Italia, ogni anno va a fuoco un’area grande come Roma. Anche a causa della crisi climatica

Il riscaldamento globale innesca quelle condizioni meteo che rendono gli incendi sempre più veloci, incontrollabili e distruttivi. Lo afferma uno studio di Sisef.

Ogni estate l’elenco degli incendi in Italia sembra un bollettino di guerra. Il 2020 non fa eccezione: nei soli 71 giorni trascorsi tra il 15 giugno e il 25 agosto se ne sono verificati quasi cinquecento, fa sapere Coldiretti citando i dati della Protezione civile. E per il futuro gli esperti si attendono che questo bilancio sia destinato ad aggravarsi, visto che anche la crisi climatica riveste un ruolo chiave. A fare il punto sul tema è un report realizzato per Greenpeace da Sisef, Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale.

Dimensioni e danni degli incendi in Europa e in Italia

Gli incendi nel bacino mediterraneo stanno diventando più frequenti e devastanti. Tra il 2000 e il 2017 sono andati a fuoco 8,5 milioni di ettari, circa tre volte e mezzo la superficie della Sardegna; la media è di 480mila ettari l’anno, come 670 campi da calcio. Le perdite economiche superano i 54 miliardi di euro, circa tre miliardi ogni anno. 611 persone hanno perso la vita, tra vigili del fuoco e civili. E non è tutto: tanto in Europa quanto in Italia, si moltiplicano quelli che i tecnici chiamano grandi incendi boschivi, che si caratterizzano per la loro notevole velocità e capacità di propagazione, oltre che per la presenza di fuochi secondari anche a distanza.

Se l’Italia è particolarmente flagellata dalle fiamme è anche per via della conformazione del suo territorio e del modo in cui viene (o non viene) gestito. Dopo la Seconda guerra mondiale le campagne si sono svuotate e la vegetazione ne ha ripreso possesso. Così, tra il 1990 e il 2018 i boschi hanno guadagnato oltre un milione di ettari fino ad arrivare agli attuali 10,9 milioni, circa il 36 per cento della superficie del Paese. Sempre più estesi ma anche sempre più lasciati a sé stessi, visto che appena il 18 per cento è sottoposto a piani di gestione o assestamento forestale. Questo dato aiuta a spiegarne un altro, drammatico. Tra il 1980 e il 2018 sono bruciati oltre 4 milioni di ettari, per una media di 106.894 all’anno. L’equivalente di quasi 150mila campi da calcio o all’estensione del comune di Roma.

Qual è il legame tra cambiamenti climatici e incendi

Le nostre aree boschive per giunta sono fitte di seconde case abitate solo per pochi mesi all’anno, spesso costruite senza un’adeguata conoscenza del territorio e dei suoi rischi. “Vivere nella natura, a contatto con i boschi comporta una responsabilità che oggi, in molti casi, è ignorata”, mette nero su bianco il report. Così aumenta la quantità di strutture, infrastrutture e attività vulnerabili ai roghi, insieme al valore dei beni che potrebbero essere danneggiati. Di certo non aiuta la mancanza di piani di prevenzione e di emergenza locale.

Ma perché gli incendi sono così tanti e così distruttivi? Il dibattito politico e mediatico si sofferma quasi solo sull’accensione della fiamma, che nel 97 per cento dei casi in Europa è opera dell’uomo, direttamente o indirettamente. Ma Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale dell’università Statale di Milano e co-autore dello studio, ci ricorda che i danni sono direttamente proporzionali alla loro capacità di propagarsi in modo rapido e incontrollabile. Ne è la prova il fatto che l’80 per cento dell’area bruciata ogni anno in Europa sia il risultato di appena il 2 per cento dei focolai.

Da questo punto di vista, il bacino del Mediterraneo è in bilico. Perché i cambiamenti climatici accentuano il vento e la siccità, creando condizioni meteorologiche che favoriscono il dilagare delle fiamme. I dati scientifici confermano che già oggi l’andamento meteo ha un’influenza maggiore rispetto al passato, e che questo trend si accentuerà nei prossimi anni. Nel frattempo, le aree agricole e pastorali abbandonate vengono ricolonizzate da quella vegetazione prima arbustiva e poi arborea che risulta estremamente suscettibile alle fiamme.

Incendio nello stato australiano di Canberra
Le condizioni calde e ventose e la siccità favoriscono la propagazione degli incendi © Brook Mitchell/Getty Images

Le pesanti responsabilità dell’uomo

Indipendentemente da come la si guardi, insomma, c’è quasi sempre la mano dell’uomo dietro a questa escalation senza precedenti, che ha portato alcuni studiosi a ribattezzare l’epoca che stiamo vivendo come Pirocene. È di questa opinione anche un recente studio pubblicato dal Wwf insieme a Boston consulting group, che allarga lo sguardo allo scenario globale. Per la precisione, sostiene il report, il fattore umano entra in gioco nel 75 per cento dei roghi degli anni recenti. In certi casi si può parlare di dolo vero e proprio, altre volte di pratiche azzardate (come quella di dare fuoco a rifiuti o detriti) o incidenti industriali. Oppure, i roghi sono una scelta deliberata orientata a fare spazio per le coltivazioni intensive (come quelle di palma da olio in Indonesia) o per gli allevamenti (capita soprattutto in Brasile).

Non si può dimenticare, inoltre, come sia sempre l’uomo ad aver contribuito a creare quelle condizioni climatiche che rendono le fiamme più distruttive. “In futuro dobbiamo aspettarci un ulteriore aggravarsi del rischio incendi in molte zone d’Europa, così come degli altri eventi estremi”, commenta Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. “Per scongiurare la catastrofe climatica dobbiamo agire ora per ridurre e poi azzerare le emissioni di gas serra, a livello nazionale e internazionale”.

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