Mucca pazza un anno dopo: ridare fiducia ai consumatori

Un anno fa veniva trovato in Italia il primo focolaio del morbo di mucca pazza. L’ondata di panico aveva portato un crollo delle vendite di carne bovina.

Il 2001 si è rivelato uno degli anni più disastrosi
per il settore zootecnico: i consumi di carne bovina sono scesi del
9,5%. Oltre 41.000 tonnellate di carne, attraverso le misure
predisposte dall’Unione Europea, sono stati ritirati dal mercato
con una conseguente perdita per l’intera filiera (produzione,
trasformazione, distribuzione) superiore ai 2.000 miliardi di
lire.

In un anno, nel nostro Paese, sono stati accertati 51 casi di BSE,
con una media di un caso alla settimana. Siamo ben lontani dai dati
degli altri paesi europei (942 i casi del Regno Unito, 273 in
Francia, 235 in Irlanda e 125 in Germania), ma non si può
considerare il morbo “mucca pazza” in via di soluzione. Inoltre
questa situazione non è reale: fino all’autunno scorso gli
allevatori avevano l’opportunità di mandare al macello i
capi sospetti senza farli analizzare, ottenendo in cambio un
indennizzo in denaro. I capi venivano “distrutti” senza entrare
nella catena alimentare. Non sappiamo quindi quanti siano stati
realmente i bovini affetti da BSE.
Possiamo solo rilevare che nell’ultimo trimestre sono aumentati i
focolai riscontrati, passati da 1 su 10.000 a uno su 9.300. Non
solo, ma anche in Paesi finora ritenuti immuni dal morbo, come
Austria e Finlandia, nel dicembre scorso è stato individuato
per la prima volta un focolaio della malattia.

Oggi il settore tira un sospiro di sollievo, costatando che i
consumi stanno tornando a livelli paragonabili a prima
dell’emergenza. In Italia, nel 2001, sono state effettuate analisi
su oltre 477.000 capi bovini e i consumatori si sentono più
sicuri anche grazie all’intensificazione dei controlli.

La Confagricoltura sostiene che anche il nuovo sistema di
etichettatura delle carni bovine, entrato definitivamente in vigore
il 1 gennaio 2002, ha contribuito a favorire questo ritorno di
fiducia verso la carne. Indubbiamente si tratta di un passo in
avanti, che permette al consumatore di avere alcune notizie certe
sul prodotto che acquista come il codice di identificazione
dell’animale e le informazioni inerenti alla Nazione di nascita, di
ingrasso, di macellazione e di sezionamento del bovino.

In realtà questo tipo di informazioni ha lo scopo di
trasmettere al consumatore la sensazione che l’animale è
stato “seguito” durante la propria vita, che qualcuno ha “badato” a
lui. Ma dicono poco rispetto alla qualità della carne.
Tecniche di allevamento e tipo di alimentazione adottata sarebbero
informazioni certamente più importanti, in grado di
comunicare indicazioni più precise rispetto la
qualità, ma restano ancora facoltative.

In fondo, anche il non sapere, può indurre fiducia nei
consumatori.

Elisabetta Paje’

 

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