Gotan Project. Tra musica, sensualità

Gotan Project: la band che ha fuso il tango con l’elettronica ora propone una nuova evoluzione: “Tango 3.0”. Il leader del gruppo, Philippe Cohen Solal, ci racconta qualcosa della sua storia e dell’ispirazione.

Intervista ai Gotan Project

 

Ciao Philippe, come stai?
Sto bene, sono sempre felice di tornare in Italia. Adoro il vostro
cibo e le donne. No, scherzo, a parte i cliché, amo la
qualità della vita che avete qui. E’ una delle mie mete
preferite insieme al Brasile e ad Amsterdam, la città di mia
madre. Milano poi, non sarà una città d’arte, ma
è un posto in cui si può lavorare e che offre anche
un’ ottima night life.

Immagino che tra le tue mete preferite ci sia anche
l’Argentina…

Si, ovviamente.

A dieci anni dalla nascita dei Gotan Project cosa
ricordi degli esordi?

Siamo partiti senza aspettative, non potevamo immaginare che
avremmo riscosso un tale successo. Volevo fare breccia nel cuore
degli amanti della musica, magari di duemila persone, non certo di
due milioni. Con Edoardo all’inizio ci siamo detti: “Evitiamo le
hit, evitiamo di fare qualcosa di commerciale. Concentriamoci sulla
musica che amiamo, se piace a noi potrebbero amarla anche gli
altri”. Mi sono accorto di quello che stava succedendo ancora prima
che uscisse l’album, testavo i brani durante i miei DJ set e
diverse persone ogni volta venivano in consolle a chiedermi di cosa
si trattasse. Un anno dopo camminavo sulle nuvole.

Trattandosi di musica da ballare quale migliore prova del
fuoco del dancefloor…

Volevamo far ballare la gente. Ma volevamo anche farla pensare. Per
quello ci sono citazioni di Che Guevara o Evita Peron nella
“Revancha Del Tango”. Non sopporto la musica dance commerciale.

Com’è cambiata la tua vita da
allora?

Molto, in certi casi in meglio, in altri in peggio. Adesso riesco a
vivere davvero della mia musica, mi sento un privilegiato. Posso
lavorare liberamente, senza pressioni di tipo commerciale, ho la
mia etichetta, la Ya Basta, che mi garantisce la libertà di
fare quello che voglio musicalmente e graficamente. Il prezzo che
ho pagato per questo però è stato alto, come spesso
succede nella vita: a causa del mio essere sempre in giro per il
mondo adesso non sto più con mia moglie e negli ultimi tempi
sono passato da un appartamento a una camera d’albergo e viceversa.
D’altronde adesso amo viaggiare, per me è diventata una
specie di droga: non posso più farne a meno. Anche se ogni
tanto mi capita di sognare di essere in campagna, sdraiato a
leggere un libro e ascoltare musica classica, senza alcun aereo da
prendere all’orizzonte.

Ci parli del nuovo album?
L’abbiamo fatto in un anno, esattamente a dieci anni dall’esordio:
gennaio 1999-gennaio 2009. A dieci anni di distanza l’alchimia tra
di noi non è cambiata, il contributo di ognuno è
sempre fondamentale. I pezzi sono nati in maniera assolutamente
veloce e spontanea: in un mese ne abbiamo scritti venti, alcuni
giorni addirittura tre. Tuttavia ci sono voluti ben undici mesi per
registrarli e per produrli perché volevamo qualcosa di
davvero sofisticato, che potesse durare nel tempo: un disco che
dopo molti anni la gente avrebbe ancora apprezzato, un punto
d’arrivo, un classico insomma. Mentre lavoravamo avevo negli occhi
le immagini dei Pink Floyd che raccontavano com’era nato “The Dark
Side Of The Moon”, i Sex Pistols e Lou Reed che parlavano di “Never
Mind”, “The Bollocks” o “Transformer”. Non è mancata la
voglia di sperimentare ed essendo il Tango un genere profondamente
legato ad un territorio, l’idea era di incrociarlo con tanti generi
differenti: il blues, il country, la nueva cumbia, che è il
nuovo suono di Buenos Aires. Ma c’è dell’altro, nel disco
c’è un tango lynchiano, ‘De hombre a hombre’, un brano che
all’inizio si chiamava ‘Lynch Tango’. Ogni traccia ha la sua storia
e le fonti di ispirazione sono state molteplici, non solo
musicali.

Hai reinterpreto il tango con i Gotan, la canzone
country tradizionale americana in solitario con il tuo progetto The
Moonshine Session. In cosa ti cimenterai la prossima
volta?

Non lo so ancora, sicuramente non ho intenzione di interrompere il
mio viaggio musicale. E’ qualcosa che deve avvenire in maniera
organica, non può essere pianificato. Bisogna conoscere un
paese, i suoi abitanti e avere delle amicizie. E poi si comincia
piano piano: un brano, poi magari un altro e così via.

C’è qualche altro artista in giro che senti
particolarmente vicino al tuo modo di fare musica?
Un
artista che ammiro particolarmente è Damon Albarn. Sono un
fan dei Blur e penso che tutto quello che fanno sia fantastico,
anche con la sua etichetta, la Honest Jon’s. Damon è uno che
cerca di portare la musica nel futuro e sono convinto che abbiamo
visto non più del dieci per cento di quello che può
fare: credo che farà qualcosa di grande. Penso che entrambi
abbiamo una visione globale della musica. Non parlo di world music,
ma di un suono globale.

E invece qual è il tuo guilty pleasure,
la musica che ami, ma di cui ti vergogni un po’?

Amo certe cose romantiche, come la musica pop dolciastra…
Tipo i Carpenters o Alessi Brothers. Ho anche una compilation che
ho comprato a Londra non più di dieci anni fa e che si
chiamava proprio “Guilty Pleasures”, con gli ELO e molti altri.

Sei sensibile alle tematiche ambientali?
Si, certo. Ogni giorno nel mio piccolo cerco di fare del mio meglio
come ad esempio fare la spesa con una borsa di tela perché
trovo assurdo usare sacchetti di plastica. Odio la plastica e non
capisco come gli artisti possano ancora oggi stampare CD di
plastica, è una cosa che mi manda in bestia. Tutti i dischi
che escono per la mia etichetta infatti utilizzano carta riciclata,
quella vera. Parte della royalties di The Moonshine Session le ho
donate a Greenpeace, di cui sono membro da diversi anni. Un’altra
cosa che mi fa arrabbiare è vedere le grandi aziende che
sfruttano il marketing verde, come fanno alcune compagnie
petrolifere che cercano di apparire sensibili a questo
problema.

E’ in uscita un libro in cui si afferma che la musica
è una sostanza psicoattiva, una droga naturale: modifica
l’umore, fa sognare, è piacevole e dà dipendenza. La
vostra, in particolare, è
afrodisiaca…
Sono assolutamente d’accordo con
l’autore di questo libro: gente da ogni parte del mondo mi dice che
ha fatto l’amore ascoltando la nostra musica. Mi aspetto di vedere
nel giro di qualche anno tanti piccoli fan dei Gotan Project! Il
tango di per sé è una musica universalmente molto
sensuale. Ma io penso che sia qualcosa di più, che sia
sessuale, erotica. Volevamo che quest’album avesse queste
caratteristiche in particolare, a cominciare dall’immagine di
copertina. La musica poi, come il sesso, è una droga e io
devo ammettere che ho una forte dipendenza da entrambe.

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