Diritti umani

Kenya. Human Rights Watch denuncia gli abusi dell’esercito sui somali

La ong Human Rights Watch ha pubblicato un lungo rapporto nel quale denuncia rapimenti, torture e uccisioni ai danni della popolazione somala in Kenya.

Sparizioni forzate, rapimenti, torture, decine di morti. Un rapporto pubblicato dalla ong Human Rights Watch denuncia gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza del Kenya ai danni delle popolazioni di origine somala.

I fatti indicati nel testo sono localizzati a Nairobi e nella porzione nord-orientale del paese. In 87 pagine agghiaccianti si documenta la sparizione di 34 persone negli ultimi due anni e si punta direttamente il dito contro le Kdf (Kenya defence forces dell’esercito) e i servizi segreti. Ma vengono citati anche i rangers del Kenya widlife service, la struttura deputata alla protezione ambientale.

 

Hrw: temiamo coinvolgimento del governo del Kenya

I militari keniani sono accusati di torture e uccisioni su larga scala, in particolare all’interno dei campi e delle strutture presenti lungo il confine con la Somalia. E se già nel 2014 l’organizzazione non governativa aveva rivelato discriminazioni ai danni dei cittadini di origine somala, “ora – spiega il direttore Ken Roth – siamo ad un altro livello. Il numero di rapimenti è ben superiore a quello che avevamo constatato in passato. E i fatti non coinvolgono solo la polizia o milizie locali, ma anche i servizi segreti e l’esercito”. Si tratta di operazioni di un’ampiezza tale da far pensare, aggiunge il dirigente, “che possano essere effettuati solo dietro ordine del governo nazionale”.

 

Kenya Human Rights Watch
Un’azione della polizia del Kenya ©Uriel Sinai/Getty Images

 

“Ciò che è emerso è la punta dell’iceberg”

Il quadro tracciato da Human Rights Watch è dunque estremamente preoccupante. Si parla ad esempio di undici corpi di persone scomparse, arrestate dalle forze di sicurezza, che sono stati ritrovati in alcuni casi lontano dai luoghi degli interrogatori. Nessuna inchiesta è stata aperta per accertare i fatti. Secondo la ong, a volte “mesi, se non addirittura un anno dopo gli arresti, ai sospettati non era stato imputato alcun capo d’accusa. Eppure le famiglie oggi non sono in grado neppure di localizzare i corpi dei loro cari”.

 

Il rapporto sottolinea infine che quanto emerso non è che “la punta dell’iceberg”: molti parenti delle vittime sono talmente terrorizzati, infatti, da non riuscire neppure a denunciare o testimoniare.

 

Immagine di apertura: ©Tony Karumba/Afp/Getty Images

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