Israele, il governo Netanyahu cadrà. Ma per i palestinesi non cambierà nulla

Benjamin Netanyahu potrebbe presto essere costretto alle dimissioni. Al governo, però, entrerà la destra radicale israeliana.

L’era di Benjamin Netanyahu a capo del governo di Israele potrebbe chiudersi a breve. Dopo ben dodici anni alla guida dell’esecutivo della nazione ebraica, il primo ministro potrebbe essere costretto a dimettersi, a pochi giorni dalla tregua siglata con i combattenti palestinesi di Hamas. 

Il leader della destra radicale israeliana Naftali Bennett
Il leader della destra radicale israeliana Naftali Bennett © Ilia Yefimovich

Il governo post-Netanyahu potrebbe essere guidato dal centrista Yair Lapid

Il leader israeliano, che deve anche rispondere di gravi accuse di corruzione, è politicamente sempre più in difficoltà. Ciò dopo che il capo della formazione di destra radicale Yamina, Naftali Bennett, ha annunciato la propria intenzione di sostenere Yair Lapid, centrista e leader del partito Yesh Atid, che da settimane tenta di ottenere una maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo. 

“Annuncio che farò tutto ciò che è necessario per formare un esecutivo di unità nazionale con il mio amico Yair Lapid. In questa fase occorre sapersi assumere le proprie responsabilità. Con Yair abbiamo delle vedute diverse, ma condividiamo l’amore per questo paese”, ha dichiarato Bennet. La reazione di Netanyahu non si è fatta attendere: secondo l’attuale primo ministro il progetto di un governo del genere rappresenta “un pericolo per la sicurezza di Israele. Si tratta della truffa del secolo”.

Chi è Naftali Bennett, leader della destra radicale israeliana

Ciò che è chiaro è che per i palestinesi il cambiamento non sarebbe, almeno sulla carta, portatore di speranza. Dopo le bombe piovute per dieci giorni sulla Striscia di Gaza, un eventuale ingresso al governo di Yamina potrebbe spostare ancor di più a destra (e su posizioni radicali) l’asse dell’esecutivo. Bennett è infatti particolarmente vicino ai coloni, è favorevole alla linea dura con Hamas (e con l’Iran) e sostiene l’annessione dei due terzi della Cisgiordania occupati dall’esercito israeliano dal 1967.

Benjamin Netanyahu palestinesi
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu © Lior Mizrahi/Getty Images

Uomo d’affari che ha fatto fortuna nel settore delle nuove tecnologie, è fautore inoltre di un ultra-liberalismo economico ed è considerato un “nazionalista religioso”. Difficile immaginare che il suo sostegno al centrista Lapid possa implicare un ripensamento da parte di Bennett sui temi a lui cari. 

Le posizioni del partito Yamina su Palestina, colonie e Iran

Tanto più che il leader di estrema destra, già ministro dell’Economia e della Difesa, ha condotto con successo la campagna di vaccinazione, coinvolgendo fortemente l’esercito (ed escludendo i palestinesi). Né la presenza di un partito di centro-sinistra lascia dubbi circa l’orientamento generale del possibile nuovo governo. 

Basti pensare che, secondo Bennett, l’occupazione israeliana in Cisgiordania non esiste, poiché “non è mai esistito uno stato palestinese”. E che “i terroristi devono essere uccisi, non liberati”. Il capo di Yamina aveva d’altra parte anche promesso di trasformare l’Iran, nemico giurato di Israele, in “un Vietnam”, qualora la Repubblica islamica avesse continuato a perseguire politiche anti-ebraiche.

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