Trilok Gurtu: l’indiano non fa l’indiano

Parla Trilok Gurtu il maestro delle percussioni (tabla e non solo). Dopo aver fatto parte della band di Don Cherry, negli anni Settanta, collabora con numerosi artisti per diventare poi brillante artista solista.

L’esordio discografico occidentale di Trilok Gurtu è
Usfret (1987) in compagnia della madre Ravindra Gurtu e del
trombettista Don Cherry. Il suo percorso artistico lo ha poi visto
attraversare la musica classica indiana per arrivare al rock, al
pop, al jazz, all’Africa (African Fantasy, 2000). Da poco è
uscito il suo nuovo lavoro, Broken Rhythms, che lo vede collaborare
con il grande chitarrista blues Gary Moore e il quartetto d’archi
italiano degli Arkè.

La tua musica è stata un’importante e riconosciuta
ispirazione per gli artisti della scena Brit Asian come Talvin
Singh, Nitin Sawhney, Asian Dub Foundation. Cosa ne
pensi?

Non penso niente. Penso
che Nitin Sawhney sia un buon musicista, penso che adesso si sia
ben sviluppato e che abbia delle buone idee. Lui mi rispetta molto,
mi definisce suo mentore. Penso che stia facendo un buon lavoro.
Suona anche molto bene la chitarra. Per la sua musica sta facendo
molto bene. È un musicista semplice ma valido. E così
è Talvin Singh: è valido. E così sono gli
Asian Dub Foundation e Badmarsh & Shri. Quanto poi vadano a
fondo nella loro musica, questo non lo so, non posso dirlo. Ma so
che anche loro vogliono rappresentare l’India, perché sono
troppo lontani dall’India, non sono nati in India. Quindi vogliono
rappresentare l’India fuori dall’India. Come adesso il fenomeno del
Bhangra no? Il Bhangra non è niente in India, per noi.
Adesso, siccome la maggior parte degli indiani in Inghilterra sono
del Punjab, sta diventando un fenomeno. Ma non è niente di
nuovo per me. Capisci? Metti sotto dei breakbeat e… non
è niente di nuovo per me, mi dispiace! Qualche volta
può essere roba buona, sì… Ma rispetto il
fatto che loro vogliono rappresentare il loro paese, vogliono
tornare alle radici. Di come lo facciano e di che tipo di radici
vadano a scavare non me ne voglio occupare. Se me lo chiedono,
glielo dirò. Ma se non me lo chiedono, me ne starò
zitto!

Che differenza c’è tra questo cd e i
tuoi album precedenti?

Penso che l’unica differenza sia che adesso la tecnologia
è più avanzata. Quando feci il mio primo cd, nel
1985, la tecnologia non era così avanzata ma il suono era
molto buono. Io cerco di usare lo stesso tipo di suono con questa
tecnologia e con lo stesso sentimento. Perché quando feci il
mio primo cd trovai il mio stile, il mio modo di fare musica – non
so se sia buono o cattivo ma è il mio stile – e l’ho
preservato. E se trovi il tuo stile lo migliori. Quindi penso che
la differenza sia solo che cerco di semplificare e cerco di
migliorare la parte compositiva.

 

Ti ritieni un ponte fra Oriente e
Occidente?

Puoi vederla come vuoi. Se rappresento la musica indiana,
facendo la musica che faccio, allora sono un ponte. E se sono un
ponte rappresento l’India. Penso che molta gente e molti grandi
musicisti in India mi siano grati e dicano che sto facendo un
grande lavoro per la musica indiana. Perché molta gente non
conosce veramente l’India. La conoscono superficialmente, conoscono
certi nomi, conoscono il sitar e le tabla perché adesso sono
di moda. Quindi il mio compito è far capire loro che
cos’è veramente la musica indiana, che è incredibile,
ha duemila anni, ed è molto scientifica e molto spirituale
al tempo stesso.

 

Nel tuo album appare il grande chitarrista blues Gary
Moore, senti una sorta di vicinanza tra la tua musica e il
Blues?

Il Blues è ovunque. È in India e in Africa, non
è solo in America perché il nome è “blues”. In
realtà il Blues è un sentimento, in gran parte
è un sentimento e questo sentimento del Blues è
ovunque. Per me il Blues è anche molto spirituale, in India
e anche in Africa. Quindi il Blues è questo tipo di
sentimento per cui Gary Moore ha gradito il lavoro fatto insieme:
quando ha sentito questa musica la decisione di lavorare insieme
è stata spontanea. Spero di fare altre cose con lui
perché è un musicista fantastico.

 

In Broken Rhythms hai lavorato anche con un quartetto
d’archi italiano, gli Arkè. Come sei venuto in contatto con
loro?

È stata una questione di fortuna. Mi avevano chiesto di
suonare con loro 5 o 6 anni fa ma non potevo, inoltre non li
conoscevo. Dopo 6 anni hanno contattato il mio manager per farmi
suonare con loro in un concerto. Li ho conosciuti e posso dire che
sono veramente umili, veramente delle brave persone! Inoltre sono
veramente bravi, allora ho detto: “Io voglio rappresentare
musicalmente l’Italia, la Francia, l’India… non solo
l’America!”. Perché gli americani devono conoscere cosa
c’è di buono nel mondo, devono sapere che non è buona
solo la loro musica. Questa idea per me non è giusta,
è una strada a senso unico! Invece la strada deve essere di
tutti! Allora ho preso gli Arkè dicendo agli americani: “Voi
questi non li conoscete soltanto perché il vostro marketing
è migliore del nostro; non li conoscete, ma
ascoltateli!”.

Penso che abbiano fatto un ottimo lavoro e sono certo che
suoneremo ancora assieme.

 

Claudio Vigolo

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