Lasciateci cantare per Mandela. Le canzoni per la libertà

“Ho lottato contro il dominio bianco e contro il dominio nero. Ho coltivato l’ideale di una società libera e democratica nella quale tutti possano vivere uniti in armonia, con uguali possibilità”.

Il rapporto tra Nelson Mandela e la musica è stato come uno di quei rapporti d’amore perfetti dove comprensione, fiducia, passione e impegno sono tutti in equilibrio tra loro. Di sicuro Mandela ha dato tanto alla musica: ha dato storie straordinarie da raccontare e spunti di riflessione eccezionali, ma soprattutto è stato simbolo di quella libertà che così spesso la musica ama celebrare. Ma anche la musica, dal canto suo, ha dato molto a Mandela: lo ha aiutato ad essere un uomo libero.

Una delle frasi più celebri di Nelson Mandela definisce arte e musica come vere e proprie armi utili al cambiamento: “L’arte riesce a raggiungere molte più aree di quanto non riesca la politica. Soprattutto l’intrattenimento e la musica, che sono comprese da tutti e sollevano gli spiriti e la morale di coloro che ascoltano”, affermava. Lo aveva capito già prima, ma questa sua convinzione si rafforzò durante la sua detenzione: uscito dal carcere nel 1990, svelò che la principale causa del suo continuare la vita in prigione nell’arco di 26 lunghi anni, era stata proprio la lettura; in particolare, a dargli la forza era stata una poesia di William Ernest Henley del 1875 dal nome Invictus.

A loro volta, musica e arte hanno sempre dato grande importanza alla causa anti-apartheid di cui Nelson Mandela è stato simbolo indiscusso. Mandela questo lo aveva profondamente riconosciuto e, infatti, spesso si disse convinto del fatto che la musica aveva contribuito in molti modi alla sua liberazione dal carcere e alla fine dell’apartheid.

Gli anni Sessanta e Settanta

Uno dei primi nomi che salta alla mente in questo contesto è senz’altro quello di Miriam Makeba: una volta raggiunto il successo musicale in Sudafrica, il governo di Pretoria le impose l’esilio. Dopo il suo primo tour negli Stati Uniti nel sessanta fu costretta a restare lontana dal suo paese per ben trent’anni. Dagli Stati Uniti continuò a cantare per il popolo oppresso africano e fu lo stesso Nelson Mandela a convincerla a rientrare in Africa nel 1990, quando venne tolto il bando sui partiti politici dei neri. 

Stessa sorte per Hugh Masekela, trombettista africano. Dopo gli scontri sanguinosi del massacro di Sharpeville (marzo 1960: la polizia sudafricana apre il fuoco su una folla di dimostranti uccidendo 69 persone) Masekela decise di espatriare prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove contribuì all’evoluzione della musica jazz del XX secolo. Nel 1986 incise il singolo Bring Him Back Home, che divenne uno degli inni della campagna Free Mandela per la scarcerazione. Anche lui riuscì a ritornare in Sudafrica solo nel 1990. Nonostante tutte le sue canzoni fossero state messe al bando durante il periodo dell’apartheid il tour Sekunjalo This Is It in Sudafrica fece il tutto esaurito.

Gli anni Ottanta e Novanta

La campagna anti-apartheid si intensificò e non solo gli artisti africani di colore portarono nel mondo la propria voce di protesta: la causa fu appoggiata anche da artisti bianchi africani, europei e statunitensi.

Per esempio Johnny Clegg, sudafricano bianco soprannominato “Zulù bianco”, fonda gli Juluka, prima band interraziale sudafricana ovviamente censurata dal governo sudafricano, poi si esibisce con i Savuka che nel 1987 incideranno l’album Third World Child, in cui chiedono apertamente la liberazione di Mandela e ricordano alcuni martiri della libertà. La sua Asimbonanga (Mandela) diventa un commovente inno alla libertà.

Negli Stati Uniti, Gil Scott-Heron realizzò il suo classico intitolandolo Johannesburg e Little Steven con la sua Sun City (che prende il nome di una città-resort sudafricana) esortava i colleghi musicisti a evitare i tour in Sudafrica. Fonda anche Artists Against Apartheid con lo scopo di boicottare il regime di Pretoria e chiede a tutti di non utilizzare le strutture gestite dall’élite di bianchi e nativi “collaborazionisti”. Stevie Wonder ritirò l’Oscar vinto nel 1985 con la sua I Just Called to Say I Love You per il film “La signora in rosso” a nome di Nelson Mandela. La canzone per questo motivo fu bandita in Sudafrica, scatenando le polemiche in tutto il mondo.

