Jason Hamacher, batterista punk a tutela della cultura siriana

Prima dello scoppio della guerra civile in Siria, Jason Hamacher inizia un personale percorso di riscoperta della musica e della cultura siriana. Che ora diventa una grande testimonianza per un paese distrutto.

Jason Hamacher si è definito in varie occasioni: “Un musicista con una macchina fotografica, non un artista”. In effetti a Washington DC, sua città d’origine, lo conoscono soprattutto come il batterista dei più conosciuti gruppi punk harcore locali come Frodus, Decahedron, Regents.

Ma Jason si è riscoperto grande amante della musica nella sua accezione più totale, nonché un bravo fotografo, e i recenti avvenimenti del conflitto in Medio Oriente lo hanno purtroppo trasformato anche in “custode” della cultura siriana.

 

La storia inizia nel 2005 quando i Decahedron – progetto che Hamacher coltiva insieme a Shelby Cinca dei Frodus e Joe Lally, già batterista dei Fugazi – si sciolgono e Jason inizia a pensare a un nuovo impegno musicale insieme a Bill Nesper e Nathan Tsoi, rispettivamente batterista e tastierista. La difficoltà nel trovare una chiave di lettura per un gruppo con due batterie e una tastiera, spinge Jason e compagni a concettualizzare la nuova band come “un’orchestra rock”; e quando Bill Nesper telefona a Jason per metterlo al corrente di aver trovato “alcuni canti serbi” che avrebbero potuto ispirare il suono dell’orchestra, Hamacher capisce male: “La Siria!! Incredibile!”. E la chiamata si disconnette. Nasce così, da un fraintendimento, il percorso di studio di Jason della cultura medio orientale e, più nello specifico, di quella siriana.

 

In verità già aveva visitato paesi come Israele, Egitto, Giordania e Turchia e, proprio durante un suo soggiorno in Turchia, aveva acquistato e amato il libro From the Holy Mountain di William Dalrymplela. Quando, durante la telefonata con Nesper, Hamacher capisce erroneamente “Siria”, la sua mente va subito a quel libro, alla parte in cui si parla di un monastero nel deserto abitato da monaci che eseguono canti di eccezionale bellezza.

 

 

Jason contatta William Dalrymplela in persona e l’arcivescovo della chiesa siro-ortodossa degli Stati Uniti nella speranza di rintracciare quei canti. Riceve presto risposta e scopre che “non si tratta di un monastero nel deserto, ma di una chiesa siro-ortodossa nel centro della città di Aleppo” e che, come se non bastasse, quei canti non sono ancora mai stati registrati. Hamacher, con il benestare dell’arcivescovo, decide dunque di incidere quei brani ed è così che l’interesse di Jason per la musica siriana, da personale ricerca di nuovi imput per la sua rock-orchestra, diventa una vera e propria operazione di recupero culturale.

 

In realtà Hamacher si dice ancora stupito da quanto facilmente l’ambasciata siriana abbia accettato la sua proposta di registrazione di quei canti cristiani. E rimane ancora più stupito dal fatto che l’ambasciatore siriano in persona, dopo aver visto le foto dei suoi precedenti viaggi in Medio Oriente, gli abbia commissionato un progetto fotografico ufficiale sulla città di Aleppo, una delle più antiche città del mondo.

 

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Ora, le registrazioni di Hamacher stanno per diventare una serie di quattro LP chiamata Sacred Voices of Syria, il primo dei quali è disponibile per il download digitale. E anche se Hamacher inizialmente non credeva che il disco potesse avere un mercato, tutte le copie fisiche rese disponibili in occasione del Record Store Day sono, invece, andate esaurite.

 

Tutto il progetto di Hamacher, purtroppo, acquista ancora più valore in seguito allo scoppio della guerra civile siriana: molti degli edifici rappresentati nelle immagini di Hamacher, dai bazar alla Grande Moschea di Aleppo stessa, sono stati bruciati o completamente distrutti. Chissà la sorte di molte delle persone incontrate e fotografate da Jason: due degli arcivescovi che lo hanno ospitato per le registrazioni sono stati rapiti.

 

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(Sopra: Jason Hamacher; sotto: Aleppo Media Center via Associated Press)

 

Insomma, le foto raccontano ormai di una città e di un passato che non esiste più. Ma Jason crede che l’idea che l’occidente ha del popolo e della cultura siriana debba andare al di là delle immagini di distruzione che tutti i giorni arrivano tramite la televisione. Come un giorno un suo amico siriano gli ha detto: “Se non riuscirò a farlo io, fallo tu: fai vedere a tutti che siamo un popolo civilizzato. Che siamo persone. Che noi non siamo quello che si vede al telegiornale”.

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