Le occupazioni delle università per la Palestina non si fermano, anche in Italia

Centinaia di tende per la Palestina. Anche in Italia gli studenti e le studentesse fanno sentire la loro voce. Il nostro racconto da Milano e Bologna.

  • Le manifestazioni di studenti e studentesse per la Palestina sono arrivate anche in Italia, dove sono state occupate alcune università con le tende, simbolo di quella che sta venendo definita intifada, o rivolta, studentesca.
  • In tutto il mondo le reazioni da parte della polizia alle manifestazioni sono anche sfociate in sgomberi e violenza.
  • Queste mobilitazioni incoraggiano la partecipazione, il dialogo, e la richiesta di porre fine al genocidio nella Striscia di Gaza.

La geografia della intifada studentesca si sta propagando, con occupazioni, manifestazioni e presidi che stanno intessendo una fitta rete di solidarietà attorno al globo per la Palestina. Dagli Stati Uniti, all’India, dal Libano al Canada fino ad arrivare all’Australia, sono parecchie le università del mondo in cui la contestazione studentesca si è fatta sentire, e l’Europa non fa eccezione. L’ateneo occupato a Lipsia in Germania è stato già sgomberato, stessa cosa per l’ateneo dell’università di Amsterdam, nei Paesi Bassi, in cui le forze dell’ordine non hanno lesinato in violenza e accanimento contro gli studenti e le studentesse. Dalla Spagna al Regno Unito, passando per la Francia, per l’Irlanda, la Finlandia, la Danimarca, la Svizzera e la Spagna, le manifestazioni si attivano senza soluzione di continuità.

Le manifestazioni di Bologna e Milano

Anche l’Italia, tra presidi e manifestazioni inizia le prime occupazioni. Come a Bologna, animata da un fervore che si infittisce avvicinandosi all’università. I segni dello spazio occupato denunciati dalle strade vicine, un lenzuolo appeso con il programma della giornata in verde e rosso. Poi le bandiere palestinesi, i colli intrecciati alle Kefieh. Infine il banchetto con l’infopoint, il tavolo del cibo condiviso e lo spazio assembleare composto da panche organizzate in cerchio, incorniciati dai portici dell’Alma Mater.

Dietro, a gonfiare la piazza, decine di tende, un’infiorescenza di poliestere, che trasforma Piazza Scaravilli in Piazza Occupata, occupata per la Palestina. Una solidarietà materiale che reclama lo spazio dell’istruzione come terreno politico ed educativo, coordinato e guidato da persone studentesse.

“Noi come studentesse e studenti dell’Università di Bologna, ormai da tre giorni abbiamo montato le tende, rispondendo all’appello e alle richieste lanciati dalle studentesse e dagli studenti dell’università di Bir Zeit che hanno rinominato il movimento transazionale la students intifada”, specifica una delle persone che organizza e gestisce lo spazio.

“La mobilitazione su Bologna si inserisce in un percorso che portiamo avanti da anni per il boicottaggio accademico sui rapporti tra l’industria militare e l’Università di Bologna, ma si ora si connette anche al contesto delle mobilitazioni che vediamo da tempo animare i campus statunitensi e che a macchia d’olio si stanno espandendo. Questa mobilitazione studentesca valica i confini nazionali, anche l’oceano in questo caso, perché si moltiplicano le occupazioni nei campus inglesi, francesi e anche italiani. Esprimiamo piena solidarietà e complicità alle studentesse e agli studenti statunitensi che hanno subito la durissima repressione delle forze dell’ordine.”

Bologna non sarà l’ultima città italiana a ritrovarsi con un’Università occupata, con il rettorato sotto lo scrutinio degli studenti e il senato accademico, finalmente, responsabilizzato. A tal proposito, un’attivista mi dice quanto sia importante portare l’attenzione su quest’organo “che sennò poi sembra che le università prendano decisioni così”, quando invece un processo e un sistema ci sono e delle responsabilità pure. Ciò che però, troppo spesso, le università restituiscono è piuttosto un’immagine di direzioni irreversibili che paiono apparse dal nulla, calate dall’alto, quasi per gemmazione.

In questi giorni, a Milano, gli studenti dell’Università Statale di Milano hanno occupato il cortile di Festa del Perdono proprio in previsione del Senato accademico del 14 maggio. Anche di fronte al Politecnico, in Piazza Leonardo, sono state piantate decine di tende. L’onda de “la acampada”, oltre a Roma e Palermo, ha raggiunto oggi anche Torino e Padova, prossime ad occupare si annunciano Venezia e Siena.

Gli studenti sperano in questo modo che l’attenzione dalle istituzioni universitarie, e non, tenga conto della loro volontà e della necessità di prendere una posizione a supporto del popolo palestinese che, stando ai dati, aggiornati al 12 maggio, conta almeno 35.034 , di cui 14.500 bambini, 78.755 persone ferite e più di 10.000 disperse.