In Inghilterra, Peter Gabriel dedicò la canzone Biko dal suo terzo album (1980) alla memoria dell’attivista politico sudafricano Stephen Biko (morto torturato in carcere). Sottoposto a censura in Sudafrica, divenne un inno internazionale contro l’apartheid e segnò anche la svolta nella carriera del musicista che da quel momento divenne ambasciatore della world music.

I The Special nel 1984 cantavano “semplicemente” Free Nelson Mandela.

Eddie Grant’s con la sua hit Gimme Hope Jo’Anna, nonostante il sound spensierato che la fece diventare un tormentone estivo in tutto il mondo, attaccava esplicitamente il regime sudafricano.

I grandi concerti

I semi erano dunque stati gettati e l’11 giugno 1988 un cast stellare si riunisce allo stadio Wembley di Londra per festeggiare il 70° compleanno di Nelson Mandela ma sopratutto per ricordare la sua lunga prigionia iniziata proprio l’11 giugno di 24 anni prima. Voluto fortemente dalla fondazione Artists Against Apartheid di Little Steven, l’organizzazione dell’evento è affidata a Jerry Dammers degli Specials e Jim Kerr dei Simple Minds. Tra i partecipanti : Dire Straits con Eric Clapton, Stevie Wonder, UB40 con Chrissie Hinde, Sting, George Michael, Eurythmics, Al Green, Joe Cocker, Midge Ure, Phil Collins, Peter Gabriel e molti altri. Diretta televisiva in 67 paesi per un pubblico totale di 600 milioni di telespettatori. Nonostante tutto, però, in molti paesi (per esempio anche negli Stati Uniti per mano del network Fox) l’aspetto politico del concerto venne fortemente censurato.

Il 16 aprile 1990, 2 anni più tardi, stesso luogo, il cast si riunisce nuovamente. Questa volta, però, c’è un ospite speciale: Nelson Mandela. Si festeggia la sua liberazione! Dopo 26 anni di carcere, la prima apparizione di Mandela non era in una riunione politica, ma ad uno spettacolo pop in suo onore e voluto fortemente proprio da lui stesso. Ad accoglierlo, 72.000 spettatori, tra i quali il leader del Partito laburista inglese Neil Kinnock e il reverendo Jesse Jackson, che lo applaudono insieme alla folla per almeno 10 minuti. Il futuro leader sudafricano parla per quasi mezz’ora, richiamando l’attenzione della comunità internazionale sul problema dell’apartheid: quello non era solo un giorno di festa, ma una chiamata all’azione per celebrare l’idea che ogni singolo individuo ha il potere di cambiare il mondo.

46664 e Mandela Day

Mandela sceglie di nuovo la musica per veicolare la campagna 46664 promossa dalla sua fondazione per aiutare a sconfiggere l’HIV. Il primo “concerto 46664” ha luogo a Cape Town nel 2003. Fra gli artisti che si esibiscono: Robert Plant, Youssou N’Dour, Peter Gabriel, Bono e The Edge e Zucchero. In Europa arriva nel 2005 a Madrid. Il 27 giugno 2008 in Hyde Park a Londra, si svolge il grande concerto 46664 per celebrare i novant’anni di Mandela e il suo impegno nella lotta contro l’AIDS. Di nuovo Nelson Mandela è presente nonostante la sua avanzata età; circa 500.000 persone ad accoglierlo. Il 18 luglio 2009 a New York, un altro concerto in suo onore dà il via a una celebrazione annuale: la data del 18 luglio viene, infatti, istituzionalizzata dalle Nazioni Unite nel novembre del 2009 e il Mandela Day è celebrato ufficialmente in tutto il mondo dal 18 luglio 2010.

E il 18 luglio continuerà ad essere il Mandela Day, un giorno per celebrare un grande uomo che ha più volte rifiutato le offerte di scarcerazione perché “La libertà senza civiltà, la libertà senza la possibilità di vivere in pace non è vera libertà”, che ha lottato contro ogni forma di dominio e i cui insegnamenti dovranno sopravvivergli.

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