Sono oltre 1.000 le persone migranti disperse nel mar Mediterraneo per la tempesta Harry

Il ciclone che ha colpito il Mediterraneo si è abbattuto anche su decine di imbarcazioni salpate dalla Tunisia verso l’Italia: i dispersi sono tantissimi.

La tempesta Harry che si è abbattuto con violenza sul Sud Italia a fine gennaio, con molta probabilità, ha provocato una tragedia infinitamente più grande nel mar Mediterraneo: più di mille migranti potrebbero esseri morti o dispersi nel Mediterraneo centrale, nei giorni in cui la tempesta ha colpito la rotta tra la Tunisia e l’Italia. Un bilancio non ufficiale, ma che emerge dall’incrocio tra dati delle attività di search and rescue riconosciuti, da parte di ong e guardie costiere, testimonianze dirette di naufragi e monitoraggi comunitari sulle partenze dalla costa tunisina di Sfax. Basta sommare i dati raccolti per arrivare ad almeno quota mille migranti, e a fare l’addizione è stata in questi Refugees in Lybia, l’associazione che riunisce attivisti migranti già in Europa o ancora in Africa, nata dalle clamorose proteste del 2022 sotto la sede dell’Unhcr di Tripoli, in Libia, per le condizioni dei lager libici.

I dati ufficiali non parlano di mille migranti morti…

Il primo dato certo arriva dai canali marittimi ufficiali: secondo un dispaccio di allerta ricerca e soccorso (Sar) trasmesso dalla Guardia Costiera italiana attraverso la Inmarsat, una rete avanzata di satelliti geostazionari, almeno 380 persone risultavano disperse in mare al 24 gennaio, come segnalato per primo da Sergio Scandura. Il dispaccio raggruppava otto casi Sar distinti, relativi a otto imbarcazioni partite da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo ciascuno tra le 36 e le 54 persone. Nessuna di queste imbarcazioni è stata a oggi localizzata e non risultano salvataggi confermati collegati agli otto eventi.

Quelle partenze coincidono con il passaggio del ciclone Harry sul Mediterraneo centrale. In quei giorni, lungo la rotta Sfax–Lampedusa, sono state registrate onde superiori ai sette metri e raffiche di vento oltre i 54 nodi, condizioni tra le più pericolose dell’intera stagione invernale. Le imbarcazioni, spesso sovraccariche e inadatte alla navigazione in alto mare, sono scomparse proprio mentre il bacino era interessato da un evento meteorologico estremo. A confermare la pericolosità di quel periodo è anche la testimonianza di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, unico sopravvissuto a un naufragio avvenuto negli stessi giorni, soccorso e trasportato a Malta: Konte racconta a Refugees in Lybia di essere partito da Sfax su un’imbarcazione con circa 50 persone a bordo, e di essere rimasto in mare per oltre 24 ore dopo che la barca si è capovolta, prima di essere soccorso da una nave a vela a est della Tunisia e a sud di Malta. Nei filmati del salvataggio si vedono corpi galleggiare in acqua.

…ma le testimonianze oculari dicono di sì

Ai dati ufficiali vanno però sommati quelli che emergono dal monitoraggio basato sulle testimonianze: dal 15 gennaio in poi, secondo le voci raccolte tra familiari dei dispersi e persone che avrebbero dovuto imbarcarsi, altre 29 imbarcazioni sarebbero partite da diversi punti della costa intorno a Sfax. Di queste, solo una è riuscita a raggiungere le coste italiane, mentre un’altra sarebbe rientrata a Sfax dopo essere stata intercettata senza registrare perdite tra le persone a bordo, salvo essere arrestate dalla polizia tunisina. Nessuna notizia, invece, delle altre 27 barche: nessuna chiamata dalla Libia, nessun contatto dalla detenzione, nessuna conferma di decesso, nessuna traccia nel deserto algerino.

Nel frattempo, nello stesso periodo, decine di corpi sono stati recuperati dalle autorità maltesi, e un ulteriore cadavere è stato individuato nei giorni successivi al 24 gennaio dalle squadre della nave di soccorso Ocean Viking nella regione Sar maltese. Dunque, sono davvero almeno mille i morti o i dispersi nel Mediterraneo nei giorni del ciclone Harry? Dirlo con certezza è impossibile, perché le informazioni restano frammentarie e spesso divergenti: non per mancanza di riscontri, spiega Refugees in Lybia, ma per l’assenza di un sistema centrale che registri partenze, perdite e recuperi.

Ma dando credito alle informazioni dei testimoni oculari (quelle fornite da Konte, per esempio, sono state validate dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni), e ipotizzando una media arbitraria di 40 persone (più o meno la stessa capienza di quelle rintracciate dalla Guardia costiera italiana) a bordo per ciascuna delle 27 barche sparite, saremmo già a 1.080 morti o dispersi. Cui andrebbero aggiunti i 380 già certificati. Più che un vuoto informativo, dunque, ciò che emerge è un vuoto di intervento: l’appello rivolto a Italia, Malta, Spagna e Unione europea è quello di avviare operazioni di ricerca e soccorso immediate, trasparenti e su larga scala, per fare luce su una delle possibili stragi più gravi degli ultimi anni nel Mediterraneo.

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