pianeta, persone e che faccia profitto, perché nessuno parla di charity. Il tessile nel mondo oggi dà lavoro a più di 300 milioni di persone, la moda a 70 milioni. Noi produciamo 156 miliardi di abiti all’anno. Bisogna fermarsi e capire come vogliamo proseguire, perché stiamo utilizzando le risorse non rinnovabili del Pianeta. Le finiamo entro luglio ormai. È come se pensassimo di avere non so quanti pianeti a disposizione ma non è così. Dobbiamo darci una regolata.

 

 

 

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Giorgio Armani wrote an open letter to WWD responding to an article on “slow fashion” published on April 2. ⁣⁣ ⁣⁣ “Congratulations: The reflection on how absurd the current state of things is, with the overproduction of garments and a criminal non-alignment between the weather and the commercial season, is courageous and necessary. I agree with each and every point of it, in solidarity with the opinions expressed by my colleagues,” Armani said. ⁣⁣ “This crisis is an opportunity to slow down and realign everything; to define a more meaningful landscape. I have been working with my teams for three weeks so that, after the lockdown, the summer collections will remain in the boutiques at least until the beginning of September, as it is natural. And so we will do from now on,” the designer continued.⁣⁣ ⁣⁣ Tap the link in bio to read the full letter. ⁣⁣ ⁣⁣ Report: @luisazargani ⁣ ⁣ —⁣ #wwdfashion⁣ #giorgioarmani ⁣ #slowfashion Un post condiviso da WWD (@wwd) in data:

Secondo il rapporto The state of fashion, elaborato dalla società di consulenza McKinsey e dalla rivista The business of fashion, ci sarà una sorta di selezione darwiniana dopo l’emergenza coronavirus.
Sicuramente. Quando si riaprirà vedremo chi ha resistito e chi no. Ci sarà un’ecatombe in tutti i settori. I grossi gruppi con le spalle coperte e con delle basi finanziarie importanti probabilmente ce la faranno, invece ho paura che ci sarà una grande moria di piccole aziende.

Ci saranno delle conseguenze pesantissime anche su tutti quei Paesi che vivono sull’industria dell’abbigliamento.
Sì, ci sono già stati degli scandali terribili. Gente della fast fashion ha iniziato a dire che non voleva né ritirare la merce già prodotta né pagarla. È uscito un video di una rappresentate dell’industria tessile in Bangladesh che è intervenuta sostenendo che sono anni che li seguono, che li producono, anni che danno loro il prezzo migliore e ora proprio loro li mollano così. In questi Paesi chiaramente non ci sono né ammortizzatori sociali né previdenza. Questa gente muore veramente di fame. Alcune case della fast fashion hanno ritirato tutto e hanno pagato. Ma non tutti.

 

 

 

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Introducing The Coronavirus Update to The State of Fashion 2020, BoF and McKinsey & Company’s authoritative annual report now in its fifth year, covering the $2.5 trillion industry, based on exclusive interviews with industry executives, a survey of more than 1,400 fashion professionals from the BoF community, and a global McKinsey pulse survey of more than 6,000 consumers. Even before the coronavirus disrupted financial markets, upended supply chains and crushed consumer demand across the global economy, fashion industry leaders were not optimistic about 2020. But this unforeseeable humanitarian and financial crisis has rendered previously planned strategies for this year redundant, leaving fashion businesses exposed or rudderless as their leaders confront a disorientating future and vulnerable workers face hardship and destitution. With this special Coronavirus Update to The State of Fashion 2020, we have taken a stance on what our “new normal” will look like in the aftermath of this black swan event, analysing surveys, data and expert interviews to provide insight for fashion professionals as they embark on the 12- to 18- month period after the dust settles. Learn more and download your free copy of the report on businessoffashion.com [Link in bio] Un post condiviso da The Business of Fashion (@bof) in data:

Una volta mi sono imbattuta in questo titolo: Does fast fashion have to die for the environment to live? (La fast fashion deve soccombere per far sì che l’ambiente sopravviva?). Si possano conciliare fast fashion e ambiente?
Se la fast fashion continua a essere fatta come è fatta, allora sono d’accordo con quel titolo. Con i prezzi che ha, è inevitabile che la moda veloce non rispetti le regole ambientali, soprattutto in Paesi dove praticamente queste regole non ci sono. Per avere una t-shirt a due euro, vuol dire che la si fa in qualsiasi maniera: senza filtri per le acque reflue, senza rispettare il tipo di colorante che va usato, che costa un po’ di più perché non ha i metalli pesanti. Questi abiti non dovrebbero nemmeno essere importati, dovrebbero essere bloccati alle dogane.

