L’uomo che sussurrava alle pecore

Immaginate di essere un pastore mongolo a cavallo del suo cammello, pronto a condurre il gregge su un nuovo pascolo. Siamo in aprile ? il tempo dell?agnellatura nella steppa ? e vi accorgete che una delle pecore

La pecora salta su e scappa al vostro arrivo, lasciando
l?agnello solo a belare disperato nella polvere, tutto bagnato. Di
solito le pecore accettano gli agnelli neonati ma ogni tanto, come
in questo caso, decidono di rifiutarli negando loro la cura di cui
hanno bisogno per sopravvivere. È il momento di intonare il
khoomei (si pronuncia hoo-mee), il canto armonico mongolo detto
anche canto gutturale.

Mi trovo nel distretto Chendman di Khovd, Mongolia occidentale,
per studiare la tradizione locale di cantare agli animali orfani
per tranquillizzarli. È quella parte del moderno canto
armonico che non prevede esibizioni di costumi sgargianti, balli
codificati e assordante musica techno (come ho visto qui a fine
marzo alla festa del khoomei), ma che compensa ciò che le
manca in fatto di spettacolarità con una bellezza
intrinseca.

Se non avete mai sentito un khoomei, non vi sarà facile
immaginarlo esattamente. Quando è eseguito nel modo giusto,
inizia con un suono gutturale che crea il tono basso su cui
è modulata la melodia di un motivo mongolo. Se è mal
eseguito sembra di sentire qualcuno che gorgoglia il motivo di
Guerre stellari, che è più o meno il livello al quale
arrivo io: ho pensato che, una volta tornato a casa, questa mia
nuova arte potrebbe rivelarsi buona solo per una mediocre
esibizione a notte fonda in qualche festa. Invece un buon khoomei
è molto di più di un numero di effetto: qui in
Mongolia è una forma musicale studiata e rispettata che
trova spazio nelle feste e nelle università di tutto il
paese, ed è una parte importante del lavoro del pastore
mongolo.

Il mio maestro, un pastore-musico che si chiama Tserendavaa (per
tradizione i mongoli non hanno cognome) ricorre al khoomei tutte le
volte che una pecora, una capra, un cavallo, una mucca o un
cammello appena nati restano orfani o sono rifiutati. È una
pratica che si svolge senza clamore ? diversamente dalla festa del
khoomei ? e si propone di calmare la neomamma e renderle familiare
il neonato.

Il processo comporta varie fasi. Ho definito la prima
«abbandono e preghiera». Si cerca di lasciare l?agnello
all?aperto, non troppo lontano dalla pecora, allontanandosi
fischiettando come se non vi importasse del neonato e non
intendeste prendervene cura. La pecora si drizza sempre e si guarda
intorno, quasi a dire: «ma quella cosa è davvero
mia?»; quindi la annusa. Questo primo approccio, però,
funziona raramente. Di solito la pecora gira i tacchi e si
allontana, lasciando solo l?agnellino. Si passa quindi alla seconda
fase, che ho chiamato «vicinanza forzata».

Si lega la pecora a una roccia o a un cespuglio mettendole
accanto l?agnello. Si spera così che con il tempo ceda le
armi e cominci ad allattare quella cosina. In qualche caso
l?espediente funziona, in altri bisogna ricorrere alla terza fase,
«khoomei e sussurro».

Solitamente…

…Tserendavaa si inginocchia accanto alla pecora e le afferra le
zampe posteriori per impedirle di scappare. Poi tuba e fa le fusa,
sussurra e schiocca la lingua, portando l?agnello sotto la pecora
per cercare di fargli bere un po? di latte.

Quindi inizia sommessamente il suo khoomei, pian piano, come una
cantilena. Modula le melodie preferite oppure improvvisa melodie e
suoni sul momento, usando sei diversi tipi di khoomei (dalle basse
vibrazioni di petto agli acuti sibili nasali) intervallati da altri
sussurri, schiocchi eccetera.

È un genere di pratica musicale diverso da quello che ho
conosciuto in Ghana e in Tanzania. Suona più libero,
più meditativo, quasi come un incantesimo o una preghiera.
La sensazione nasce in parte dall?assenza di un?insistita scansione
ritmica. Tserendavaa basa le sue melodie più sulle frasi che
sull?idea di una cadenza ritmica rigorosa. La sensazione deriva
anche dal fatto che la musica non si inserisce facilmente nelle
progressioni familiari di accordi che accomunano la musica africana
e quella occidentale. Questa mongola sembra incentrarsi più
sulla tensione tra tono basso e fischio acuto che sui rapidi
cambiamenti di accordi e melodie complesse, enfatizzando
soprattutto le cadenze V-I che intervengono a metà e alla
fine dei motivi.

Infine, il khoomei è legato al paesaggio in modo diverso
da altre espressioni musicali di cui sono venuto a conoscenza.
Tserendavaa lo sente continuamente, quando è nella steppa,
nel vento che fischia attraverso l?erba, nel lago ghiacciato che
scricchiola sommessamente nelle notti ventose, nel nostro stomaco
se abbiamo esagerato con lo stufato di montone: «Ops, khoomei
di stomaco».

Come Tserendavaa sente il khoomei nel paesaggio, io sento il
paesaggio nel khoomei. Le distese senza alberi, i laghi in moto, il
vento che soffia attraverso le fessure della porta della nostra
capanna sono tutti presenti nei suoni di questa musica. Tutto
questo, le frasi, la dinamica basso-alto, il legame con il
paesaggio, dà la sensazione che il khoomei sia una recita
sussurrata, come se il cantante parlasse direttamente con la
pecora.

Quando Tserendavaa avverte che la pecora si è finalmente
calmata, la lascia andare e arretra lentamente, camminando con le
mani dietro la schiena e guardando con cautela per verificare se la
pecora accetta l?agnello o lo manda via scalciando. A volte ci
vuole qualche giorno per completare il processo, ripetendo le varie
tattiche finché una ha efficacia. Qualche volta non funziona
nessuna e allora si munge a mano la pecora allattando l?agnello con
un biberon.

Ma su centinaia di nascite questa eventualità si è
verificata solo due volte nell?ultimo anno. Tserendavaa è un
omone socievole e mite e, anche se non ho modo di dimostrarlo, ho
la sensazione che ciò contribuisca alla sua alta percentuale
di successi. A volte, quando conduciamo gli animali da un angolo
all?altro della steppa, si mette a cantare canzoni sulle montagne,
i cavalli e le belle donne. Intreccia il khoomei con le canzoni
mentre procediamo e afferma che questo è il modo migliore
per esercitarsi, all?aria fresca e camminando dietro gli
animali.

Ritengo che il rapporto che ha con il suo gregge e i canti con i
quali lo accompagna, gli rendano più facile convincere le
madri a prendersi cura dei neonati. Osservandolo al lavoro con il
gregge e solo con gli orfani e le madri, non posso evitare di
pensare che in un modo o nell?altro alle pecore piaccia davvero,
come a me.

Kennet Erwin Konesni

Tratto da Sloweek – www.slowfood.it

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