L’8 maggio, lo spazio occupato dell’università di Bologna ha ospitato una serie di eventi educativi, culturali e gestiti orizzontalmente. Il che significa che oltre ad ascoltare le persone sono state invitate ad intervenire, Judith Butler, Patrick Zaki e Rachele Borghi, gli studenti sono liberi di prendere parola. Non limitarsi a fare domande, che pure non mancano, ma a dire la loro e ad essere ascoltati. Sembra quasi un atto senza precedenti, eppure, negli spazi di occupazione studentesca, le rivendicazioni politiche portano a sperimentare anche forme alternative di didattica che, com’è e come non è, risulta estremamente più stimolante ed inclusiva di quella classica con cattedra e banchi. Qui ci sono panche, sedie e pavimento. Nessuno sta un gradino sopra ad alcuno.

Lo scopo di questa giornata rientra nel modello di occupazione, creare un ambiente di confronto costruttivo, in cui pensare e ripensare la lotta, certo, ma non solo, anche il futuro e il proprio ruolo nel costruire quello collettivo. “Si parla di Palestina, di quello che accade nel mondo e si costruiscono assieme delle riflessioni”. Durante la prima conferenza si notano anche alcune professoresse dell’ateneo, presenti, interessate, sedute accanto e tra chi, durante lo svolgimento ordinario delle lezioni, è loro studente, condividendone la lotta e l’impegno.

Le richieste degli studenti sono chiare, coerenti con quelle diffuse a livello internazionale.

“Vogliamo che il genocidio finisca, che le nostre istituzioni taglino i rapporti con lo stato di Israele, che è uno stato fondato sulla pulizia etnica, che è uno stato che ha raggiunto una fase della sua parabola coloniale pienamente genocidaria. E per ottenere, per mettere pressione e ottenere dalla nostra governance accademica che rescinda gli accordi di ricerca con le università israeliane e le aziende come Leonardo ed Eni, che sono italiane, e hanno le mani sporche del sangue delle persone palestinesi”

L’intifada studentesca

Mani e conti in banca intrisi sangue, gonfiati da spartizioni territoriali derivate da una violenza il cui intento genocida non sempre viene riconosciuto, come ricordato dalla filosofa Judith Butler, intervenuta per dimostrare solidarietà con il movimento di occupazione studentesca, nelle sue parole “students are clear”, gli studenti sono consapevoli, sanno cosa sta succedendo e stanno rigettando la narrazione dei media principali, gli stessi che tentennano gravemente nel riconoscere responsabilità e che rifiutano di usare termini specifici. Le università si stanno confrontando con un corpo studentesco attivo, che pretende la cessata connivenza con il comparto bellico che, di fatto, mette a reddito e militarizza la ricerca, il lavoro, l’educazione e il tempo stesso di chi attraversa le aule. Invece di essere controllati, di vedere i loro studi indirizzati verso la produzione redditizia della macchina bellica e fossile, gli studenti vorrebbero vivere i campus in serenità, venendo ascoltati in uno spazio di cura.

La consapevolezza e la diffusione informativa sono parte integrante di questo presidio che fisicamente ricorda all’Università e ai governi le promesse che disattendono. Il clima che si respira è impegnato, serio, ma anche solidale, capace di generare una sensazione di forza condivisa che dà speranza. Che ricorda la Palestina e l’importanza di prendere parte a quella che, osservando il panorama globale, sta diventando la più grande mobilitazione studentesca degli ultimi cinquant’anni. Sorridendo, la persona che ha chiacchierato con me racconta anche il lato conviviale dell’occupazione che forse restituisce la potenza della solidarietà maturata “facciamo le cenette, i pranzetti, stiamo insieme e parliamo di Palestina”.

Perché alla fine, quest’aria frizzante e ventosa è intrisa di volontà politica, più di tutto della scelta di non rimanere inerti ad osservare gli eventi con individualistico distacco e attivarsi, organicamente, per esercitare pressione, per cercare di interrompere un genocidio e di ricordare a chi ne è complice che la resistenza è anche testimonianza.

Gli studenti e le studentesse stanno comunicando con le istituzioni che li rappresentano, ora sarà solo da vedere come queste risponderanno e se le risposte saranno adeguate.

Rafah manifestazione
La situazione attuale di Rafah al centro della manifestazione © Martina Micciché

“Noi siamo qui perché di fronte all’intensificarsi della violenza sionista su Rafah, all’intensificarsi della compattezza occidentale attorno ad Israele, riteniamo sia importante che ci sia un presidio fisico di persone che, qui, con i loro corpi, ricordano a tutta la nostra società che la collaborazione tra l’occidente e Israele è la vergogna del nostro tempo, che quando si scriverà la pagina di questa storia e racconteranno questi mesi, si dirà che ancora una volta i governi occidentali erano dalla parte sbagliata della storia, dalla parte della forza genocida”.

Non resta che partecipare e vedere se le risposte saranno quelle che un giorno, scritte su un libro che probabilmente girerà in quegli stessi atenei occupati, saranno giudicate giuste.

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