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In questo senso le istituzioni cosa possono fare? L’impressione è che manchi una regolamentazione.
Assolutamente, ora è tutto su base volontaria. Sembra la favola di Pulcinella. Così come nell’industria cosmetica e in quella alimentare è d’obbligo segnalare gli ingredienti e le provenienze dei cibi o delle creme, anche nell’industria della moda noi in quanto consumatori dovremmo avere l’opportunità di vedere sull’etichetta cosa c’è nel nostro capo d’abbigliamento, come e dove è stato fatto. In un mondo perfetto sarebbe bello avere un QR code che racconti la storia dell’indumento, quanto sono stati pagati coloro che l’hanno prodotto. Ora come ora è fantascienza. Bisognerebbe avere più trasparenza.

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C’è un modo per rendere la moda sostenibile un po’ più democratica? Oggi non tutti si possono permette dei capi sostenibili e quindi necessariamente un po’ più costosi.

Questa è un po’ una leggenda metropolitana. Io sono stata per sette anni direttore creativo di Altromercato, con i suoi 300 negozi sul territorio, e producevamo magliette molto carine, particolari, in cotone organico da un produttore certificato dalla World fair trade organization, che è l’organizzazione del mercato equo e sostenibile, e le mettevamo in negozio a 25 euro. Una maglia a manica lunga a 25 euro in cotone organico, secondo me è un prezzo ragionevole. Dobbiamo smetterla di pensare che una maglietta debba costare meno di un rotolo di scottex. È questo il problema. Dobbiamo ridare il valore alle cose. È stato completamente travisato e stravolto il concetto di quanto è costato un capo d’abbigliamento. Invece di comprare cinque magliette a cinque euro ci si tiene da parte un pochino più di soldi e se ne compra una fatta in modo sostenibile e che magari dura anche un po’ di più nell’armadio.

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Il 23 aprile è uscito il suo libro, scritto insieme a Luisa Ciuni, La rivoluzione comincia dal tuo armadio. Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile. Quali regole ci sono per un armadio più sostenibile?

Bisogna comprare meno capi e più di qualità, in modo tale rimangano più a lungo nell’armadio. Soprattutto bisogna comprare cose che siano realizzate secondo principi in linea con i propri ideali. Poi è necessario far durare i capi di abbigliamento: se qualcosa si rompe, ripariamolo, non buttiamolo via. Se qualcosa non piace più, che si faccia uno scambio o che lo si regali, lo si faccia continuare a vivere. Comprare vintage, comprare da brand sostenibili.

 

 

 

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With International Women’s Day around the corner, I want to ask you all a simple question: do you know who made your clothes? #LinkInBio #IWD2020 ✊?✊?✊? Un post condiviso da Abolitionist | Human Rights (@graceaforrest) in data:

Quanto pensa che le persone siano consapevoli dei vestiti che comprano?
Credo che dopo questa crisi lo saranno molto di più, anche perché saremo tutti un po’ più poveri e quindi si farà più attenzione alla quantità e alla periodicità degli acquisti. Poi anche i Fridays for future e il movimento Greta hanno fatto aprire gli occhi alla gente, che a mio avviso, è già più consapevole.

In che modo la tecnologia ci può aiutare per trovare strade più ecologiche?
C’è una nuova tecnologia, che si chiama blockchain, che traccia un capo di abbigliamento con una serie di informazioni che vengono caricate durante tutte le fasi della produzione. Poi appunto i QR code sull’etichetta dell’indumento, che forniscono le informazioni su quel capo. Questi sono modi in cui la tecnologia più essere molto d’aiuto.

Il suo libro viene presentato il 24 aprile, lo stesso giorno in cui, nel 2013, avvenne il crollo del Rana Plaza. Abbiamo imparato qualcosa da quel momento?
Se guardo i dati di Fashion revolution direi di sì. Noi siamo partiti nel 2013 in un Paese, che è l’Inghilterra, con due donne molto in gamba, Orsola De Castro e Carry Somers, che hanno fondato il movimento; e oggi siamo in 111 nazioni nel mondo, che ne parlano in maniera molto impegnata e con un grande seguito. La reach che abbiamo avuto in questi anni è straordinaria. Penso che quell’incidente abbia scosso moltissime coscienze e che da quel momento ci sia stata un’onda che sta raggiungendo massa critica.

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